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immaginazione

(24 risultati)

Migrazioni e teatro / Un Supercontinent a Drodesera

Supercontinent è il titolo della 37a edizione di Drodesera, che si svolge negli spazi di Centrale Fies. Per provare a intercettare il senso di questa “pangea ricucita dalle nuove tecnologie così come dalle tratte migratorie, in simbiosi con un territorio che muta aspetto in continuazione, in cui tradizione e innovazione si intrecciano per dare origine a un equilibrio possibile solo grazie alle diversità” – così la descrive la presentazione della manifestazione – sarebbe stato da osservare con la giusta attenzione tutte le diverse iniziative e progetti di cui è composto il festival. Ma in qualche modo si può forse cogliere qualche tratto di questo scenario in movimento anche soltanto attraversando il programma di spettacoli che chi scrive ha potuto vedere, fra il 26 e 27 luglio. O almeno provarci.     ThomasBellinck/ROBIN, SimpleasABC#2, ph. Laura Van Severen   Della migrazione in teatro È la migrazione il nodo incandescente al centro dei temi affrontati da molti degli spettacoli in programma al festival fra il 26 e 27 luglio: dal flusso di persone che si mettono in viaggio alla prospettiva di coloro che li accolgono, dalle dinamiche gestionali dell'emergenza a...

Menzogne e sortilegi della “vita nel suo movimento” / Il cinema secondo Elsa Morante

Con la pubblicazione delle recensioni cinematografiche di Elsa Morante (edite da Einaudi nel volume a cura di Goffredo Fofi, col bel titolo La vita nel suo movimento. Recensioni cinematografiche 1950-1951) si aggiunge un capitolo necessario e originale alla storia dei “letterati al cinema”, che costituisce senz’altro un aspetto significativo della ricostruzione del contesto culturale dell’Italia postbellica.La vocazione visuale della scrittura di Morante era stata già messa a fuoco nella monografia firmata da Marco Bardini (Elsa Morante e il cinema, Pisa, ETS, 2014), che esplora tale territorio di confine nella sua complessità e nelle sue tante sfaccettature, dalle sporadiche incursioni morantiane nell’ambito della sceneggiatura alle non troppo fortunate occasioni di adattamento dell’Isola di Arturo e della Storia.   Oltre a mostrare una delle declinazioni possibili del rapporto fra Morante e la settima arte, la silloge (che raccoglie i testi scritti per la rubrica radiofonica “Cinema. Cronache di Elsa Morante”, trasmessa dalla Rai per quasi due anni, dal marzo 1950 al novembre 1951) offre un modello di spettatorialità per certi versi in linea con la ricezione mainstream del...

I colori dello spettro / Bellezza

    È la sua fragilità che rende possibile la bellezza. Una parte, quella generativa ed essenziale, della particolare esperienza di bellezza cui accediamo, consiste nella sua vulnerabilità. Non nel senso che il vulnus è un difetto all’origine della bellezza, ma in quanto ne è la condizione costitutiva. Il mondo della bellezza, quel mondo in cui accediamo alla possibilità di connettere in maniera sufficientemente buona il nostro mondo interno con il mondo esterno attraverso l’immaginazione, non è un mondo “perfetto”, “completo”, “definito”: appare piuttosto, ed emerge, dalla imperfezione, dalla fragilità, dalla finitudine, dall’incompletezza. E ci sarebbe da riflettere sugli “in” privativi cui è necessario ricorrere per indicare le condizioni della bellezza; quegli “in” parlano forse della nostra difficoltà ad assumerci la responsabilità di cercarla la bellezza, di assumerla come un progetto e come una nostra possibilità; sembrano parlare dell’angoscia e della paura che sentiamo quando essa si para innanzi a noi. Il mondo della bellezza sembra richiamare prevalentemente le delicate considerazioni di Ettore Sottsass jr. sul proprio universo creativo ed esistenziale: egli...

