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Tristan da Cunha. Fuori dal mondo

A Tristan da Cunha arriva una nave ogni cinque, sei settimane. Prevalentemente un peschereccio, l’MV Edinburgh, che a volte resta in rada per giorni prima che i “roaring forties” (i forti venti che sibilano oltre il quarantesimo parallelo) permettano le manovre di scarico di merci e passeggeri. Questa nave rappresenta l’unico filo che lega l’isola all’“outside world” – come lo chiamano qui – un concetto che comprende tutto quello che esiste oltre il muro d’acqua e anice che spesso avvolge Tristan a poche miglia dalla costa, durante la stagione invernale.     Tristan da Cunha è un’isola, o meglio un remoto gruppo di isole al largo dell’Oceano Atlantico meridionale. Io sono arrivato su quella stessa nave una sera di aprile. Lasciato il porto di Città del Capo abbiamo visto due navi cargo all’orizzonte. Una scendeva verso l’Antartide, una risaliva verso nord. Sono sparite dopo poche ore e da quel momento non abbiamo visto altro che oceano per una settimana intera. Fino a quando è apparso il profilo del vulcano, avvolto nella nebbia.  ...

Jeff Nichols. Take Shelter

Le badlands americane sono piatte e sconfinate, non nascondono nulla, non lasciano via di scampo. Per il cinema sono un luogo iconico in cui dare vita a un fantasma che non si ciba del buio, della sorpresa, dello spavento, ma del loro contrario: la luce, l’attesa, l’ansia che si insinua lentamente.   Pensate a Intrigo internazionale, all’aereo dall’alto, a Cary Grant che vede tutto e non sa dove fuggire o nascondersi: ovunque si muova è a tiro, ovunque si giri è solo terra piatta, nessun riparo o quasi. La paura lo circonda, lo soffoca. Sopravvive, certo, ma il ribaltamento di prospettive, il troppo spazio dove fuggire e dunque l’impossibilità di fuggire, generano un trauma soprattutto per lo spettatore.     A Hitchcock ovviamente non importava nulla delle terre selvagge, dei misfits, della disperazione bella e maledetta: ma come spesso è accaduto nel suo cinema, nello spazio infinito del suolo americano aveva intravisto una terra di nessuno da riempire con il rimosso di una nazione.   E cinquant’anni dopo, parecchi Malick, Springsteen, Monte Hellman e road movie dopo, il giovane...

Schifano furioso

In questo momento ctonio fa bene leggere la storia della vita di un personaggio come Mario Schifano, fa bene perché seguire la sua vicenda biografica trasmette una sensazione abbastanza precisa che ha a che fare con la forza nuda, perché ci si rende conto in forma indiretta di quanto schiaccianti ed esaltanti possano diventare gli elementi della natura quando prendono il sopravvento. Quello che colpisce nella vicenda biografica di Schifano è, infatti, una sorta di furia che sembra essersi impadronita di lui dal momento della nascita a Homs, nella terra “estrema” di Libia, e lo abbia costantemente accompagnato sino al termine della sua esistenza.   Quando nel 2002 Luca Ronchi presentò il suo film Mario Schifano tutto alla 58/ma Mostra del Cinema di Venezia, per definire il metodo seguito nell’affrontare e ordinare la grande mole di materiali visionati, in un’intervista parlò di uno stile “che Mario chiamava ‘preciso noncurante’” (“Manifesto/Alias”, 12 gennaio 2002). Preciso e noncurante è stato lo stesso Ronchi ora nel costruire questo Mario Schifano. Una biografia, (...

