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conversazione

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Ecologia della Parola / Il piacere della conversazione

Ecologia della Parola. Il piacere della conversazione di Anna Lisa Tota, uscito questo inverno per Einaudi, è un libro impegnato, militante. Arriva come una vera e propria assunzione di responsabilità da parte di una rappresentante del mondo dell’accademia (Tota è professoressa ordinaria di Sociologia della Comunicazione a Roma III) di fronte al dilagare, nelle conversazioni faccia a faccia così come in quelle costantemente rilanciate dai media vecchi e nuovi, di una comunicazione patologica, fomentatrice di divisione e di odio. Prendere la parola, per Anna Lisa Tota, significa, allora, scegliere di mettere in gioco il proprio patrimonio di studi e di letture, per rivolgersi a un pubblico più ampio della nicchia dei lettori di libri scientifici, in vista di una missione civile superiore. Il libro, infatti, si presenta come un invito a riconoscere i segni della disfunzione nel modo di conversare di ognuno. È questo un modo peculiare di agire politicamente nella società, nella convinzione che promuovere un miglioramento della qualità della conversazione dei singoli contribuisca a migliorare la qualità della vita di tutti. Ma cosa significa conversare meglio? Già dalle prime pagine...

Giuseppe Longo / La gerarchia di Ackermann

“L'età d'oro della sicurezza”, la chiamava Stefan Zweig e spiegava che “nella nostra monarchia austriaca, quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità.” Dopo la prima guerra mondiale quell’edificio fatto di tradizione, di buone regole e di pacifiche gerarchie sociali andò irrimediabilmente in frantumi. La monarchia danubiana sparì, ma a preservarne la memoria e le tracce ancora visibili e soprattutto a conservarne le voci, gli stili, l’arte della conversazione, l’identità culinaria e la nostalgia per una felicità che sembrava infinita s’incaricò la letteratura che diede rappresentazione al crollo di quell’epoca. Una fine apparentemente inattesa ma in realtà preparata quasi con cura nelle pieghe della follia della macchina burocratica, nella gigantesca rimozione collettiva del disastro politico che si stava apparecchiando e di cui erano visibili, a chi li voleva vedere, gli indizi. Quel mondo che improvvisamente diventò passato, quella Welt von gestern, come s’intitola il celebre libro di Stefan Zweig, costituisce la filigrana nascosta del romanzo di Giuseppe O. Longo La gerarchia di Ackermann, già uscito in una prima...

Dialogo di due milanesi (in vacanza) sull'Expo

In un agriturismo del centro Italia, ai bordi della piscina, due signori milanesi, all'inizio dell'età di mezzo, conversano ai bordi della piscina. A: Devo dire che quest'anno il caldo è stato tremendo. Non ha mai smesso. B: Non lo dica a me. Mi fermo solo una settimana e poi si ricomincia. A: Anch'io ho preso meno ferie ad agosto perché avevan detto che la città sarebbe stata piena di gente per via dell'Expo e invece... B: No, ma guardi. Gente ce n'era. Magari non si vedeva tanto. Comunque la città era più viva del solito. Volendo ogni sera c'era una cosa diversa da fare e poi c'era lo stesso Expo. Con 5 euro, la sera ti fai una girata e ti diverti. A: Ma perché lei quante volte c'è stato? B: Due volte di giorno e due di sera. E ci ritorno! A: Uella peppa! Che esagerato! B: Ma guardi che non ė mica male. E poi non è che c'è un Expo tutti gli anni. A: Sarà. A me han detto che è un po' una baracconata, che allora tanto vale andare a Gardaland. B: E chi glielo ha  detto? A: Ma si sente in giro: che era partito con il tema di nutrire il pianeta e...

