Speciale: Sala insegnanti

Lo smartphone a scuola

Sono un insegnante che ha iniziato a fare le prime supplenze nel 1988; in quasi trent’anni ho assistito a svariate mutazioni, tutte superficiali, nell’attività di docente, e, al contempo, ad una ferrea, adamantina, coriacea invarianza fondamentale in ciò che si chiama scuola.  Una delle guide della mia vita ha nome Giorgio Manganelli e questo grande scrittore ebbe modo di scrivere negli anni ‘80, a proposito dei cosiddetti mutamenti scolastici, le seguenti illuminanti e definitive parole: “ mi dicono che le cose sono cambiate. Sarà. Ma ci sono le classi? Le aule? Le campanelle? E allora non ci credo”. Parole sante! Le riforme della scuola non sono riforme. Sono ritocchi parziali, spesso scoordinati e raffazzonati, tendenti ad un unico fine, triplicemente modulato: tagliare, tagliare, tagliare. Ore, posti di lavoro, siano cattedre o segreterie e dirigenze.   Gli accorpamenti di istituti di cui sono stato testimone negli anni non hanno alcuno scopo se non quello appena ricordato. La didattica, la pedagogia non vi hanno alcuna parte. L’introduzione della settimana corta, cinque giorni su sette, (che è una realtà della mia scuola, sudtirolese) si spiega con la volontà di...

Parole già dette / Il primo giorno di scuola (nei secoli dei secoli)

C’è una commedia di Plauto che si chiama Bacchides, ossia Le due Bacchidi. Non è magari la più nota. Non è passata in proverbio come il Soldato fanfarone e non è stata imitata allo sfinimento come l’Anfitrione, che da Plauto è passato a Molière e poi a Kleist e ad altri, per finire in gloria con l’Amphitryon 38 di Giraudoux. L’intreccio di questo testo plautino meno conosciuto di altri è quello solito: un giovane squattrinato che cerca di conquistare le grazie di una meretrice, avversato dai familiari e aiutato da uno schiavo ingegnoso e fedele. Solo un po’ più complicato del solito, perché qui di giovanotti vogliosi ce ne sono due, e due sono anche le avvenenti cortigiane, le due sorelle Bacchidi per l’appunto. I nomi dei due ragazzi sono Mnesiloco e Pistoclero.   E la scuola che c’entra? si chiederà forse qualcuno. C’entra, c’entra perché si dà il caso che Pistoclero abbia un pedagogo di nome Lido. E questo pedagogo a un certo punto della commedia (a partire dai vv. 423 e ss.) si produce in una lunga tirata sulla scuola. Sulla scuola del buon tempo antico. Allora, dice Lido, dovevi presentarti in palestra prima che sorgesse il sole, se no c’era caso di beccarsi una buona...

Diario del primo anno da insegnante di filosofia / Plato for boys

1. Divieto dell'autoreferenzialità   Se a settembre un insegnante di Filosofia infarcisse la sua prima lezione di parole come “aporia”, “ontologia”, “paralogismo”, “trascendentale”, guadagnerebbe presto lo sconcerto e la noia degli uditori; se li esortasse a guardarsi dai caratteri ontici e dal nichilismo della metafisica, se esprimesse preoccupazione per l'evento della differenza in quanto connesso alla differenza dell'evento, incapperebbe perfino in una captatio malevolentiae. La filosofia non deve essere gabellata come l'arte del disorientamento e dell'elucubrazione fine a se stessa, anche se essa invita all'interrogazione costante, in sintonia con quanto dice Alessandro Bergonzoni: “Nessun domatore domerà mai le domande!”  Il primo punto che i docenti esperti insegnano a un pivello al primo anno da docente di filosofia è questo: se il suo fine è quello di insegnare il filo-sofare, ossia l'amore per il sapere e per la filosofia stessa, deve dimenticare la figura dell’insegnante autorevole di una volta e porre al centro della sua attenzione i suoi allievi, di ogni genere, disturbi specifici d’apprendimento e non. Non solo la disciplina che insegna, ma anche coloro a...