Mia Hansen-Løve. Un amore di gioventù

Mia Hansen-Løve è una predestinata. Classe ottantuno, già a Cannes nel 2009 e nel 2011, attrice (e poi compagna) di Olivier Assayas, critico per i Cahiers du Cinéma, coccolata ed ecumenicamente considerata l’enfant prodige del cinema nazionale dalla critica francese tutta, la regista parigina ha conquistato nel giro di pochi anni una folta schiera di estimatori sia in patria che fuori. E Un amore di gioventù, suo attesissimo terzo film, ha confermato molte delle aspettative (e delle certezze) intorno al suo lavoro, ma anche rivelato quelli che sono i limiti e le pastoie da cui una regista come lei, con la sua storia, il suo curriculum, non sembra essere in grado di liberarsi. Ma andiamo con ordine.     Un amore di gioventù è il completamento di una trilogia, è il tassello finale di una riflessione che la Hansen-Løve ha costruito sul tema della perdita e lo strumento con il quale è giunta a completare una parabola estremamente raffinata sulla necessità e la caparbietà dei sentimenti e degli affetti nei momenti della vita più critici e complessi: l’abbandono di...

#140cine: da venerdì 22 giugno al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Aspettiamo sui social network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 22 giugno in sala: Un amore di gioventù di Mia Hansen-Løve (Un amour de jeunesse, Francia 2011) #140cine Innamorarsi a 15 anni e non guarire più: il cinema francese al suo meglio, tra Rohmer, Téchiné e Assayas. Detachment - Il distacco di Tony Kaye (Detachment, Usa 2011) #140cine L’inferno è sulla terra. Per la precisione in una scuola pubblica americana. Fortuna che c’è Adrien Brody. Rock of Ages di Adam Shankman (id., Usa 2012) #140cine Broadway, anni 80, Bon Jovi, Poison, Def Leppard, Tom Cruise: non un film, ma una bottega di articoli vintage. Chernobyl Diaries - La mutazione di Bradley Parker (Chernobyl Diaries, Usa 2012) #140cine Un horror dalla più famosa tragedia moderna: basta girarsi e ci sono due millenni di storia da saccheggiare. Chef di Robert Fraisse (Comme un chef, Spa-Fra 2012) #140cine Figuriamoci se la distribuzione non sfruttava...

#140cine: da venerdì 15 giugno al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Aspettiamo sui social network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 15 giugno in sala: C’era una volta in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan (Bir Zamanlar Anadolu’da, Turchia 2011) #140cine Un omicidio, un’inchiesta, due uomini a confronto, un capolavoro sulle radici di un paese e del dolore. Le paludi della morte di Ami Canaan Mann (Texas Killing Fields, Usa 2011) #140cine Ok, troppo facile essere la figlia di Michael Mann. Ma è proprio lui a produrre, e allora il film funziona. Il dittatore di Larry Charles (The Dictator, Usa 2012) #140cine Sacha Baron Cohen, cioè Borat, cioè Brüno, ora fa il verso a Saddam. E magari gli riesce di far ridere. Paura 3D di Manetti Bros. (Italia 2012) #140cine Tre amici, un weekend, un vecchio strambo, una villa, una cantina... Paura, sì... delle idee soprattutto. La Bella e la Bestia in 3D di Gary Trousdale, Kirk Wise (The Beauty and the Beast in 3D, Usa 2012) #140cine Come il Titanic, sempre in 3D, torna...

Il caso Prometheus e il cinema in rete

Nel mondo del cinema che viaggia su internet, quello degli appassionati che gestiscono blog indipendenti e anche senza Megaupload sanno come rintracciare qualsiasi film rintracciabile, da qualche settimana è scoppiato il caso Prometheus. Il nuovo film di fantascienza di Ridley Scott, che dicono essere la risposta ad Avatar e che nelle intenzioni degli autori va all’origine della saga di Alien e forse della vita stessa, il filmone dell’anno di cui Roger Ebert ha parlato benissimo e qualche altro un po’ meno, uscito nelle scorse settimane negli Stati Uniti e nel resto del mondo, in Italia, ormai lo sanno anche i sassi, arriverà solamente il 19 ottobre. Se uno guarda su Imbd la lista dei paesi in cui il film verrà proiettato, siamo all’ultimo posto con la Svizzera italiana: nemmeno nella classifica Onu sulla libertà di stampa!   E allora è partita la polemica più o meno ovunque, e soprattutto su Twitter e Facebook, con la pagina della Fox Italia, distributrice del film, invasa da messaggi che invocano un’uscita adeguata al resto del mondo. Ma niente da fare: a meno di improvvisi cambiamenti o di...