Desiderio e sesso nel mondo virtuale / La tecnica del perineo

JH e Sarah sono due trentenni come tanti. Si sono conosciuti grazie a una applicazione di dating online ma non si sono mai veramente incontrati. Nella solitudine dei loro appartamenti consumano rapporti fatti di parole e immagini, di attese e improvvise notifiche. JH vorrebbe rompere la dimensione virtuale, portare quel non-rapporto nella vita reale. Sarah non vuole sapere nulla del suo amante 2.0, o almeno così sembra... Ruppert & Mulot, La tecnica del perineo In La tecnica del perineo, il duo francese Ruppert & Mulot si confronta con l'erotismo (uno dei generi per antonomasia del fumetto) e lo fa con l'intelligenza e la raffinatezza che da sempre caratterizza la sua produzione. L'erotismo è per R&M un pretesto. Non che i due artisti vogliano evitare canoni e codici, ma come sempre partono da luoghi comuni consolidati e li trasformano in strumenti con i quali esplorare la contemporaneità e l'universo delle relazioni (da questo punto di vista assolutamente da recuperare il loro magnifico Irene e i clochard, uno dei pochi loro titoli presenti in traduzione italiana edito in Italia da Canicola). Ruppert & Mulot, La tecnica del perineoIl genere è il...

I gatti, il dito puntato e la cultura umana

Qualche anno fa mi sono reso conto che i gatti di casa non capiscono il gesto di indicare, cioè di mostrare con il dito. Sono gatti (tengo a precisarlo) che capiscono una quantità sorprendente di cose, come del resto la maggior parte dei loro simili; e immagino che, per parte loro, spesso si stupiscano di quanto poche ne capisca io. All’idea di indicare, però, sembrano impermeabili. In questo sono in buona compagnia: a quanto pare, tutte le grandi scimmie – tanto più simili a noi di quanto non lo siano i gatti, e di noi ancor meglio equipaggiate quanto a diti indici – non sono use indicare. Possono bensì apprendere il gesto, se appositamente addestrate, ma non lo praticano fra loro, pur avendo sviluppato nella loro storia evolutiva una comunicazione gestuale piuttosto articolata.   La questione è familiare agli specialisti. Nei convegni di studi sul comportamento dei primati o sull’apprendimento del linguaggio il cosiddetto pointing è un tema cruciale. Se infatti il gesto di puntare con un dito può apparire di una disarmante semplicità, le implicazioni concettuali sono oltremodo complesse...

W o il ricordo di infanzia di Georges Perec / Testimoniare l’assenza

Georges Perec è testimone che non ha visto nulla: scrivere W o il ricordo di infanzia è per lui il tentativo di ricostruire un’esperienza mancata, di dare nome a un’assenza: un padre morto in guerra, una madre scomparsa, deportata ad Auschwitz nel 1943.   “Come posso schiarire questa bruma insensata in cui si agitano ombre?” è la frase di Raymond Queneau posta in esergo. La letteratura sembra essere la risposta, l’unica possibilità per un testimone cieco: soltanto le righe che le parole disegnano. Il vero è sottoterra; scrivere è cercare di trattenere qualcosa, lasciare tracce e segni: “scrivo perché abbiamo vissuto insieme, perché mi hanno lasciato dentro il loro marchio indelebile, con la scrittura come unica traccia: il loro ricordo è morto alla scrittura; la scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita”.   Nel 1967, a Venezia, Georges Perec ritrova alcuni disegni dimenticati di una realtà immaginata verso i dodici anni: macchine da guerra, uomini sportivi con tute da ginnastica bianche e una grande W stampata sulla schiena. Due anni dopo, in una lettera a Maurice Nadeau, espone il progetto di un’autobiografia articolata in più libri di...

Inseguendo il fantasma dell'Austria

Nell'estate del disfacimento dell'idea di Europa per come l'avevamo immaginata, mi rifugio da settimane in ciò che fu il cuore del nostro continente prima del doppio suicidio – le due guerre mondiali – che pose fine alla modernità. Nell'estate del 2015 provo a inseguire il fantasma dell'Austria, sempre che io ne sia degno, lo spettro di due autori in particolare: Trakl e Musil. Nelle notti umide e caldissime di una piccola stanza d'albergo al Lido di Venezia, schiaccio zanzare, sento salire la gommosa putredine dell'acqua nei canali (mi sono convinto faccia bene alla pelle, alla nostra reminiscenza di anfibi), controllo che il gatto bianco con cui spero di aver stretto amicizia si accoccoli sul vano finestra a piano terra della costruzione di fronte, poi mi rigiro nel letto e sfoglio un'altra pagina. Tra qualche minuto crollerò. Il libro che scivola sul pavimento mi risveglierà per un istante. Più spesso L'uomo senza qualità o il volumetto Garzanti con le poesie di Trakl mi ricade sul petto. Apro gli occhi senza mettere a fuoco niente. È l'ultimo cerchio del sasso scagliato in uno...

