Speciale: Tavoli

Tavoli | Marina Spada

Ci si sente un po’ colpevoli a osservare il tavolo di Marina Spada in sua assenza. Sembra quasi di tradire la trasparenza di uno spirito creativo cristallino, dotato di una rara schiettezza di sguardo e di voce. Proprio come quello di Piero Chiara, che dalla copertina di “Confini” veglia su questo spazio di lavoro. Eppure non si rinuncia facilmente al piacere visivo dei tocchi di inaspettata civetteria – le fantasie a pois di una trousse, gli alberelli o il rosa dei post-it – che emergono dall’essenziale tavolo ferrigno. E che di certo contrastano con le voci critiche approssimative di chi talvolta ha la pretesa di sintetizzare il cinema di Marina Spada, e la Milano che questa mette in scena, con l’aggettivo “grigio”. Un dépliant sui musei meneghini e un romanzo – Splendido splendente di Ivan Guerrerio, sullo sfavillante proscenio della Milano da bere – riflettono al contrario l’interesse per le mille note cromatiche di una città natale scelta anche come luogo di lavoro e di insegnamento.   La mappa concettuale della regista non si configura come una rete di link virtuali (non a caso,...

Tavoli | Emiliano Ponzi

Ci sono due tavoli. Il primo si vede subito: è fatto di angoli retti e composti. È un avere le idee chiare e pulite, un fare linee pulite. Un allineamento di pensieri e modi per generare uno spazio dentro al quale gli oggetti si muovono e danzano. Un'interazione fatta di proseguimenti e intersezioni. Una costruzione, precisa e dinamica. Una bella sensazione di rigore ma di fantasia, di movimento e di stabilità.   Dicevano gli antichi, lo dice Michelangelo, lo ripete Munari, che si arriva alla sintesi con un incessante lavoro di analisi, uno sciogliere di nodi, un metodo. C'è una quotidiana classicità nel vizio del fumo, nel metodo preciso per farsi una sigaretta e scegliere con che accendino iniziare la giornata.  Ci sono uno schermo, un portatile aperto, un iPad in un angolo e un telefono. Cerca, disegna, ascolta della musica, senti una voce. Il secondo tavolo invece non si vede subito.   È quello fatto di questi stessi oggetti, leggermente disallineati. Lo schermo che riflette la luce della finestra, una scatola ha il coperchio girato dal lato opposto alla sua gemella, un libro non ha il dorso allineato...

Tavoli | Italo Lupi

Non sapevo, non avevo mai notato, che Italo Lupi fosse mancino, come me. Gli "attrezzi del mestiere" di grafico sono lì, a sinistra del pc, pronti all'uso. Fogli bianchi, matite, penne colorate, pennarello punta grossa. Forse per fare il grafico basta questo. Non saprei, ma credo di poter dire di sì, se il tavolo sia stato "preparato" per lo scatto. Troppo nitido, come un biglietto da visita che serve a presentare l'anima progettuale di Lupi. A destra i compassi d'oro, una tavola di un illustratore a lui caro (forse un Rockwell, ma direi uno di scuola anglosassone, cui iscriverei di diritto Lupi), alcuni suoi lavori a ricordare un universo concettuale entro cui muoversi (appunti di lavoro, in una grafia perfetta), rivista Rolling Stone (non è un caso), un libro Corraini... L'asse del tavolo è spostato a sinistra; il calendario (con alcune idee grafiche stupende) a dettare il ritmo; una presenza, quella della scultura, credo a fare da monito di un'esperienza o di radici profonde. C'è posto per le sedie, almeno quattro oltre quella di Lupi: segno che il lavoro è fatto di idee proprie e di...

Tavoli | Stefano Boeri

La scrivania è un tavolo profondo, quasi quadrato, al centro della stanza, e dalla quantità di sedie dà l’idea di un tavolo di lavoro collettivo. Nella configurazione qui immortalata si fanno notare la duplice copia de La regola e il modello di Francoise Choay, in italiano e in francese, il catalogo di Mutations (uno dei libri piú importanti nella formazione degli architetti cresciuti negli anni zero), un catalogo di Sao Paulo Calling, un po’ di oggetti tecnologici, una clessidra, quotidiani, fotografie.   Come baricentro del tavolo, una reliquia proveniente dagli anni 80: un busto di Diego Armando Maradona. Al centro di fotografie, riviste, giornali, cataloghi di mostre, a tenere in equilibrio questo microcosmo, troviamo Diego, nella forma più volte utilizzata per fermare nel tempo personaggi del suo calibro, dalle maschere funerarie egizie, ai reliquiari medievali, ai busti di Bernini.   Come si tengono insieme tante attività, interessi, impegni? Serve un colpo di genio, o una sua rappresentazione.  

Tavoli | Antonio Alberto Semi

Millepiani di carte, stratificarsi di cartellette, fogli sparsi, appunti e alcuni libri nel tentativo di dominarli: scivolano, sfuggono all'ordine geometrico cercando il loro equilibrio a margine, sull'angolo di un lungo tavolo di legno biondo che espone i propri nodi e venature, come una tela distesa. Se non fosse per il peso specifico delle parole, il vento che da un momento all'altro potrebbe entrare dalla finestra, sottrarrebbe il senso a un familiare disordine. Da questo centro, nello studio si irradia la luce di una composta palette di colori: bianco su bianco, ocra ramato, sfumature miele o senape, il tessuto granata del tappeto che risponde a un tondo sgabello blu klein. Due volumi suggeriscono una vita, una geografia dell'anima. Esiste qualcosa più autobiografico di una bibliografia? Le storie della Venezia di Antonio Alberto Semi, si accompagnano al suo lavoro, quello dell'ascolto e dell'analisi. Al vertice opposto, una lampada e due computer dominano lo spazio, si direbbe, lo ingombrano. Solo un calcolatore è acceso, nell'attesa il pulsare del salvaschermo crea figure spirografiche. Come a percorrere l'asse mediana di...

Tavoli | Uliano Lucas

Il tavolo di Uliano Lucas non si trova nello spazio chiuso di uno studio. Non vi sono oggetti familiari a cui aggrapparsi: libri, fogli, matite. Non c’è nemmeno una macchina fotografica. Si vedono solo un ripiano bianco e una sedia, in attesa di qualcuno che potrebbe arrivare da un momento all’altro. Eppure, nella sua estrema semplicità il suo tavolo è come un magnete che attira lo sguardo, uno spirito incastrato in una forma che non riesce a contenerlo, direbbe Charles Bukowski. Si nota immediatamente l’elemento essenziale per un fotografo: la luce, che duplica il tavolo sulla parete lignea. Una luce così intensa da confondersi con la materia della superficie marmorea. Poiché è questo il luogo in cui Lucas nasce, dove il fotografo viene alla luce: un tavolino del leggendario bar Jamaica a Milano.   Negli anni Cinquanta e Sessanta da qui sono passati artisti, fotografi, scrittori, giornalisti. Al bancone del Jamaica si potevano incontrare Piero Manzoni, Ugo Mulas, Mario Dondero e il clima era quello del fermento di idee, delle infinite possibilità, del futuro che si poteva toccare con una mano, tanto che lo...