#140cine: da venerdì 8 giugno al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Aspettiamo sui social network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 8 giugno (e anche un po’ prima) in sala: 7 Days in Havana di Laurent Cantet, Benicio Del Toro, Julio Medem, Josh Hutcherson, Daniel Brühl, Emir Kusturica, Ana de Armas, Elia Suleiman (7 Days in Havana, Francia, Spagna 2012) #140cine 7 giorni, 7 (a volte ottimi, a volte medi) registi, 7 (non sempre ottimi) corti. Idea vecchia, città stupenda. La mia vita è un zoo di Cameron Crowe (We Bought a Zoo, Usa 2011) #140cine Ci prova da tempo, Cameron Crowe, ad aggiornare il vecchio mélo. Non che gli riesca, però ci mette l'impegno. W.E. - Edward e Wallis di Madonna (id., Gb 2011) #140cine Mancava in effetti una storia di principi e principesse all’universo queer di Madonna: fatta anche questa. Project X - Una festa che spacca di Nima Nourizadeh (Project X, Usa 2012) #140cine Dopo le due notti da leoni, ecco quella da coglioni totali: e naturalmente in patria si fa gara a imitare. In...

Valérie Donzelli. La guerra è dichiarata

La guerra è dichiarata. Un titolo, un assunto: trattenete il respiro, serrate i pugni, spalancate le orecchie, assolutamente non chiudete gli occhi e gettatevi in questo film che, per una volta, è perfettamente rappresentato da quel manifesto rosa shocking con una coppia che gira su una giostra del luna park, bocca spalancata e un urlo liberatorio nella gola. Valérie Donzelli e Jérémie Elkaïm hanno scritto, interpretato e diretto, lei, la storia che ha segnato il loro passato più recente, la storia della malattia di un figlio al quale, a soli diciotto mesi, viene diagnosticato un tumore al cervello. Hanno archetipicamente chiamato i propri personaggi Romeo e Juliette, il figlio Adam e hanno raccontato un viaggio nell’inferno personale che ciascun genitore potrà riconoscere come il peggiore degli incubi. Paura? No: il risultato è un film sorprendente, assolutamente unico, un’esperienza esistenziale più che una visione cinematografica tout court, un film paradossale e mai tragico. Perché se c’è una cosa che questo film non fa mai è speculare sulla tragedia o essere...

#140cine: da venerdì 1 giugno al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Aspettiamo sui social network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 1 giugno (e anche un po’ prima) in sala: La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli (La guerre est déclarée, Francia 2011) #140cine Lei, lui, il figlio. La malattia. Una storia vera e senza pudore. Cinema eccessivo, puro, straordinario. Margaret di Kenneth Lonergan (id., Usa 2011) #140cine Lisa è giovane, inquieta e ha visto una cosa terribile. Ma il film non è un horror. È l’urlo di un mondo ferito. Attack the Block - Invasione aliena di Joe Cornish ( Attack the Block, Gb 2011) #140cine E se i Goonies tornassero e sfidassero alieni fosforescenti nella periferia graffitara di Londra? Una chicca. In sala dal 30 maggio Il Mundial dimenticato di Lorenzo Garzella, Filippo Macelloni (Italia-Argentina 2011) #140cine Soriano, il mondiale in Patagonia, i mapuche. Ora tutto questo è un doc. E merita di essere visto. Love & Secrets di Andrew Jarecki (All...

