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disoccupazione

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Sincopi o perdite di coscienza transitorie

Frilens a bestia     Fin'ora m'è piaciuto molto essere frilens. Mi piace perché “fri” vuol dire “libero” e “gratis”, due delle mie parole preferite, insieme a “girella” e “palavino” che però è una parola russa.   Ci sono quelli che dicono che schifo i frilens sono come i disoccupati, sono barboni. Ma non è vero perché i barboni hanno la barba brutta e dormono fuori in continuazione anche d'inverno. Noi frilens invece non esiste. Se mia madre scopre che dormo fuori di notte mi butta fuori di casa che poi non può se io sono già fuori ma si vede che certe volte, quando grida non ci pensa a quello che dice esattamente.   Ho un sacco di amici frilens come me. Tutti liberi di fare come ci pare ma non ci pare mai niente di male, poi. Siamo bravi ragazzi ce lo dicono tutti anche se abbiamo quasi cinquant'anni. Ci chiamano ragazzi perché siamo giovani nel cuore. E poi veniamo tutti da esperienze diverse, io prima di essere frilens per esempio ero disoccupato che non andava bene perché la gente parla parla e mia madre...

Jennifer Egan. La fortezza

Di fronte alle prime pagine de La fortezza di Jennifer Egan, pubblicato originariamente nel 2006 con il titolo The Keep e ora tradotto in italiano da minimum fax, si ha l'impressione fortissima di fare un salto indietro nel tempo, quando il principale intento di uno scrittore postmoderno era quello di riflettere sul proprio ruolo di scrittore postmoderno: il primo nome che viene in mente è John Barth e la sua raccolta di racconti metanarrativi Lost in the Funhouse (1968). La situazione che apre il romanzo è infatti letteraria e antirealistica nella sua essenza: un trentacinquenne newyorkese si trova nel cuore della notte alle porte di un castello, da qualche parte nell'Europa centrale, e porta con sé soltanto uno zaino, un paio di «stivaletti da hipster» e un'antenna parabolica. Il castello si staglia nero e scuro su un paese senza nome, è mezzo diroccato, le sue mura antiche sembrano sprovviste di un'entrata. Siamo evidentemente da qualche parte tra la citazione esplicita di Kafka e suggestioni alla Gormentghast, riferimenti europei che suonano ancora più letterari perché vengono da una penna statunitense...

La felice e coraggiosa avventura di diventare sé. Cagliari

Continua la collaborazione con Il Giornale delle Fondazioni - Giornale dell'Arte. Pubblichiamo oggi un approfondimento su Cagliari, città italiana candidata a Capitale Europea della Cultura 2019 con un'intervista a Enrica Puggioni, Assessore alla Cultura, Pubblica Istruzione, Sport, Spettacolo e Politiche Giovanili - Comune di Cagliari.       Di quale struttura organizzativa intende dotarsi la città per la governance della candidatura e del proprio programma? Vorrei, prima di rispondere alla domanda, fare una breve premessa che faccia capire il senso e il significato della candidatura di Cagliari e che spieghi anche il modello di governance adottato. Per noi la candidatura non è un progetto, ma un processo, che si innesta, costituendone in un certo senso una sintesi a livello superiore, su un percorso di sperimentazione, produzione e formazione che individua nella cultura, e quindi nella creatività e nell’innovazione dei saperi, un motore di sviluppo urbano, economico e sociale.   Per tale motivo, e anche perché stiamo ragionando in termini di legacy per il territorio e per le comunità, di...

Come sopravvivere alla fine dell’anno europeo della cultura

Continua con una nuova forma la collaborazione con Il Giornale delle Fondazioni - Giornale dell'Arte. Da oggi pubblicheremo un approfondimento sulle città italiane candidate a Capitale Europea della Cultura 2019. Oggi pubblichiamo un'intervista a Franco Bianchini, Professore di Politiche Culturali e Pianificazione alla Leeds Metropolitan University.     Il titolo di Capitale Europea della Cultura rappresenta una grande occasione, da saper cogliere, per sviluppare un approccio alla pianificazione strategica, che faccia della cultura uno strumento per lo sviluppo economico e sociale, una nuova forma di welfare. Quale evoluzione ha avuto il ruolo della progettazione culturale nella storia del programma ECoC (European Capital of Culture)? Tutto iniziò da Glasgow, quando ancora il programma si chiamava città europea della cultura. Era il 1990 e la città  scozzese era simbolo del declino economico e della disoccupazione, ben lontana dalla solida reputazione internazionale che potevano vantare, dal punto di vista artistico-culturale, le città che l’avevano preceduta, ovvero Parigi, Berlino, Amsterdam, Firenze e Atene...

