Speciale: Oggetti d’infanzia

Oggetti d’infanzia | Choco banana

Parevo un’ossessa. Partivo dalla piazza centrale della mia città natale in tutte le direzioni. A piedi o in tram puntavo piccoli market in periferia, grandi magazzini inaugurati da poco, setacciavo pasticcerie simil viennesi, interrogavo le commesse stupite che si potessero fare domande del genere, assillavo parenti e conoscenti. Non mi rassegnavo alla mancanza di quel cioccolatino a forma di banana con dentro il gusto di banana, croccante sopra morbido dentro. Da quando ero diventata straniera in patria, quello era diventato il ricordo d’infanzia, e quando tornavo ne facevo incetta e indigestione. Il mio prodotto, la mia madeleine, il mio ricordo d’infanzia per antonomasia non c’era più. Scomparso senza lasciar tracce, dal giorno alla notte, tirato giù dallo scaffale da un ordine imperscrutabile, da uno di quei diktat che mischiano inesorabili la politica con la burocrazia.   Naturalmente sapevo e capivo quello che stava accadendo. Nei negozi le tagliatelle slovene non si appoggiavano più alle minestre croate, i vini serbi e macedoni non stavano più nella stessa fila e la fratellanza-unità dei popoli non la conservavano nemmeno le sardine istriane che si chiamavano Belgrado...

Oggetti d’infanzia | Bianco, nero e azzurro

Erano in tre, e hanno segnato la mia infanzia: gli zii di mia madre, Maria e Guglielmo, e la bisnonna Erminia. I miei genitori, d'estate, mi lasciavano ostaggio dell'affetto di quella tribù di vecchi, tra Reggio Emilia e Levanto, un po' per far fronte alle difficoltà economiche, un po' per il desiderio di quei tre di avere un piccolo sovrano da servire.   Erano soprattutto in due a contendersi le mie preferenze: la nonna Erminia, piccola e con i capelli bianco-azzurri, come una dolcissima fatina straripante d'affetto, e il gigantesco Guglielmo gambadilegno, un omone che (oggi posso dirlo) assomigliava a Gadda, consevatore dall'umor nero e sarcastico, la gamba portata via dalla guerra. In mezzo la zia Maria, che consapevole di non poter competere con le attenzioni che Erminia e Guglielmo mi riservavano, cercava almeno di ovviare ai disastri provocati dal cieco affetto della madre e del marito. Per esempio: nel suo temperamento anarchico, Guglielmo mi aveva insegnato a gettarmi i piatti alle spalle dopo mangiato. "Ecco, così fanno in Russia dopo che han bevuto!", e fingeva di buttarsi il piatto alle spalle: io non vedevo il trucco, e me lo gettavo per davvero dietro le spalle...

Oggetti d'infanzia | Il presepe

A fianco del grande camino di arenaria, nel soggiorno della casa di Sarzana dove sono nato e ho vissuto la prima infanzia, c’era una scala interna, di legno scuro, vietata di regola a noi bambini. Abitavamo all’ultimo piano (il terzo); per quegli scalini proibiti e cigolanti si saliva a una mansarda affacciata sui tetti. Lassù, mio padre aveva il suo studio di scultore. Di ex-scultore, dovrei dire: con la nascita di noi tre figli, le sue ambizioni artistiche erano state accantonate per sempre. La stanza si presentava comunque come un atelier in attività: statue e statuette compiute e incompiute, scalpelli, spatole, raspe, attrezzi per modellare, gessetti, stracci, grafite, blocchi di creta. Su tutto, un sentore di carta e di plastilina. L’accesso allo studio ci era consentito soltanto in rare occasioni, e principalmente con l’approssimarsi del Natale. Nei mesi dell’Avvento, su un grande tavolo a cavalletti montato in un angolo della stanza, mio padre allestiva il presepe (presepio, lo chiamavamo allora).  Noi eravamo ammessi ad assistere. Innanzitutto, bisognava predisporre il paesaggio: grosse zolle di muschio, brune e verdi...

Oggetti d'infanzia | Barbie

Un gioco. Un gioco. Un gioco. Così mi consolavo ingigantendo il vuoto di ciò che non potevo avere, lo riproducevo con il volume virtuale delle parole. Oppure annullavo tutto dicendo a me stessa: tanto è solo un gioco. Forse mia madre aveva ragione, potevo farne a meno, non era essenziale, rappresentava la superfluità di un oggetto che non serviva affatto nei trambusti della vita quotidiana e tantomeno a me, che andavo a scuola e secondo lei non potevo certo farmi distrarre da tali sciocchezze. Eppure chissà a quali balli principeschi avrei potuto condurla. In quali viaggi esotici avrei saputo guidarla, facendo nascere nella mia stanza mari in cui nuotare senza mai stancarsi, quali magici incontri sarebbero stati possibili nel giardino di casa, a cavallo di un gatto che sapeva scavalcare muri e reti con l’agilità di una gazzella. Le avrei dato persino la mia voce, facendola parlare nelle lingue esotiche che solo noi sapevamo decifrare: le parole magiche di Aladino, di Hänsel e Gretel, quelle di Cappuccetto Rosso che chiacchiera con il lupo, o la lingua “farfallese”, farfugliata con una mia amica che si era...

Oggetti d'infanzia | Macchinina arancione

Era il tempo della Ferrari numero 28 di René Arnoux. Tiravo l’alfa di Mauro Baldi. Era più cicciotta delle altre macchinine, slanciate e moderne.   Anzi, a ben vedere aveva l’aspetto di una macchina aggiunta un po’ per caso, per fare numero, come fosse arrivata da una collezione diversa: anche lei con scocca di metallo e componenti in plastica, ma non aveva la linea di una Formula 1, e soprattutto l’abitacolo non era vuoto, c’era l’omino infilato dentro, un pezzettino di plastica monocromo dalla forma improbabile, senza disegno alcuno a restituire le fantasie del casco.   Ma quel pezzo di plastica era il pilota, senza dubbio, pilota di quella macchina tutta arancione con il musetto più grosso e con il fondo accidentato, che risentiva maggiormente dell’attrito della moquette: a differenza delle altre macchinine non scivolava via silenziosa, il rumore delle ruote che giravano era percepibile, e soprattutto erano possibili improvvise e ingestibili deviazioni. Insomma: io tiravo dritto, ma lei faceva un po’ quello che capitava, in evidente stato confusionale e non come gesto di libertà...

Oggetti d'infanzia | Frigorifero (spento)

Tra i vari accumuli che si sono succeduti nella mia casa d'infanzia, c'era (e, temo, c'è ancora) anche quello degli elettrodomestici rotti, che mia madre si ostinava a tenere perché «non si sa mai possa servire, se lo ripariamo». Nei primi anni novanta, i miei cambiarono l'intera cucina, mettendo quella vecchia in cantina a contenere un'infinità di stoffe che la suddetta madre collezionava, sempre «perché non si sa mai» (ma questo almeno è comprensibile: fa la sarta a tempo perso).   In giardino, a fianco alla legnaia e sotto la vite americana, rimase così, solingo, il vecchio frigorifero. Il colore bianco sporco caratteristico degli oggetti anni ottanta, la gommina che rendeva aderente la chiusura e che milioni di volte ho accarezzato… ma soprattutto il suo ronzio, colonna sonora dei pomeriggi a fare i compiti, a giocare, ad ascoltare la radio in cucina, ci avevano abbandonato pian piano, lasciando il posto a una pozza d'acqua sotto il motore: quando si dice che è irrecuperabile, penso a quella pozza d'acqua.   Posso dire che fu allora che cominci...