Cannes 65 – Al festival in Limousine

“Dove vanno a dormire le Limousine?” Si chiede Eric Packer, il giovane protagonista di Cosmopolis di David Cronenberg. La riposta gliela dà, in qualche modo, Leos Carax mostrando nel suo Holy Motors un nutrito gruppo di Limo che si prepara a “coricarsi” in un’autorimessa della periferia parigina, discutendo (letteralmente!) sulla natura e sul carattere dei propri conducenti. Questo di Cannes – sessantacinquesima edizione – è stato, per certi versi, un festival in Limousine. E non soltanto perché le lussuose autovetture sono protagoniste nei due film sopraccitati – tra i più controversi del Concorso – e nemmeno perché il celebre Boulevard de la Croisette ne è percorso in lungo e in largo e in continuazione, ma anche perché la Limousine, emblema del lusso, dell’eccentricità e dell’esibizione di più pacchiana natura, è sembrata assumere, nell’ambito festivaliero, i contorni di una metafora (anche cinematografica) molto ben adattabile ai nostri tempi. Divenendo, da un lato, il simulacro magniloquente, superfluo e ingombrante di un mondo...

Campiano / Paesi e città

Mi sono accorta della bruttezza di Campiano qualche anno fa quando accompagnai un importante produttore di cinema verso il mio paese natale. Gli avevo parlato del villaggio edificato sulla Petrosa, antica via romana tra Ravenna e Forlì, di vecchie case coloniche abbandonate nelle “larghe” di campi coltivati in ordinate tornature rettangolari, di orizzonti piatti, di filari azzurri, del caldo delle zolle nere, di sontuosi pioppi all’ingresso delle aie prive di recinto, di donne altere vestite a lutto, del bosco di rovi dell’antica villa Ginanni-Corradini dove da adolescenti ci si nascondeva ad amoreggiare… Dovevamo scegliere la location per un film, che poi non s’è fatto, sugli anarchici romagnoli dell’Ottocento, dovevamo individuare un vecchio casolare vicino a uno scolo. Mi accorsi che appena entrata in Campiano cominciai ad arrossire, non c’era niente di quel che avevo descritto, a parte l’antica pieve paleocristiana e i suoi quattro tigli centenari.     Campiano viveva in me di una bellezza affettiva, un luogo inventato dopo l’abbandono durante la prima giovinezza alla fine degli anni ‘70. Campiano era per me l’odore dei calicantus che segnavano il cammino verso la...

Mariti di Ivo van Hove e la regia europea

Il nome di Ivo van Hove ricorre da qualche anno nei maggiori festival europei di arti sceniche. Dall’Holland Festival di Amsterdam al Theater der Welt, dal Ruhr triennale a strutture di fama internazionale come il De Singel di Anversa. Ad Amsterdam il regista belga dirige la compagnia Toneelgroep, residente al teatro cittadino Stadsschouwburg, e sfogliando il repertorio del gruppo ci si trova di fronte a numeri imponenti, sensibilmente distanti dalle produzioni medie dei nostri teatri: per la stagione in corso Toneelgroep ha in repertorio diciassette diverse opere, la gran parte dirette da van Hove e le restanti da nomi di punta della regia europea (Johan Simons, Thomas Ostermeier, Luk Perceval, fra gli altri). Forte è dunque la sensazione di trovarsi di fronte a un teatro “industriale”, una modalità che in Italia è praticata da pochissime strutture in un manipolo di grandi città.     Era dunque alta l’attesa per una delle sue produzioni più recenti, Mariti, dall’omonima pellicola di John Cassavetes (1970), vista in prima nazionale al festival Vie di Modena, rassegna che come poche ha il merito...

#140cine: da venerdì 25 maggio al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Aspettiamo sui social network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 25 maggio (e anche un po’ prima) in sala: Cosmopolis di David Cronenberg (id., Canada-Francia 2012) #140cine Cronenberg che fa De Lillo! Una cosa così ovvia e naturale che ci si chiede perché arrivi solo ora. La fuga di Martha di Sean Durkin (Martha Marcy May Marlene, Usa 2011) #140cine Tre nomi, una donna, una setta, la controcultura, Manson nella memoria e la New Hollywood negli occhi. Silent Souls di Aleksei Fedorchenko (Ovsyanki, Russia 2010) #140cine Un road movie con cadavere. Ma è russo, non è Little Miss Sunshine, e gioca su tempi e silenzi infiniti. Killer Joe di William Friedkin (id., Usa 2011) #140cine Friedkin is back, ma pure black: il suo è un noir fuori di testa che sa tanto di serissimo cazzeggio. Un été brûlant di Philip Garrel (id., Francia-Italia-Svizzera 2011) #140cine C’era una volta Garrel, forse il più grande della sua...

