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guerra fredda

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Atlante occidentale / Futuro

Il futuro di chi ci ha preceduto, a meno di non morire in una guerra devastante, o di finire in mezzo a un conflitto nucleare in piena Guerra Fredda, o di non cadere vittima della strategia della tensione, o di non ammalarsi, era un campo molto vasto. In qualche modo, sembrava dipendere dall'impegno personale: se lavorerò guadagnerò, se lavorerò di più e meglio guadagnerò di più, mi sposerò, comprerò una casa e vedrò crescere i miei figli, se non finiranno vittima di una siringa o dall'erba contaminata da un incidente nucleare. Andrò in pensione e mi dedicherò ai miei hobby circondato dai nipotini, sempre che non ci colpisca Al Quaeda nel frattempo, o il morbo della mucca pazza, o Unabomber. Adesso, il futuro è più o meno porsi un'asticella da superare molto vicina, diciamo, la settimana prossima. A meno che non sia la quarta settimana del mese. Allora bisogna arrivare a dopodomani. A forza di dopodomani, si può anche riuscire a vivere una vita intera. A meno che l'Isis, e Trump, e la Siria, e Putin, e gli alieni...  

Il ponte delle spie di Steven Spielberg

Gilles Deleuze diceva che il cinema moderno è stato in grado di farci credere ancora una volta in questo mondo. Credere “all’amore o alla vita, credervi come all’impossibile, all’impensabile”. Quando il legame tra l’uomo e il mondo sembrava essersi rotto, il cinema è stato invece capace di farci vedere come “l’uomo stesso non [sia] un mondo diverso da quello in cui sente l’intollerabile e si sente incastrato”: riconoscere di farne parte è allora una condizione necessaria per ogni possibile trasformazione di sé e di ciò che ci sta attorno.   È evidente come questa sensibilità cozzi con il cinismo corrente, che invece sembra incapace di uscire da quell’eterno scarto parodico, ironico, auto-distanziante nel quale pare che siamo tutti intrappolati. Quello che non ha fatto il post-moderno l’hanno fatto i social network, che hanno definitivamente azzerato la distanza tra l’oggetto e la propria narrazione, tra l’evento e la sua parodia, tra la realtà e la sua rappresentazione. Un regista intelligente come Noah Baumbach è da anni che...

Combattere il terrore

Questo articolo è un estratto del saggio contenuto nell’ultimo numero della rivista “Carte Semiotiche” (La Casa Uscher) curato da Angela Mengoni e dedicato al ruolo delle relazioni anacroniche che attraversano la cultura visuale     Combattere il terrore   Nella storia dei conflitti successivi alla guerra fredda, la “guerra al terrore”, scatenata dall’attentato contro le Twin Towers dell’11 settembre 2001, comprende un insieme di dinamiche in cui gli obiettivi, le organizzazioni strategico-narrative, i confini spazio-temporali e gli attori coinvolti si moltiplicano e si diversificano a seconda dell’emergere delle minacce terroristiche, scatenando di volta in volta scontri diretti contro obiettivi nazionali, come l’occupazione dell’Afghanistan (ottobre del 2001) e la seconda invasione dell’Iraq (marzo del 2003). William J. T. Mitchell, autore di riferimento nell’orizzonte dei visual studies e fautore di un’iconologia del presente, nel suo Cloning Terror. La guerra delle immagini dall’11 settembre a oggi (La Casa Usher, 2012) spiega con chiarezza le trasformazioni...