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demone

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Auguri! / Il rapimento di Babbo Natale

Santa Claus vive nella Valle Ridente, dove si trova il grande castello arroccato in cui vengono fabbricati i suoi giocattoli. Gli operai, selezionati da rompicolli, gnomi, elfi e fate, vivono con lui e tutti sono impegnati al massimo da un anno all’altro. Si chiama la Valle Ridente perché tutti qui vivono felici e contenti. Il ruscello ridacchia tra sé mentre salta rimbalzando sulle verdi rive, il vento fischia allegramente tra gli alberi, i raggi di sole danzano leggeri nell’erba morbida e le violette, come i fiori di campo, guardano sorridenti dalle loro verdi dimore. Per ridere bisogna essere contenti e nella Valle Ridente di Santa Claus la felicità regna suprema. Da una parte c’è la possente fortezza di Burzee. Dall’altra sta la grande montagna che contiene le caverne dei demoni e tra loro la valle si stende sorridente e pacifica. Viene da pensare che il nostro buon Santa Claus, che dedica i suoi giorni a far felici i bambini, non abbia nemici sulla terra e, di fatto, per molto tempo, egli ha incontrato solo amore ovunque si recasse. Ma i demoni che vivono nelle caverne della montagna cominciarono a odiarlo davvero, proprio per la semplice ragione che rendeva felici i bambini...

Andrea Tarabbia. Il demone a Beslan

Marat Bazarev è l’uomo che cammina con una testa di forca appesa alla cintura: è il demone e la vittima, il carnefice e il prigioniero, la fine e l’inizio, è Petja il bambino ucciso, e Ivan il vecchio deforme, Marat è anche l’unico attentatore sopravvissuto al massacro della scuola di Beslan in Ossezia.   Andrea Tarabbia nel suo romanzo Il demone a Beslan (Mondadori, pp. 350, euro 18,50) gli fa dono della parola, la sua unica possibilità di spiegare l’inspiegabile. Una voce priva di suoni, come L’urlo muto di Edvard Munch, dalla cui bocca deforme fuoriesce un fiume di parole che invade in maniera capillare lo spazio della narrazione. La sua testimonianza ha un andamento sequenziale, un ritmo immutabile, entro cui l’autore tenta di circoscrivere il caos con cui si deve misurare.   Così come nell’inferno dantesco, Marat scende uno dopo l’altro i gironi di un mondo a lui noto, in cui si alternano i ricordi del suo villaggio distrutto dai soldati russi senza volto né pietà, le storie dei suoi compagni, i resoconti delle giornate trascorse in prigione con i...

Alexander Sokurov. Faust

Difficile parlare di Faust. Era difficile due mesi fa, quando è piombato come una meteora incandescente quasi in chiusura del festival di Venezia, guadagnando tra applausi e sbadigli il Leone d’Oro e l’etichetta di capolavoro, ed è difficile oggi, mentre fa capolino come un fantasma altero in qualche sala dispersa, senza altro sostegno che la sua temibile reputazione. Il capolavoro. Ci vuole una buona dose di presunzione per mirare al capolavoro, per muoversi con disinvoltura fra i corridoi vetusti dell’Arte Cinematografica. E certo la presunzione non manca a Sokurov, un autore scandalosamente aristocratico, capace di affermare che “al film non serve lo spettatore, è lo spettatore che ha bisogno del film”. C’è molta arroganza, certo, ma a ben vedere anche un profondo senso di responsabilità nei confronti dello spettatore, che spende due ore della propria vita davanti allo schermo e magari su quello schermo proietta ancora un desiderio, un bisogno che non sia dipendenza dall’intrattenimento anestetico. D’altra parte il bisogno di capolavori a volte fa brutti scherzi. Penso all’acclamazione...