Ursula Meier. Sister

Al secondo lungometraggio, Ursula Meier conferma la sua abilità nel costruire le sue narrazioni su spazi conflittuali, sulle frontiere che i personaggi attraversano o da cui sono attraversati, sulle linee di fuga concesse o negate. Se nel primo Home (2008) era la direttrice orizzontale di un’autostrada a investire ed esasperare i conflitti latenti in una famiglia che abita ai suoi margini, in Sister la tensione segue la verticalità di una funivia, che segna la distanza tra un fondovalle misero e brullo e le luccicanti piste da sci del Vallese svizzero. Il casermone popolare, che si erge penosamente sotto quelle cime maestose, è la casa dove il dodicenne Simon e la sorella Louise vivono senza genitori o altro sostegno alla loro precaria esistenza. Lei, che perde lavori con la stessa facilità con cui recupera partner poco raccomandabili, sembra incapace di assumersi qualsiasi responsabilità nei confronti del fratello: la sua è una deriva inconcludente, di fughe e ritorni impulsivi, che le lasciano rappresa sul volto una smorfia in cui convivono cinismo e umiliazione. Simon, invece, punta in alto, a quel paradiso artificiale del...

Turisti dello sguardo

Il cinema è come il crimine: lascia sempre delle tracce dove passa. Sono parole di un grande regista, Joseph L. Mankiewicz, e descrivono perfettamente ciò di cui andiamo in cerca quando i film restano nella mente e chiedono di ripresentarsi nello spazio. La memoria cinematografica, oltre che enciclopedica o sentimentale, legata a un momento, uno stato d’animo, una conoscenza, è anche geografica: legata cioè a dei luoghi. Luoghi privati, ma soprattutto collettivi, conosciuti nella finzione e rivissuti dal vivo, in sostituzione del reale. Se il cinema, come insegna il piccolo Hugo Cabret, è un’esperienza del mondo, e se amare il cinema significa trovare un posto nel mondo, allora la geografia che ogni film impone al suo spettatore offre la possibilità di un’esplorazione, di un viaggio immaginario ed emotivo nel mondo.   E in questo senso c’è un solo luogo che ciascuno di noi, attraverso il cinema, ha visto, immaginato, ricostruito e in certi casi, se fortunato, infine incontrato. Una città che appartiene non ai suoi abitanti, ma al mondo intero, agli spettatori di un immaginario che plasma...

Chinese boxes

“Polifemo pensa per livelli, Ulisse per dimensioni…”   Franco Farinelli     Per il mio ultimo dispaccio da Campus in Camps (prima puntata), ho deciso di “togliermi dalle scatole”. Fuori per un attimo dalle categorie, in iperventilazione, all’interno di un conflitto multidimensionale, con tante chiavi e poche porte, i danni vengono passati da mente a mente attraverso le idee e il ferro nei corpi, nel tempo. Mi suona familiare, come se non riguardasse solo questa terra contesa… sei d’accordo?   “The dreamer can always remember the genesis of the idea. True inspiration is impossible to fake…” (Ariadne in Inception, Christofer Nolan 2010). Rendere possibile un incubatore di nuove idee, nate da sognatori in eruzione in un ambiente sedato o martoriato. Questa è in linea di massima una traccia ideale che mi sembra interessante seguire, notte tempo e oltre. Una plausibile formula per chiarire l’utilità di questo programma, articolato come progetto sperimentale e pilota. Uno spazio “protetto” dove tentare l’inusuale, aggiungere informazioni,...