Elpis

Ogni uomo si trova preso nell’avventura, ogni uomo ha, per questo, a che fare con Daimon, Eros, Ananche, Elpis. Essi sono i volti – o le maschere – che l’avventura – la tyche – ogni volta gli presenta. Quando l’avventura gli si rivela come demone, la vita gli appare meravigliosa, quasi che una forza estranea lo sorreggesse e guidasse in ogni situazione e in ogni nuovo incontro. Presto, tuttavia, la meraviglia cede al disincanto, il demonico si traveste da routinier, la potenza che portava la vita – Ariele, Genio o Musa – si oscura e nasconde, come un gabbamondo che non mantiene le sue promesse.   Mantenersi fedele al proprio demone non significa, infatti, abbandonarsi ciecamente a lui, confidando che in ogni caso ci condurrà al successo – se siamo poeti, che ci farà scrivere le poesie più belle; se siamo uomini dei sensi, che ci darà la felicità del piacere. Poesia e felicità non sono i suoi doni: è lui, piuttosto, il dono estremo che felicità e poesia ci fanno nel punto in cui ci rigenerano, ci fanno nascere nuovamente. Come la Daênâ della mistica...

Contagio nella compassione

“Esser buoni, sensibili e compassionevoli, ecco la nostra essenza, questi principi sono innati nei nostri cuori, invano vorremmo resistere loro, tremiamo per un infelice che il destino sembra pronto a distruggere, paragonando il dolore che prova a quello che noi sentiremmo se fossimo nei suoi panni; più la sua colpa ci appare involontaria o lieve per l’inclinazione che ci accomuna, più eccita la nostra pietà” (Tournon). Sintesi perfetta di tutto un secolo, il Settecento, che s’interroga sulla compassione, che apre l’accesso alla dimensione intersoggettiva, caricandola di elementi emozionali.   Edmond Burke riconduce la compassione o, più in generale, la simpatia reciproca a una base sociale, fondamento di un vivere comunitario che mitiga gli egoismi nel riconoscimento di una natura condivisa. La natura ha fatto sì che gli uomini si rassomiglino, tanto che, quando osserviamo una passione scuotere un altro uomo, non possiamo che trovare una corrispondenza in noi stessi. “L’intelaiatura della nostra mente è qualche cosa di analogo all’intelaiatura del nostro corpo” (Hume)....

15 tesi su un oggetto misterioso chiamato compassione

Provengo per nascita da una cultura nella quale l’apostrofare qualcuno con mischinu (povero, e per i bambini mischineddu, poveretto) si dà come segno di premura e di affetto. È difficile non avvertire un rifiuto tanto più energico quanto più immediato di fronte a espressioni di una simile solidarietà. C’è là qualcosa di una suadente prepotenza che schiaccia verso il basso chi venga avvolto nella loro rete. Una frase come mischinu, mi nd'est partu mali (poveraccio, mi ha fatto una brutta impressione) fa parte del corredo di frasi fatte a cui certi modi di vita appaiono indissolubilmente intrecciati. Vi si esprime un sordo senso di pretesa superiorità morale che parla nella migliore delle ipotesi di un disprezzo per gli altri. Forse è anche per questo motivo che mi interessa scoprire se la compassione non celi al suo interno qualcos’altro: qualcosa che non si ha, né si fa, ma neppure viene esercitato, come si trattasse di una capacità personale.   Inizierei proprio da qui: la compassione non la posso. Però a volte c’è. Non la posso, però a volte c...