Io lavorerò

Ho arrischiato il mio ingresso nel mondo del lavoro nel settembre del 2004, saranno quindi dieci anni tra poco. Già allora il lavoro culturale era per pochi: a nessuno sembrava interessare la mia tesi di laurea sulla governance dei musei italiani, tranne, così parve, alla galleria d'arte di Roma presso la quale riuscii ad ottenere uno stage. “Quanto ti danno?”, mi chiese mio padre. “Babbo, non essere volgare, non di solo pane vive l'uomo.” “Quindi devo mandarti il bonifico anche questo mese?” Comunque sia, le mie aspettative furono deluse, e fu un'esperienza molto breve e scoraggiante; così quando, mesi dopo, mi accorsi che al posto della galleria avevano aperto un'agenzia immobiliare per ricconi, non mi rammaricai più di tanto. Oltretutto avevo subito trovato un altro stage, questa volta in un'istituzione che si occupava di scambi culturali tra i Paesi del Mediterraneo, quindi mi sentivo felice; vuoi mettere la soddisfazione di parlare in inglese e francese con professori universitari libanesi? “Ma quanto ti pagano?”, insisté mio padre. “Babbo, non essere volgare, non lo...

La top ten è gentilmente offerta da Maalox Plus

La prima volta fu per caso. Laureato al Dams di Bologna indirizzo canterini, volevo fare la rockstar, le preoccupazioni erano relative agli arrangiamenti e il tempo aveva a che fare con la scansione metrica della partitura. Dopo un concerto a Roma il gestore del locale mi disse “ho solo banconote da mille euro, vi faccio un assegno” e io pensai, adesso lo compila in macchina e lo intesta ai Good Ole Boys! Tutto sommato non me la passavo male, vivevo in 4/4 ma un po’ ci pensavo a questa storia del lavoro serio. La seconda volta fu per caso, uno stage per una free-press bolognese. Niente male, pensai, una redazione, accrediti, anteprime. Invece al colloquio mi dissero: “si tratta di distribuire i quotidiani al semaforo”. Gentilmente rifiutai.   Poi venne Milano con le sue lucine, gli ape, la circonvalla, le rape nelle pagine di cronaca, un master e le allettanti prospettive di lavoro. Pochi mesi al Piccolo Teatro, quello di Strehler, poi in una grande agenzia di comunicazione e lì il tempo cambiò significato, importanza, valore. Tutto fu risucchiato nell’immenso tritacarne dei mass-media e si trasformò in una...

Il lavoro si paga

Oggi l’appuntamento in ospedale. Mamma sarà lì per il monitoraggio. L’ha detto stamattina quando ho sentito un timbro nervoso: “Oggi andiamo a fare un controllo”. Lei starà ferma, sdraiata, supina per circa mezz’ora, con una cintura intorno alla pancia che segnala la frequenza e l’intensità delle contrazioni. Presto ci incontreremo, ci guarderemo negli occhi per la prima volta e da quel giorno, forse, la vedrò più serena. Avverto l’infelicità della mamma. L’ho sentita piangere, lamentarsi tante volte e l’ho ascoltata dire “Sto subendo un mobbing ed è tutta colpa tua!” (mia!) Ho capito. Il nervoso di stamane: non mi ha rallegrata prendere consapevolezza che la sua rabbia fosse rivolta verso di me. Lei subisce un mobbing. Ma che cos’è? Ho capito che il direttore quando ha saputo dello stato interessante di mamma ha bofonchiato delle congratulazioni per poi cominciare un vero attacco contro di lei. Turni massacranti, scadenze impossibili che l’hanno relegata da subito in ufficio obbligandola a straordinari serali e, quasi ogni...

