Motion capture
Tommaso Isabella

Tommaso Isabella si occupa di cinema e studi visuali. Laureato in Lettere, ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università di Bergamo. Scrive per Doppiozero e Filmidee. Collabora con il festival Filmmaker per il quale ha curato un e-book sull’artista inglese Ben Rivers. 

01.04.2015

Psychic Driving. William E. Jones

Quando Henri Michaux fu coinvolto nel progetto di un film, che intendeva mettere in immagini lo “spazio interiore” da lui esplorato nelle esperienze con la mescalina (Images du monde visionnaire, 1963), volle inserire un preambolo in cui dichiarava la sostanziale impossibilità di tale impresa. Nonostante gli auspici riservati a un medium che parrebbe naturalmente visionario, il cinema ha sempre sbattuto il muso contro le “porte della percezione”: i tentativi di mimare la dimensione soggettiva dei fenomeni allucinatori si sono ridotti per lo più a surrogati illustrativi, chincaglieria ottica. D’altra parte, è proprio estremizzando la sua qualità oggettuale che il cinema può approssimarsi a una zona centrale dell’...

21.01.2015

Baruchello. Il cinema va servito freddo

“Un tacchino congelato di produzione americana viene fatto a pezzi, sezionato e tritato. L’operatore, nudo, riconfeziona poi il materiale così ottenuto e lo ‘rispedisce al mittente’, dandogli cioè sepoltura in una minuscola bara.” Ripensando al bizzarro rituale qui abbozzato, poi messo in atto e registrato da Gianfranco Baruchello, ci si può chiedere se un simile trattamento non sia quello che l’artista ha sempre riservato al cinema, al suo linguaggio industriale e alle sue meccaniche associazioni d’immagini: farlo a pezzi, mostrarlo nudo e crudo. Il cinema va servito freddo: mentre osservo la pacata macelleria di Costretto a scomparire (1968) ripenso al titolo della personale di Baruchello alla Triennale, Cold Cinema, la...

03.12.2013

Michelangelo Frammartino. Alberi

Una sala cinematografica abbandonata è invasa dalla vegetazione: si potrebbe pensare a un’immagine di rovina, come le sale spettrali che aprono il recente The Canyons di Paul Schrader, un deterioramento fisico che evoca la disgregazione non tanto del cinema in sé, quanto della sala come dimensione della sua esperienza. Il luogo è il vecchio cinema Manzoni, sontuosa struttura in cui sessant’anni fa si celebravano gli ultimi fasti di quello che Siegfried Kracauer chiamava il “culto della distrazione”: gli affreschi classicheggianti dell’atrio, gli ottoni appannati, il carminio sbiadito delle passatoie e del linoleum – una pompa già disseccata quando il cinema chiuse definitivamente nel 2006. Nell’immensa platea,...

29.11.2013

Habitat [Piavoli]

Franco Piavoli è un regista troppo poco conosciuto, a dispetto delle opere eccellenti da lui realizzate: film difficilmente classificabili, poemi bucolici come Il pianeta azzurro (1982) o Voci nel tempo (1996), che osservano il trascorrere delle stagioni della terra e dell’uomo, o racconti epici come Nostos – Il Ritorno (1989). Nell’ambito del cinema italiano l’opera di Piavoli è uno dei pochi esempi di un cinema “minore” nelle sue dimensioni produttive, ma di altissimo investimento in termini etici ed estetici.   Nella sezione Italiana DOC del Torino Film Festival di quest’anno è stato presentato un ritratto del regista e della sua casa nella campagna bresciana: Habitat [Piavoli] di Claudio Casazza e Luca Ferri....

09.07.2013

Il cinema al tempo delle GIF

Quando mi capita di riaprire una conversazione di Skype e trovo che le faccette inviate in quella precedente sono ancora lì ad ammiccare, come se non avessero mai smesso di farlo, mi coglie un vago senso di inquietudine. Quello che mi turba sempre un po’, nelle animazioni GIF, ha probabilmente a che fare con questa istantanea impressione di eternità: la loro struttura che si svolge e riavvolge attorno a un brevissimo loop, a volte contratto fino a una vibrazione prolungata, uno sfarfallio. E, insieme, il loro ilare automatismo, la loro beata indipendenza da qualsiasi nostro gesto di attivazione: le GIF si sottraggono al controllo offerto dal digitale, che ci consente di arrestare, alterare, plasmare la durata di ciò che riproduciamo: apri un link e sono già lì. Ad agitarsi. Da sempre....

20.05.2013

People’s Park

È stato bello veder passare da Milano, all’ultima edizione di Docucity, un film come People’s Park di John Paul Sniadecki e Libbie Dina Cohn: non solo perché è un’opera che offre un’affascinante sezione della vita quotidiana nella Cina di oggi, ma perché ci concede di penetrarvi evitando i didascalismi e gli psicologismi che spesso ammorbano la produzione documentaria, scegliendo una forma particolare per rendere con profondità e spessore sensoriale l’esperienza di un ambiente. People’s Park è infatti costituito da un’unica ripresa video di un’ora e un quarto in un parco pubblico di Chengdu, capitale del Sichuan. Un movimento di macchina lento e fluido scorre attraverso le diverse aree, le persone...