Speciale ’77. Una conversazione con Gabriele Guercio

Stefano Chiodi: Ha ancora oggi senso interrogarsi sul ’77?   Gabriele Guercio: Tutte le datazioni, soprattutto a distanza di tempo, si intrecciano con altri momenti. In qualche maniera, il ’77, o gli anni settanta in genere, per me sono diventati importanti solo a fine anni novanta. All’epoca riflettevo su sei date: 1914, l’inizio del dada; 1957, il manifesto dei situazionisti; il 1968; il 1977; l’89, con la caduta del muro di Berlino. E a queste aggiungerei oggi il 2001, con l’attacco alle due torri. Questa sequenza è importante perché riporta la centralità di alcuni temi o problematiche che il ’77 ha sicuramente simbolizzato, ma che ricorrono e che ci hanno interrogato nel corso di un secolo. Quali? Secondo me hanno molto a che fare con il trinomio arte, politica, vita, e anche con una forma di rifiuto del lavoro e di critica della rappresentazione. Perché così come negli anni settanta in Italia si comincia a parlare a livello diffuso di doppia società, già la avanguardie (ma soprattutto penso al dada) non solo avevano rifiutato un certo tipo di istituzionalizzazione del lavoro...

Woody Allen. To Rome with Love

Con To Rome with Love Woody Allen porta a compimento un percorso iniziato già da diversi anni. Un percorso che l’ha condotto a esplorare l’Europa in lungo e in largo e in modo del tutto personale. Attraverso una serie di film ambientati in diverse capitali del vecchio continente, infatti, Allen ha dato vita a quello che potremmo definire una sorta di “periodo europeo”. Non è del tutto chiaro (e nemmeno facilmente individuabile) quale sia il motivo che ha spinto il regista newyorkese a concentrare i suoi sforzi, il suo gusto e i suoi interessi sull’Europa e i suoi abitanti. Sarà che egli è da sempre considerato il più europeo dei registi americani, sarà perché nella fase matura della propria esperienza artistica ha deciso di andare all’origine dei propri modelli cinematografici e dei propri riferimenti autoriali, la maggior parte dei quali risiedono, appunto, in Europa, o sarà la necessità di voler trovare nuove idee, nuovi stimoli e nuove storie che l’America, e più strettamente New York, non erano più in grado di fornirgli (spiegazione questa che contraddice il...

Il mio ritratto, domani

Monica, la protagonista del film di Marina Spada Il mio domani, frequenta un corso di fotografia, i partecipanti devono imparare a realizzare un autoritratto. La cosa è tutt’altro che semplice, non basta infatti mettersi davanti alla macchina fotografica, appoggiarla su di un cavalletto e aspettare l’automatismo dello scatto. Farsi un autoritratto significa desiderare che si realizzi un’effettiva immagine di sé, significa scegliere una posa, dare un’espressione al volto, decidere magari un ambiente o un abbigliamento particolari che ci rispecchino al meglio. Nella frazione di un secondo, ma con una forza che ha in sé qualcosa di definitivo, si deve condensare quello che siamo, deve apparire un’immagine che rifletta nello sguardo degli altri come ci dovrebbero effettivamente vedere o come vorremmo che ci ricordassero. Ma un’immagine di questo tipo in realtà non esiste, è soltanto un’idea, le immagini di sé riflesse nelle fotografie sono soltanto fantasmi di quello che non siamo mai stati.   Monica infatti non riesce a realizzare il proprio autoritratto, ogni volta che si predispone a...

Paolo e Vittorio Taviani. Cesare deve morire

I grandi classici avevano incontrato la camorra dieci anni prima che i fratelli Taviani portassero Shakespeare nel braccio Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia, dove di camorra se ne respira parecchia. Si trattava dell’Orestea di Eschilo (già tradotta da Pier Paolo Pasolini per Vittorio Gassman - XVI ciclo delle Rappresentazioni Classiche, 1960) e Antonio Capuano usava il testo classico per raccontare la tragedia, ascesa e soprattutto caduta, della famiglia dei Cammarano in epoca contemporanea. Un film dove Oreste parlava napoletano, Clitemnestra aveva il volto di Licia Maglietta, Agamennone quello di Toni Servillo ed Egisto quello di un immenso Antonino Iurio. Riuscito o meno che fosse, il film era potente, duro come quasi tutto il cinema di Antonio Capuano. E Luna Rossa non faceva eccezione: deflagrava e turbava. Questo Shakespeare dei fratelli Taviani ha la stessa forza deflagrante, al di là qualche limite, primo fra tutti quello di far rimpiangere la “cattiveria” di Capuano.     Fabio Cavalli, nobile regista teatrale che opera nelle carceri con uno spirito necessariamente missionario, allestisce un nuovo corso di...