Ciclo vitale di un’inoccupata

Mi presento, sono una venticinquenne entrata nel girone degli ufficialmente disoccupati in un assolato ma freddo mattino del dicembre 2011. Ricordo ogni nanosecondo di quel giorno e ripensando alla scena oggi avverto un retrogusto che ha un non so che di apocalittico. All’indomani del tanto agognato traguardo della laurea specialistica, mi siedo davanti al computer e compilo ingenuamente una candidatura in rete. Con soddisfazione inserisco il titolo di studio conquistato con tanta fatica e sul più bello… un fulmine a ciel sereno: sullo schermo appare l’espressione situazione occupazionale. Amara scoperta, la definizione di “studente” non mi donava più, e mi calzava a pennello quella di laureata in cerca di prima occupazione.   Dopo la triennale avevo già compilato molte candidature e inviato tanti curriculum, ma volete mettere l’alibi e la rassicurazione di essere ancora una studentessa? E improvvisamente cos’ero diventata? Una nullafacente, bis-patentata, ma pur sempre una nullafacente. Non ero pronta per questa presa di coscienza e i sensi di colpa e la frustrazione col tempo sono diventati insopportabili...

La storia della mia generazione

Nel 2008 Andrea Malabaila mi contatta. Dice di voler aprire una casa editrice. Allora era ancora tutto in fieri. Malabaila stava ancora scegliendo il nome. “Ma penso che alla fine la chiamerò Las Vegas”. Io ricordo di essere sbiancato. Ricordo di aver pensato “Ma perché proprio Las Vegas?”. Las Vegas mi ricordava slot machines, casinò, Cadillac, plastica, tette siliconate, fiches. Perché voler evocare questa dimensione nella mente dei lettori, quando in fondo un libro vuole portare un po’ di sapere, silenzio, meditazioni, monotonia, monocromia, pace, apertura agli altri? “Beh”, ricordo che mi ha risposto Malabaila, “Ma perché per me è una scommessa. Aprire questa casa editrice è più o meno come scommettere al casinò”. Certo, a ripensarci adesso, questa è proprio una frase tipica delle persone della mia età. È una scommessa. Un tentativo. Una questione provvisoria. Malabaila ha ragionato come uno della mia età – non posso dire della mia generazione, perché la mia generazione non esiste, non è mai esistita e se...

Malpagato derubato deriso disgregato e ti amo Mariù

Alla borgata, il quartiere in cui sono nato, un sacco di bambini rispondevano: il calciatore. - Cosa vuoi fare da grande? - Il calciatore. Ci è riuscito solo Enzo, per un breve periodo e collezionando una quantità incredibile di autogoal. Adesso fa il posteggiatore abusivo a Roma. L’ho incontrato qualche mese fa, mentre mi accingevo a sostenere l’ennesimo sfortunato colloquio di lavoro. Ci siamo guardati negli occhi a lungo, poi abbiamo fatto finta di non conoscerci. Avrei voluto chiedergli l’autografo. Era l’unico calciatore che avessi mai conosciuto, ma ho pensato che non fosse il caso. Nel mio quartiere, comunque, non c’erano soltanto i calciatori, c’erano anche i bambini più fortunati, quelli che guardavano beati loro tantissima televisione e rispondevano: il meganoide o, in alternativa, il giocatore di golf. - Cosa vuoi fare da grande? - Il giocatore di golf. SPA-GHEEEEEE-TTI! Ce l’ha fatta solo uno di noi. No, non a fare il giocatore di golf, quello era chiaramente impossibile. Intendevo dire che è riuscito a diventare meganoide. Merito dell’eroina. L’ha amata a tal punto che...

