Speciale: Speciale Appennini

Speciale Appennini / Gli Appennini di Silvio D’Arzo

Non mi è mai piaciuto Silvio D’Arzo. Difetto mio, certamente, oltre ogni possibile giudizio estetico. Semplicemente non sono mai riuscito a farmelo piacere, nonostante lo abbia letto a diverse età, così come non ho mai sopportato la retorica che avesse scritto in Casa d’altri un racconto perfetto secondo la definizione originaria di Eugenio Montale. Ho poi tentato di ricredermi diverse volte – con scarsa fortuna peraltro – l’ultima in occasione di una lettura pubblica degli amici Giovanni Lindo Ferretti e Clementina Santi, estimatori, tra i tanti, del D’Arzo. Il punto è che parla degli Appennini e di Cerreto (Silvio D’Arzo, all’anagrafe Ezio Comparoni era cerretano da parte di madre) con una sensibilità che non ho mai ritrovato nelle cose, o meglio che non sono mai riuscito a immaginare nella realtà. Non tanto per la mia di sensibilità, che naturalmente è quella di un altro mondo rispetto a quando lui scriveva, ma nemmeno quella sfiorata attraverso le parole e i tanti racconti familiari ascoltati nell’infanzia e in gioventù. Una sensibilità “verista” quella del D’Arzo che ritrae un mondo misero e preindustriale ormai al suo declino – D’Arzo, nato nel 1920, scrive il racconto a...

Cibo e Appennini / (È un peccato morir)

Da adolescente, forse un paio di volte, mi sono ritrovato a un pranzo funebre, anzi una merenda, uno spuntino funebre perché i pranzi di quel tipo da noi erano già scomparsi o forse non ci sono mai stati, per povertà e consuetudine. Dopo il funerale, prima di dividersi ognuno diretto verso casa, il commiato avveniva per strada, salutandosi a una trattoria prenotata dai familiari del defunto. Si entrava dentro il locale trattenuti dal gelo dell'inverno e dall'umore per poi lentamente sciogliersi, rimuovendo la malinconia, il torpore avvelenato che la funzione aveva lasciato,  Cresceva, tra chi seduto e chi in piedi, un vociare e un accalorarsi che lentamente prendeva forza. Come se i corpi si scuotessero a contatto con il cibo, riprendendo contatto con la vita, realizzandone con avidità la forza. Si mangiava e si beveva insieme in capannelli provvisori seguendo le parole, gli affetti, il nutrimento.  Visto da fuori, era come se fosse un corpo unico quello che lentamente e poi sempre più decisamente raccoglieva le forze intorno al cibo e alle parole.    Gloria sei nell’aria quale tu sia, solo uno, solo o in compagnia ma la vecchia storia…  Melanconica e...

Fuochi e altre “Apocalissi” / Mentre la Calabria brucia

Quest’anno i boschi in Calabria hanno bruciato come mai prima: quasi 8000 incendi – tutti dolosi – nella siccità estiva hanno mandato in fumo 1/6 di tutta la superficie forestale della regione, aree protette e parchi nazionali inclusi. La Sila e il Pollino bruciati per mesi, un lungo ininterrotto barbecue silvestre. Un olocausto verde, l’ustione più vasta di tutta l’Europa continentale.  Solo nel territorio silano, questa estate, ci sono stati roghi estesi dai 25 ai 40 kmq. A Longobucco (Cs), un unico incendio è durato più di quaranta giorni. «Quando si era sul punto di spegnerlo notavamo l’apertura di un altro fronte di fuoco, una strategia studiata a tavolino», dice chi era presente. Solo nei primi nove mesi dell’anno nella regione più ustionata d’Italia ci sono stati già più di 8000 incendi boschivi. La provincia più colpita è stata quella di Cosenza, con ben 413 kmq di aree percorse dal fuoco, l’equivalente di 60.000 campi di calcio, 45,8 kmq di boschi in cenere ogni mese.   L’aria plumbea che brucia i polmoni, il cielo basso, striato da una nuvola brunastra sospesa a mezz’aria. Una cappa uniforme e densa di fumo ha avvolto per mesi tutta la Calabria come in un...