Scicli è la più bella delle città del mondo

Da qualche tempo mi capita, arrivando in un posto nuovo, di trovarci molto di conosciuto. Non si tratta esattamente dell'impressione di aver visto il posto, e quindi di ritornarci, quanto piuttosto del fatto, mentre lo vedo e lo attraverso, che alla novità del paesaggio si sovrappongono fotogrammi di altrove, angoli di strade, dettagli di palazzi, insegne di bar, salite e discese per cui il corpo è già passato, in un tempo e luogo che quasi mai è possibile definire. Presumo che dopo qualche anno la memoria dei luoghi tenda a confondersi e a mescolare dettagli; è per questo che arrivando a Scicli per la prima volta non è stata una sorpresa riconoscere nelle sue vie e nella sua conformazione fisica – tutta stretta tra montagne e chiese, con salite che portano ad altre chiese e ad altre montagne – caratteristiche di Ronda, un paesino andaluso altissimo e bianco in cui sono stata anni fa.   Mentre camminavo per la prima volta a Scicli pensavo che la città era anche Malaga, Ragusa, Noto, Mazara del Vallo, Palermo, come se la città in cui ero ne contenesse in sé innumerevoli altre, forse per una...

Emil Nolde, il Mago del Nord

Algida, come deve essere la mostra di un espressionista i cui turbamenti sono travolti dal colore, e graziata da un uso discreto delle luci, la retrospettiva che il magnifico Louisiana Museum of Modern Art – trentacinque kilometri a nord di Copenaghen, sullo stretto di Ooresund – ha organizzato per riassumere l’opera di Emil Nolde, si presta a rendere eclatanti, nell’immacolato rigore del suo allestimento, i travagliati contrasti di cui fu seminato il tragitto artistico e personale dell’artista tedesco. Divisa in undici capitoli tematici, che assecondano una cronologia volutamente approssimativa, la mostra consiste di centoquaranta lavori, tra cui prestiti da collezioni private e opere su carta mai esposte fuori da Seebüll, dove Nolde morì e dove è conservata gran parte della sua opera.   1912. Kerzentänzerinnen e The Nativity   Tutta l’esistenza dell’artista oscillò tra opposte polarità, non soltanto della fortuna ma delle scelte pittoriche e tematiche di volta in volta piegate a rendere conto dello iato tra ciò che la sua fama gli restituiva di sé e ciò che avrebbe...

Gesù Cristo e Woodstock in spot

«Le grandi domande sono cambiate», afferma con risolutezza l’attrice in un recente spot della Ing Direct. Che qualcosa stia cambiando – non tanto le «grandi domande» cui lo spot allude – lo mostrano con chiarezza proprio le immagini dei mass-media, anche se non le «grandi domandi» cui lo spot allude.   Per seguire questi grandi cambiamenti ritorniamo a un altro spot della stessa azienda. In questo caso, la Ing Direct si è spinta a trasformare il palcoscenico di Woodstock nella location più propizia per pubblicizzare un conto corrente dalle qualità «rivoluzionarie». Difficilmente ci si sarà dimenticati di questo spot, in ogni caso vale la pena leggere il comunicato stampa della Ing Direct che presentava la campagna pubblicitaria:   «Lo spot rivisita un momento memorabile di cambiamento: il festival di Woodstock del 1969. Nel bel mezzo del concerto, in un clima di rinnovamento e speranza per il futuro, sale sul palco e prende la parola Marco, un cliente Ing Direct, che incita la folla a farsi delle domande, a chiedersi sempre il perché delle cose, dal momento che...

Sebastiano Vassalli. Terre Selvagge

Mi si perdoni la metafora, ma se dovessi pensare al nocciolo dell’ultimo libro di Sebastiano Vassalli, il corpo dentro al corpo narrativo che più di tutto il resto è destinato a rimanere, per germogliare e sopravvivere, penserei a un brano che si trova alla pagina duecentodiciassette di questo Terre selvagge, che Rizzoli ha pubblicato nell'aprile scorso: «dopo avere riferito ciò che è stato scritto sulla battaglia dei Campi Raudii e sulla fine dei Cimbri, è tempo ormai che cerchiamo di rappresentarci quegli avvenimenti come già nell’antichità faceva Omero: chiedendo aiuto alla dea della poesia epica cioè alla nostra immaginazione».   La citazione è tratta dal finale di un capitolo che si intitola «La battaglia secondo gli antichi», e anticipa il capitolo successivo: «La battaglia secondo noi». Quale sia la battaglia, è stato detto. Quali siano gli avversari dei Cimbri, è ovvio, ma non nuoce esplicitarlo: i Romani. Nel mezzo c’è il popolo dei Galli Cisalpini, entro il quale si sviluppa uno dei due fili che intrecciano il romanzo: la...