Il caffè degli eroi

“Tre caffè e tre bicchieri d’acqua frizzante”.   Ogni giorno la stessa storia, che si ripete uguale, immancabile, con la sacralità di un rito. Ore 15.30, puntuali. L’unica forma di regolarità che ci siamo dati o che ci è rimasta è questa, l’appuntamento al bar per il caffè. In pratica è così che inizia la nostra giornata. Abbiamo abitudini molto simili, ci alziamo giusto in tempo per pranzare, non proprio quando tutto è pronto, ma una mezzoretta prima, il tempo di collegarci su Facebook e dare il nostro fondamentale contributo al mondo. Quando è pronto ci chiamano a tavola e ci sono delle giornate storte in cui proprio non si riesce a parlare del più e del meno e ci tocca pure giustificare il motivo della nostra esistenza; spesso non ci viene riconosciuto il ruolo fondamentale che ricopriamo all’interno della famiglia e nella società  in genere, e questo a volte ci dà delle preoccupazioni. Per fortuna dopo pranzo ci possiamo rilassare un po’ sul divano e guardare i Simpson. Un’altra occhiata a Facebook e finalmente arriva l...

Laborinto

I dati sulla disoccupazione giovanile sono in continua, costante crescita ovunque nel mondo, particolarmente in Italia, non c’è più lavoro per i giovani, ma anche per i non più giovani la situazione non è meno difficile, dal momento che chi perde il lavoro, molto difficilmente lo ritroverà. Una quantità enorme di persone, spesso prive di mezzi di sussistenza o temporaneamente sostenute dagli ammortizzatori sociali, destinati comunque a esaurirsi, costituisce la manifestazione di un corpo ormai frantumato alla disperata ricerca di se stesso. Ancora una volta il lavoro si rivela come l’unica pratica in grado di comporre i corpi, il sé; il soggetto, un corpo già ormai in pezzi, domanda un padrone che, agendo sul lavoro come procedura di compimento dell’esistenza, sappia rimetterne insieme i pezzi.   Sembra di trovarsi di fronte al ciclo della specie, quando l’individuo è ormai incarcerato all’interno di un tipo e, come spiega Lacan nel suo seminario sugli scritti tecnici di Freud, in rapporto a tale tipo si annulla – l’individuo non esiste o, meglio, esiste solo quando...

L’attesa è finita

Chi sta cadendo non fa progetti, spera solo di potersi fermare.   Ennio Flaiano   La mia “dolce attesa” fortunatamente è finita ma restano, indelebili, il ricordo della fatica, della disperazione e dell’umiliazione vissute da disoccupata e la rabbia nel leggere i resoconti/racconti di altri che vivono la stessa condizione. Durante quell’interminabile quadriennio, mi ha aiutata a non impazzire del tutto “fissare” le mie esperienze in un romanzo che ho battistianamente intitolato Lo scopriremo solo scrivendo, sia in omaggio a un’antica passione musicale sia per esprimere il carattere perennemente in fieri della ricerca di lavoro mia e di tanti altri “operai della parola”. Questo è il suo epilogo, con l’augurio che anche la “dolce attesa” dei lettori abbia termine.   Facciamo a capirci   Un personale, parziale frasario interpretativo writer-friendly...   È in riunione = Non vuole parlarti È fuori sede = Non vuole parlarti È appena uscito = Non vuole parlarti Sarà fuori tutta la settimana = Non vuole parlarti...

Il Primo Maggio in Dolce attesa

Oggi si celebra la Festa del Lavoro, una festa importante per un paese come il nostro che ha scritto nella propria Costituzione di fondarsi sul lavoro. Ebbene, noi sappiamo, ce lo ricordano ogni giorno i mass media, che milioni di giovani disoccupati si aggirano per l’Italia: un popolo di circa-trentenni senza impiego. C’è chi l’ha perso, chi non ne ha mai trovato uno e chi è stato fagocitato dal precariato più fosco e disperante. Tanti hanno smesso di cercare qualcosa. Sono milioni. L’unica ricchezza che gli resta è il tempo. Quando la disillusione colma la misura, il tempo libero diventa la sola dimensione esistenziale. Per questo abbiamo deciso di pubblicare una serie di interventi, raccolti nello Speciale Dolce attesa, coordinato da Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni. Cosa fa chi non lavora? Vorrebbe davvero lavorare o va bene così? Ha riscoperto il tempo libero o riabilitato il tempo perso? Cosa vogliono questi giovani temporeggiatori senza guerra? Pesare su un welfare inesistente o lavorare? Cosa pensano di loro i genitori? E gli amici dei genitori? E i parenti tutti? Se davvero il lavoro nobilita l’...