Matera / C’era una volta nei Sassi

Questa è la storia di come si viveva nei Sassi nei primi anni Quaranta nel Novecento: una storia vera, il cui protagonista era allora un ragazzino che adesso ha quasi 90 anni e una memoria granitica.   Preambolo Come si presentano i Sassi (Barisano e Caveoso) agli inizi degli anni Quaranta del secolo scorso? Apparentemente come adesso: case ricavate nelle grotte o scavate nel tufo, l’una abbarbicata all’altra, collegate da viottoli e scalette, dislocate sulle due pareti dell’altopiano delle Murge che degradano verso il torrente Gravina. Un presepe a cielo aperto. Erano però senza fognature né elettricità né riscaldamento e raccoglievano oltre 15.000 persone che vivevano, se non in miseria, senza grandi mezzi: contadini, braccianti, operai, artigiani, piccoli commercianti le cui famiglie si conoscevano e, ciascuna nel proprio “vicinato” (cioè nel gruppo di case intorno alla propria), avevano rapporti di familiarità reciproca e si aiutavano nella quotidianità di quegli anni. Gli animali abitavano spesso con le persone, in condizioni igieniche a dir poco precarie, oggi inimmaginabili, e per molti arrivare alla fine del mese non era scontato. Quando sopraggiunse la guerra, le...

Sull’Appennino tra parentesi / Castelluccio

Tra i Castelluccio d’Italia, il “mio” è la frazione che sta sopra a Porretta Terme, sulla dorsale che segna il confine tra l’Emilia e la Toscana. Per le carte amministrative è provincia di Bologna, anche se a brevissima distanza ha principio la provincia di Pistoia. Il paese è un pugno di case raccolte tra la chiesa di Santa Maria Assunta, edificata a ridosso di un’asperità rocciosa, detta il Sasso, e il castello Manservisi, sito di antiche origini che venne rimesso in sesto nell’Ottocento medievaleggiante. A cavaliere della montagna, Castelluccio sembra correre su una cresta sottile. Lo circondano ampie discese verdi, che digradano verso il fondovalle. In direzione sud, si staglia la massa imponente del Corno alle Scale, ma la vista è innanzitutto occupata dal monte Piella, che con i suoi 1200 metri sovrasta gli 800 metri di Castelluccio. Negli anni lunghi dell’infanzia per me il piccolo borgo rappresentò un luogo che aveva la stessa consistenza delle “fole” raccontate da nonna Norma.   Come quelle, infatti, faceva parte dell’immaginario di un’epoca, quella della giovinezza della nonna appunto, che lì, nel piccolo agglomerato di case di contadini del Parchié, era nata. Più...

La fine del mondo / Ultimo Appennino: strade che si perdono nel nulla

C’è una pagina calabrese che Ernesto De Martino consegna alla prosa intensa di La fine del mondo, il suo saggio sulla perdita della presenza e la fenomenologia delle “apocalissi culturali” che inasprivano la vicenda umana delle plebi rurali del vecchio Sud contadino fino agli anni del secondo dopoguerra: «Ricordo un tramonto, percorrendo in auto qualche solitaria strada della Calabria. Non eravamo sicuri del nostro itinerario e fu per noi di grande sollievo incontrare un vecchio pastore. Fermammo l’auto e gli chiedemmo le notizie che desideravamo, e poiché le sue indicazioni erano tutt’altro che chiare gli offrimmo di salire in auto per accompagnarci sino al bivio giusto, a pochi chilometri di distanza: poi lo avremmo riportato al punto in cui lo avevamo incontrato. Salì in auto con qualche diffidenza, come se temesse una insidia, e la sua diffidenza si andò via via tramutando in angoscia, perché ora, dal finestrino cui sempre guardava, aveva perduto la vista del campanile di Marcellinara, punto di riferimento del suo estremamente circoscritto spazio domestico. Per quel campanile scomparso, il povero vecchio si sentiva completamente spaesato: e solo a fatica potemmo condurlo sino...