A Yi: un inizio

È difficile parlare delle persone. Chi sono, cos’hanno in testa, o nel cuore, nel fegato, nella cistifellea (il demonio, secondo medioevali intuizioni?). Più facile dire che A Yi è considerato da molti il migliore della sua generazione: gli autori nati negli anni ’70.  Io però voglio andare più in là di una semplice intervista (quante volte gli avranno fatto le stesse domande? Quanti automatismi ha introiettato per difendersi, per nascondersi?).   Eccolo, A Yi: ci guardiamo negli occhi. Seduti al tavolino uno di fronte all’altro, l’interprete sa metterci in contatto con discrezione, scompare, insomma siamo io e lui e nel suo sguardo vedo un Thomas Milian (occhi a mandorla, certo…): altro che timido. Eravamo al Bookworm: vino, tè, e libri sugli scaffali tutt’intorno.   Ma la memoria mi ha preso la mano: inganna.  Mi tiene fermo su un solo sguardo, un momento solo dentro a un lungo colloquio. Perché è su quello sguardo che io e A Yi abbiamo inaugurato un’amicizia. Parola grossa? Diciamo che ci siamo intesi.   Invece era arrivato timido,...

Quel che resta del resto

Cioè. Voglio dire. Nella misura in cui. Una sorta di… A ciascun periodo il suo intercalare. Le parole che si infilano in ogni incontro, in ogni intermezzo, in ogni conversazione.   Pensavo – ascoltando le voci di Radio Tre - che questo fosse il periodo di “una sorta di…”. E non a caso: siamo in una fase dove su ogni fronte è difficile definire e precisare. All’esattezza dunque ci si avvicina per approssimazioni progressive, per passi successivi e somiglianze che si svelano a poco a poco. Mi sbagliavo. L’intercalare che si sta imponendo è un altro: “il resto tutto bene”.   Due si incontrano: – Come va? – chiede uno. – Il resto tutto bene! – risponde l’altro.   Ma che razza di risposta è? In situazioni e città diverse, più volte ho sentito negli ultimi giorni questo scambio di battute. All’inizio non avevo capito. Convinto di essermi perso la parte iniziale della risposta. Invece no, la risposta è proprio quella: “il resto tutto bene!”.   È evidente che chi risponde ha un...

Étonnants Voyageurs

Ci sono due modi di vivere un festival: o ti dai al meticoloso inseguimento del programma o ti affidi al caso. Incerto sulla strategia, opto per una terza soluzione: l’esterno. Sotto un sole allegro e insolito, la città vecchia è circondata dal mare e dalle barche: un trimarano da regata, cattivo ed elegantissimo, troneggia lungo la banchina di fianco al salone del libro; più avanti, una piccola flotta di catamarani vira di fronte alla scuola di vela dove giovanissimi francesi multicolore apprendono i rudimenti delle loro future esplorazioni (del resto è proprio qua in Bretagna che Richelieu nel 1625 allestì i cantieri che avrebbero rimediato al ritardo in cui versava all’epoca la Francia nella conquista dei mari). Tra brezze e riflessi mi abbandono alla deriva del caso. Finisco nella sala in cui c’è Paolo Rumiz. Il festival gli dedica spazi ampli e prestigiosi, racconta la sua navigazione lungo il Po a bordo di un catboat in legno: “per viaggiare bisogna essere pronti a lasciarsi dietro tutto ciò che conosciamo e accogliere quello che il caso ci metterà sotto gli occhi”. Ha ragione. Bevo un...

Mona Hatoum, Measures of Distance

Un anno prima della caduta del muro di Berlino, data che chiude simbolicamente la stagione del bipolarismo Urss-Usa, e da cui emerge una mappa geopolitica variegata quanto mutevole, Mona Hatoum firma il video Measures of Distance (15’26”, Western Front Video Production, Vancouver).   Nata a Beirut nel 1952 da una famiglia palestinese costretta a emigrare, e dal 1975 londinese di adozione, Mona Hatoum potrebbe essere il prototipo di artista postcoloniale ante litteram, includendo in questa definizione tanto le rivendicazioni identitarie extraoccidentali, quanto le rivisitazioni critiche o ironiche, didascaliche o narrative dei rapporti fra l’Occidente e il resto del mondo. In altre parole, appropriandosi, generalizzando e risignificando forme e metodi di quello che Edward Said ha definito, in un testo ormai classico, Orientalismo (1978).     Measures of Distance (1988) – complice la plasmabilità dell’immagine elettronica – si caratterizza per una sapiente mescolanza di elementi biografici e politici. Immagini, voci e lingue, grafie e tempi si intrecciano nel video, costituito paradossalmente dal susseguirsi di...