Il tempo è un compagno crudele

Alienazione. Non mi viene in mente altro termine. Alienazione quando, al mattino, metto insieme le forze per alzarmi dal letto, preparare la colazione, vestire mia figlia, vestire me, cercare di non privare mio marito di un sorriso e qualche stralcio di buona conversazione. Quando lo lascio alla fermata del bus diretto al lavoro, lui. Quando mi inoltro tra i banchi del mercato facendo mente locale su quanto serve per casa. Quando mi dedico alle faccende domestiche, i letti, il bucato, i piatti, e faccio ingoiare all’aspirapolvere i miei sogni di giovane donna. Quando la mia unica interlocutrice di lunghe mattinate è la mia gatta. Quando mi accorgo con rabbioso scoraggiamento che i miei orari sono gli stessi dei pensionati del mio palazzo. Quando mi toglie il respiro il pensiero che le mie capacità intellettuali possano un giorno, semplicemente, cigolare, arrugginirsi, invecchiare. E per evitarlo non resta che interessarsi a tutto, con ostinazione: politica, cultura, questioni sociali. Alienazione al tavolo della libreria su cui passo ore a leggere libri che poi riporrò sullo scaffale. O quando stancamente leggo annunci di lavoro. Venditore, agente,...

La generazione peggiore

Quando il contratto non c’è, i topi ballano. Stanno tutti in fila davanti al nuovo Trony di Ponte Milvio, i topi, fanno rumore puntando al formaggio, sgomitano, rosicchiano altri dieci centimetri verso la linea gialla, perché quella è la cosa più vicina alla pensione a cui possono aspirare: è la dignità dell’arrivo, il conseguimento del legittimo risarcimento per tutta quella fatica fatta. D’altra parte si sono presentati lì alle cinque del mattino e quando hanno girato l’angolo si sono accorti di non essere né i primi né i soli. Hanno dormito in macchina, hanno accampato tende, si sono portati i fornelli da campo e sul farsi dell’alba hanno riscaldato fette biscottate col burro: se la meritano la linea gialla, se lo meritano di guardare negli occhi l’addetto alla fila che ne fa entrare due o quattro alla volta. Sono anche loro lavoratori, tutto sommato: devono arrivare a timbrare il cartellino per tempo e devono riuscirci da soli. Non si possono dare il cambio, altrimenti non vale: a uno che ha provato la carta della furbizia hanno urlato tre vaffanculo e hanno rotto gli...

Lezioni spirituali per giovani diversamente occupati

Lao Tzu Da ogni minuscolo germoglio nasce un albero con molte fronde. Ogni fortezza si erige con la posa della prima pietra. Ogni viaggio comincia con un solo passo.Ogni lavoro serio con un contratto serio.   Proverbio Il gioco è bello quando dura poco. Il lavoro è bello quando ti lascia tempo per giocare sereno.   Friedrich Nietzsche Da quando ho imparato a camminare mi piace correre. Da quando sono senza lavoro ho imparato ad amare le fatiche lavorative.   Oscar Wilde La cosa più difficile a questo mondo? Vivere! Molta gente esiste, ecco tutto. E senza lavoro sopravvive a malapena.   Proverbio Una mano lava l’altra, tutte e due lavano la faccia. Se il sapone è terminato andate al discount a piedi, per risparmiare.   Hermann Hesse La vita delle persone che lavorano è noiosa. Interessanti sono le vicende e le sorti dei perdigiorno. Questo era vero quando tutti lavoravano…   Charles Bukowski Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare. Ecco, a me piacerebbe tanto azzardare a indovinare…   Steve...