Troppe parole / Cos’è il silenzio in una scuola?

Cos’è il silenzio in una scuola? Chi lo cerca, lo trova? Chi lo fa, lo sente? È condiviso? Entro in classe. Saluto, mi siedo. Accendo il pc, prendo la penna dall’astuccio, li guardo. Questi pochi gesti, in alcune classi, bastano a spegnere il rumore come farebbe un po’ d’acqua con un piccolo falò. La mia calma, la mia lentezza fanno breccia e tolgono energia allo schiamazzo. In questi casi fa molto piacere iniziare una lezione partendo dall’attesa. Non ci sono state minacce né richiami, solo il bisogno spontaneo e condiviso di un punto di incontro silenzioso da cui far ricominciare tutto. Una mattina come tante altre che si presenta sempre come un primo giorno, quando il silenzio si fa più carico di responsabilità e cura e si bada bene a non sciuparlo con chiacchiere qualsiasi.   È uno dei miei momenti preferiti. È il momento in cui loro smettono di fare quello che stavano facendo, alzano la testa e mi guardano in silenzio. E io faccio la stessa cosa. È uno dei pochi momenti in cui non mi è necessario parlare, due tre minuti vuoti in cui cerco di capire chi ho davanti e la qualità del silenzio che ricevo è un aiuto denso. Quando poi parlerò e lo faranno anche loro, ognuno...

Cancellazione, generalizzazione, costruzione / Il riassunto: un esercizio etico

Nel diluvio di parole che ci inondano sembra venuto il tempo di invocare l'istanza della sintesi. Ne è un chiaro segno la fortuna della condensazione di brevi messaggi nei 140 caratteri di un tweet. Ma questo non può che tradurre un pensiero corto, un'istantanea. Il bisogno di condensare, di esprimersi in modo conciso, di cogliere l'essenziale riguarda ogni nostro discorso e la maggior parte dei testi scritti in cui ci imbattiamo. Questa è certamente la ragione per cui una vecchia pratica scolastica , ritenuta obsoleta o addirittura dannosa per la conoscenza e per la creatività, sia tornata alla ribalta: il riassunto. Sul dizionario Treccani.it si legge: «riassunto, s.m.[part.pass. di riassumere, sostantivato], Discorso o, più spesso, scritto che riassume, che espone brevemente i punti essenziali di altri discorsi o scritti, o che informa succintamente intorno a un fatto o una serie di fatti.». La definizione però indica il risultato, non la tecnica che lo realizza. Sembra che non si possa far altro che usare una tautologia ('discorso che riassume') o espressioni sinonimiche ('espone brevemente i punti essenziali), senza entrare nel merito del processo che sta dietro all'arte di...

Per una semiotica della relazione valutativa / Valutare è umano

1. Sufficienze.   Nel film di Gianfranco Rosi, Fuocoammare, c’è una scena che va considerata significativa ai nostri scopi. Il ragazzino Samuele è seduto a un tavolo e sfoglia un libro velocemente, borbottando parole incomprensibili. Dopo un po’, chiude il libro e dice: «Inglese, finiu». Non sappiamo che voto abbia poi preso nella verifica: il film ci invita ad accontentarci di quella autovalutazione, certo sommaria ma anche del tutto genuina. Metto la figura di Samuele vicina a quella della studentessa che nell’imminenza di un esame mi ha scritto per email: «Salve professore, ho delle difficoltà con l’analisi semiotica del brano letterario richiesta per l’esame. Ho seguito il corso, ho studiato il manuale, ho visto gli esempi di analisi che avete messo nel sito della community, ma non ho capito cosa devo fare». Meno sommaria e meno genuina di quella di Samuele, anche questa della ragazza è una autovalutazione. In questione non sono i dubbi che la ragazza esprime, ma la certezza che non esprime e che collima esattamente con quella di Samuele: la certezza di avere studiato abbastanza. Non le è venuto in mente che la misura di questo «abbastanza» – la «sufficienza» da...