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Architettura condivisa

Ho letto l’open_book di Carlo Ratti (con Matthew Claudel) Architettura Open Source con una domanda sempre più assillante: ma se fossi ammalata e dovessi farmi operare, vorrei al capezzale del mio letto operatorio un chirurgo di riconosciuto curriculum o una pletora di consiglieri globali dalle più variegate esperienze pronti a intervenire sui miei malanni?   Il chirurgo indubbiamente; tuttavia sarebbe anacronistico trascurare la possibilità che tra gli anonimi consiglieri ci possano essere altrettanti chirurghi in grado di contribuire alla risoluzione del problema. La rete è un luogo straordinario, ma non trasforma me in un chirurgo né qualcuno in un architetto se non ha studiato per diventare tale. Questo è il primo equivoco che il libro dovrebbe sciogliere: per essere architetti (nella sua più ampia accezione) serve aver studiato in una scuola apposita, aver conseguito una laurea e, per professarne il mestiere, anche aver superato un esame di Stato. Occuparsi di architettura invece è una questione che deve coinvolgere tutti e il distacco di un popolo dalla sua cultura architettonica è una perdita...

Gli agnostici dell’utopia digitale

Gli hacker stanno ridisegnando il volto delle società liberali contemporanee. Non solo perché sono protagonisti dell’evoluzione delle tecnologie digitali e della rete, che hanno un ruolo cruciale nell’economia e nelle vite di miliardi di individui. Ma anche perché le azioni degli hacker sono in grado di portare una critica fondamentale all’interno della struttura politica delle nostre società basate sulla conoscenza e sull’informazione: una critica che, seppur basata su di un pilastro del pensiero liberale, come la libertà di parola, è diretta ad altri fondamenti di questo stesso pensiero, come il diritto di proprietà intellettuale.   Lo scontro tra questi due diritti è visibile in decine di avvenimenti della storia più recente, ed è uno dei sintomi più evidenti delle contraddizioni insite in un modello di società in cui il diritto relativo alla proprietà privata si è espanso a tal punto da condizionare le nostre possibilità di leggere, scambiarci una canzone o produrre e condividere cultura. È quello che sostiene Gabriella Coleman,...