La mostra al Mambo di Bologna / Marcel Broodthaers

Museum: enfants non admis. Toute la journée, jusqu’à la fin des temps. Une forme, une surface, un volume, serviles. Un angle ouvert. Des arêtes dures, un directeur, une servante et un caissier.   Marcel ha un cognome difficilissimo, per pronunciarlo penso a pane & lacrime: Brot, pane in tedesco e tears, e pronuncio le vocali invertite, un po’ all’italiana. L’unica opera di M.B. che avevo visto prima di prendere a frequentare il Belgio è quella strana ambientazione con l’ombrellone impunemente aperto esposto a Palazzo Grassi, The XIX Century Room, il décor fatto di fucili e sedie da giardino a righe blu. Quella del MAMbo è la prima grande retrospettiva in Italia. La prima sala dà la misura, Broodthaers è un gigante. Il lavoro di dodici anni è un unico grande lavoro: un museo. 30 palme, 6 foto di incisioni antiche di animali, 16 sedie da giardino formano un’anticamera che è stranamente fuori luogo e familiare. Entrando ho avuto un lunghissimo déjà vu, una scena che si è ripetuta per anni sempre uguale: su una di quelle sedie, accanto a una pianta che si muove al ritmo delle pale del ventilatore a soffitto, gli occhi fissi su una serigrafia degli animali della fattoria, ci...

Novant’anni Pasolini

Novanta anni fa nasceva Pier Paolo Pasolini. Lo vogliamo ricordare con questo testo di Claudio Franzoni dedicato al tema dei gesti.     Pasolini: la memoria corporale     “‘E annamoce’, fece con la bocca storta e alzando le spalle il Riccetto”. Qualsiasi movimento dei “ragazzi di vita” di Pasolini è sempre accordato con le frasi secche e con le imprecazioni rituali che fanno da cerniera tra una scorribanda e l’altra nei quartieri delle periferie romane. Dove c’è quella frase, si sincronizza anche quel gesto, in una ritmata corrispondenza di predicati verbali e di predicati gestuali. Come si accompagna la parlata ad alta voce, se non con le mani accanto alla bocca? Ci sono più varianti: “‘E statte zitta’ gridò sardonico il Riccetto con le mani a imbuto”; ma si strilla anche “con la mano sull’angolo sinistro della bocca”. E l’allusione erotica? Alvaro a Nadia: “‘Tu me sa che oggi ancora non hai ricevuto’, disse, facendo il gesto di calcare qualcosa col palmo della mano”.   Che alcuni di...

David Fincher. Millennium - Uomini che odiano le donne

La logica del remake della quale i produttori hollywoodiani di oggi, molto più che in passato, non sembrano essere in grado di fare a meno, è senza dubbio la più facile delle risposte, ancorché decisamente reazionaria, alla scarsità di idee che pervade il cinema contemporaneo. Ma è anche, a ben vedere, una sorta di reazione a basso costo al mercato del 3D e delle attrazioni digitali cui la settima arte, filone mainstream, punta sempre più di frequente. Millennium (remake dell’omonimo film di Niels Arden Oplev del 2009) in tal senso rappresenta l’archetipo di un certo atteggiamento del cinema d’oltreoceano, venutosi a creare negli ultimi tempi, in funzione del quale la selezione dei film di cui fornire la reinterpretazione viene a cadere, nella quasi totalità dei casi, su pellicole contemporanee e di importazione. Ma se quella svedese si è dimostrata per gli americani una cinematografia piuttosto ostile con la quale confrontarsi – il recente flop del remake di Lasciami entrare, film dalle potenzialità enormi, lascia sbalorditi –, la scelta illuminata, da parte della MGM di affidare...