AUTORI
Matteo Di Gesù

Matteo Di Gesù è nato a Palermo nel 1971. Si è laureato in lettere con una tesi sulla Neoavanguardia italiana e ha conseguito un dottorato di ricerca in italianistica sulla letteratura postmoderna. Si è occupato dell'invenzione letteraria dell'identità siciliana ed è stato per molti anni editorialista dell'edizione di Palermo de «la Repubblica». Attualmente è ricercatore di Letteratura italiana, disciplina che insegna nell'università della sua città.

19.07.2011

Vincenzo Monti / Dopo la battaglia di Marengo

La cattiva retorica è stata una delle cause dell’insofferenza di molti italiani verso la nozione stessa di patria. Questa poesia di Vincenzo Monti ne è forse il paradigma esemplare; a suo disdoro la conclamata scarsa propensione dell’autore, in anni di sommovimenti politici e militari, alla coerenza e al coraggio civile (attitudine invero molto italiana) e la scelta sciagurata del metro: quelle quartine di ottonari, quei versi tronchi alternati risuonano come una cantilena e più che infondere amor patrio sembrano anticipare le gesta del Signor Bonaventura (i meno giovani se ne ricorderanno...). Va detto tuttavia che Monti, dopo la temporanea riconquista ad opera degli austriaci della Lombardia, era stato costretto a riparare a Parigi, come molti...

11.07.2011

Verga / I Malavoglia

Una pagina di grande letteratura, è risaputo, può essere più efficace di un saggio ponderoso. A proposito del sentimento di estraneità, se non di rifiuto, che i nuovi italiani ebbero verso il nuovo stato nazionale, bastava riguardarsi il capitolo IX dei Malavoglia; è tutto lì il sugo: la terza guerra d’indipendenza, la notizia della disfatta di Lissa e della morte di Luca, arruolato con la leva obbligatoria, subitaneo dono della neonata Patria unita alle masse popolari, e imbarcato su una nave che si chiamava Re d’Italia (in un conflitto, è bene ricordarlo, che la nazione avrebbe potuto evitare, essendo state offerte al governo italiano, in cambio della neutralità, le stesse concessioni che avrebbe ottenuto a guerra...

11.07.2011

Traiano Boccalini / Ragguagli di Parnaso

Per una volta, in questo Ragguaglio del capolavoro barocco di Triano Boccalini, non ci si lamenta di una ennesima aggressione militare al territorio italiano o di un dominio straniero esercitato con le armi: stavolta a fare le spese dell’invasione subita (a opera degli Spagnoli) sono gli abiti, la lingua e addirittura il cibo nazionale, scalzati dalla voga esterofila. Ma ancorché l’attentato alla libertà e all’indipendenza sia stato perpetrato sugli usi e costumi nazionali, i suoi effetti non sono meno esiziali . Una accorata denuncia di quello che qualche secolo dopo si sarebbe chiamato imperialismo culturale, insomma.     Parte Terza, Ragguaglio XXXIII   Dopo un importantissimo avviso portato in Parnaso da un poeta...

04.07.2011

Paolo Volponi / O di gente italiana

  Quasi a suggello della sua carriera letteraria, Paolo Volponi, pochi giorni prima di morire, scrisse questi versi amarissimi sull'Italia “infetta”. In O di gente italiana, pubblicata sul Corriere della sera il 3 febbraio 1999, l'autore delle Mosche del capitale allegorizza senza indulgenze il degrado della già dantescamente Italia “puttana”, ancora capace se non altro di piangere o rincorrere i propri figli, trasfiguratasi ormai in “un incanaglito / furente travestito” che si prostituisce “sui raccordi”.      Italia, o di gente italiana; eri una povera puttana chiusa nella sua sottana di casa, con neri occhi vividi non guardavi per poter obbedire meglio, toccare, curare...

04.07.2011

Salvatore Quasimodo / Il mio paese è l’Italia

  Una delle nove poesie della raccolta La vita non è sogno, nella quale Quasimodo ribadiva la svolta ‘civile’ della propria scrittura (già testimonia nella precedente Giorno dopo giorno) Il mio paese è l’Italia venne composta, come le altre della silloge, negli anni dell’immediato dopoguerra. Sospeso tra ricordo e riscatto, tra lutto e tensione alla vita, il poeta è custode della memoria della tragedia bellica e dello sterminio e insieme fautore dell’utopia di una patria comune.     Più i giorni s’allontanano dispersi e più ritornano nel cuore dei poeti. Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno con le colline di cadaveri che bruciano in nuvole di nafta, l...

27.06.2011

Vincenzo da Filicaia / Sonetto LXXXVII

Chi volesse prendersi la briga di scorrere i volumi delle Rime degli arcadi, scoprirebbe che i poemi patriottici vergati da quella schiera di augusti classicisti sono una vera pletora. Nel novero degli arcadi civili spicca il nome di Polibio Emonio, alias Vincenzo da Filicaia, per la serie di sei sonetti e due canzoni che il poeta dedicò all’Italia (ma di Filicaia, anche e soprattutto in questa sede, andrebbe altresì ricordato il memorabile sonetto Sopra il giuoco del calcio al Serenissimo Sig. Principe di Toscana: inconsapevole vaticinio degli unici fasti nazionali condivisi dagli italiani contemporanei). Di quella sequenza di liriche patriottiche, questa è forse la più originale.     Italia, Italia, o tu cui feo la Sorte Dono...