Lista d’attesa

Tra due settimane torno a lavorare. Ho sempre lavorato, io, da quando si ha l’età per lavorare, ma lavoravo anche prima, durante le vacanze d’estate, è da quando ho sedici anni o giù di lì che lavoro, lavoricchio, tiro a campare, tiro il fiato tra un lavoro e l’altro, un lavoretto e l’altro, un’occupazione qualunque. In genere resto disoccupata per troppo poco tempo per dire che sono anche disimpegnata dal lavoro, che me la godo e non ci penso. Ma non ho soldi per un totale disimpegno, voglio dire che a mio parere uno l’idea della libertà ce la può avere solo con i liquidi, una libertà contante in cui le cose quotidiane non ti preoccupano. Insomma, la libertà è benestante, mentre io sono povera e nel mio caso il lavoro non nobilita, il lavoro non ti indebita se ti piace infilare la mano in tasca e tirar fuori qualcosa oltre i pallini di polvere e filo. Io se mi metto a ravanare nella borsa oggi che scrivo per questa rubrica ho un centesimo e un biglietto per il tram già vidimato, perciò inservibile. So che in Inghilterra la gente butta i centesimi per strada. Io non...

Il Metodo

Guadagnarsi il pane è davvero faticoso e triste. L’uomo si inventa pietose bugie a proposito del lavoro. Ecco un’altra abominevole idolatria, il cane che lecca il bastone: il lavoro. Luther Blissett, Q   Sono uno che soffre di rimorso cronico. È una vita che combatto contro il senso di colpa. Ne ho uno per ogni vizio più o meno innocuo che non riesco ad abbandonare: per il consumo smodato di wurstel crudi, per la masturbazione e per il tabacco. Fumare mi dava addirittura due sensi di colpa simultanei: uno per la consapevolezza ostinata con la quale ignoravo i danni del fumo; uno perché il fumatore è uno dei capri espiatori preferiti dalla società. Quindi, (un po’ per Clelia e un po’) per sopravvivere ai sensi di colpa, decisi di smettere. Fumai la mia ultima, epica sigaretta il primo aprile 2008. A questa fece seguito una prima eccezione, una seconda eccezione, una boccata in ricordo dei tempi del liceo, una in memoria di quando nei cinema e nei film si fumava tutti assieme il calumet della pace, e via mentendo fino a diventare un fumatore sì, ma occasionale! E che comunque ha smesso...

Pochi minuti per distruggere, molti anni per costruire / Zygmunt Bauman. Conversazioni sull’educazione

Il libro di Zygmunt Bauman, Conversazioni sull’educazione (Erickson), uscito da poco e da cui è tratto questo lungo brano, è un’intervista diversa dalle solite, segnate dal botta e risposta, domande e risposte che si alternano con ritmo incalzante. Qui l’intervistatore, Riccardo Mazzeo, dirigente editoriale e intellettuale, pone al sociologo una domanda, ampia e articolata, e Bauman gli risponde per esteso. Sono tutte questioni che riguardono il tema dell’educazione.   Che ruolo devono assumere oggi gli educatori in un mondo così complesso e difficile? Che spazio c’è per quest’attività così importante per il nostro futuro nella “società liquida”? La paura e l’ansia sono i due sentimenti più diffusi tra i giovani, ma anche tra gli adulti che dovrebbero istruirli e educarli. Il teorico sociale risponde articolando prospettive ampie, facendo esempi, discutendo aspetti del contemporaneo, e persino, a volte, tracciando traiettorie tutte sue, differenti dalle interrogazioni di Mazzeo. Il libro è pubblicato dalla Erickson di Trento, una casa editrice che ha proprio al centro della sua missione culturale e civile i temi educativi, la formazione, le scienze psicologiche, la pedagogia...

O tempora, o mores

Alcuni stralci dal primo convegno: “La tassazione del tempo perso, un incentivo al lavoro sottopagato”.   Introduce i lavori il sottosegretario per la responsabilità, l’economia e la religione. “Se dal principio primo della realtà promana il bene, e sappiamo quale sia, il principio primo della realtà... il bene non può che promanare dal denaro. Ecco perché per quanto crudele possa apparire – Dio solo sa quanto mi sia costato accettare questo tipo di verità – chi non ha denaro, ahilui... non esiste. Ma le cattive notizie non finiscono qui, perché da ciò deriva che non avere alcun contatto col denaro conduce al male. Io stesso avevo proposto ad alcuni amici facoltosi uniamo il nostro denaro, facciamo una colletta di bene assoluto e sommergiamo fino a soffocarlo chi il bene non può permetterselo; un’utopia. Non perché ci siano difficoltà a organizzarsi, ma perché inevitabilmente ci troveremmo ad affrontare le ritorsioni dei soliti... poveri... malvagi. Non odiateli, amici, sono solo... sfortunati che non conoscono il bene. Chiuderei aggiungendo...

Il trigger venuto dal freddo

Nei primi giorni di disoccupazione il copywriter freelance si dedica ad attività a lungo vagheggiate. Alcuni riescono persino a leggere dei libri, ma è cosa breve. Ben presto diventa un homeless telematico: vagabonda dal sito di “Repubblica” a Pornhub, passando per qualche testata internazionale, che fa tanto cittadino del mondo, come il “NewYorker” o, per i più fighetti, “Le Monde”. Se ha l’iPad inganna l’ansia in una caffetteria illudendosi di trovarsi a San Francisco, o a Stanford o in qualche altro posto per americani gauche: la differenza è che qui se non ordina qualcosa ogni ora, lo guardano malissimo. Comunque, dopo una settimana in cui bivacca al caffè è chiaro a tutti che nella vita non fa un cazzo e l’espressione di vaga pietà delle cameriere è spesso insostenibile.   Mette allora in atto strategie miserabili: alla mattina ritarda la levata e tra colazione, studio dei giornali e accurate abluzioni diventa operativo verso mezzogiorno; di notte anticipa il momento di coricarsi, così si ritrova a dover riempire non più di dodici, quattordici...

Sfaticato sketches

Il lavoro nobilita l’uomo (detto italiano).   Non sei mai stato tanto impegnato come da quando sei sfaticato. E no, non è la vecchia battuta “anche cercare lavoro è un lavoro, peccato che nessuno ti paghi per farlo”. È proprio che tieni che fare: finisci una cosa rimasta in sospeso dal vecchio lavoro, fai una cosuccia per un sito che per il momento non ti promette niente ma domani chissà, fai un piacere a un amico, dai una mano in casa, tempo ne hai, no? No.   Sfaticato - agg. e s. m. [f. -a] (region.) che, chi non ha voglia di lavorare, di far nulla. Etim.: senza fatica, cioè senza lavoro, da cui poi nell’uso corrente il passaggio dalla condizione oggettiva a quella soggettiva.   Sicché quando ti hanno proposto di scrivere un pezzo sulla tua condizione di sfaticato, hai subito chiesto: Maaa.... pagate? Eh no, ti hanno risposto, altrimenti non saresti disoccupato. Logica ferrea, sti intellettuali post-contemporanei.       Hombre que trabaja, perde tiempo (detto messicano).   Te lo ricordi quando preparavi l’esame di Diritto del lavoro (o era Economia...

L’oroscopo del diversamente occupato

ariete Non è che tu sia disoccupato: è che ti piace farti cercare. A nascondino vincevi sempre e ti sei convinto che sei stai acquattato abbastanza a lungo prima o poi La Repubblica ti chiamerà per dirti che hai vinto (un posto). Al grido di “Tana libera tutti” ti trascinerai dietro centinaia di precari incazzati. Parola chiave: Idrocarburi. Sono sulla terra da miliardi di anni, e non hanno mai avuto problemi di impiego. Fatteli amici.     toro Sei un tipo slow. Tra un panzerotto e l’altro, il tuo giro vita è lievitato, e sembri davvero in dolce attesa. Con indubbi vantaggi: code più brevi al supermercato, posto a sedere sull’autobus, e tua mamma che non sta più nella pelle. Parola chiave: Conference call. Sarebbe come quando giochi a Xbox on line con gli amici, ma senza dual shock, purtroppo.     gemelli Disoccupato? tu sei occupatissimo, hai sempre da fare, vedi gente, scrivi... e quindi come si permettono questi? ah, lo stipendio dici? Vabbè, che colpo basso. Ora però rifletti: nessuno sa indossare come te le sneakers. Parola chiave: Tupperware. Tua zia...