Anna Maria Ortese

Scrivere è sempre un dialogare con la morte, calarsi in un antro di voci che in realtà chiedono insistenti di esistere e di far esistere il mondo, a dispetto di tutto, e che, sospendendo la vita, domandano per una follia loro propria di far brillare ancor più la vita – di farla viva e tenace – come se passare per quello strano gorgo di parole tra l’ironico e il beffardo che sottrae il tempo e lo consuma, non sia che il modo necessario per ritornare a vivere, per dirsi vivi. È il potere di evocazione, di richiamo, proprio della scrittura che può fare della morte non il tragico evento di una perdita, il gambo reciso di una dipartita, ma la distanza in cui la parola si confronta per tenere insieme, per ricondurre ai viventi le loro perdite – per salvare – in un territorio in cui vita e morte davvero convivono. E questa morte, già inscritta in vita dentro il doloroso presentimento di un abbandono, nella cognizione di una perdita, in ogni triste cenno di congedo, appare di volta in volta nelle storie di quei personaggi ortesiani – bambini, innamorati, esclusi e poi principi, folletti e maghi, fanciulle...

Kentridge e tutto ciò che non sta nel disegno

Inviting the world, take it apart, re-construct it, ovvero accogliere il mondo, smontarlo, ricostruirlo. Con queste parole William Kentridge riassume il processo che sta dietro al suo lavoro, o, meglio, a ciò che accade in studio. Sì, perchè lo studio, contrariamente a quanto capita oggi alla maggior parte degli artisti, che si trovano a lavorare sempre di più laddove sono chiamati a intervenire, in un luogo specifico, magari fuori dal loro contesto, nutrendosi della materia oggettuale e umana che questo luogo offre loro, servendosi magari di maestranze locali, lo studio, per Kentridge, è ancora il luogo principale di produzione, di sperimentazione.   Se lo vediamo in giro per il mondo, tenere conferenze negli States, fare mostre in India, Giappone, Sud America o, come in questo caso, in Italia, dove l'artista ha appena inaugurato la sua quinta personale alla Galleria Lia Rumma di Napoli, e se pensiamo che si tratta di luoghi non certo a portata di mano per un artista che vive a Johannesburg, in Sud Africa; ebbene, ben poco della sua produzione è affidata ad altri e ancora la maggior parte del tempo di lavoro – mi diceva...

Mobilità e immaginazione

Non conosco Davide, l’amico di Matteo, ma cercando una definizione di ciclofficina tra le parole di chi ci va e gli scritti di chi ci è stato, sceglierei l’acronimo che ha inventato questo ignoto ciclista: Ciclofficina di Irriverenti Ciclisti Liberi, Offriamo Fantastiche Feste, Inizitive Cicloattive, Inventiva Naturale e Assistenza.   Una parola per ogni lettera, in fila come ciclisti che resistono al traffico contro ogni aspettativa, per dire che ognuno di loro crea la Ciclofficina e che senza di loro non esisterebbe. Qui si condividono conoscenze ed esperienze sulla meccanica e la riparazione della bici, come recita il cartello affisso nella sede nel centro di Roma, e il lavoro di ogni persona è volontario. Se ti si rompe la bici o se hai una bici vecchia tristemente esiliata in cantina la puoi riparare gratuitamente. Devi farlo tu, ma c’è qualcuno che t’insegna e ti offre strumenti, ricambi e... fette di ricotta salata.   L’ultima volta che sono stata nel seminterrato di via Baccina è andata così. Altre volte c’era chinotto e kebab. Un po’ si lavora un po’ si mangia. Come...

Speciale ’77. What a curious feeling

“Succedevano allora in Italia, nei dieci anni 1968-1978, cose che oggi non ci si crede”. Così, qualche anno fa, Oreste del Buono in circostanza non troppo diversa dalla presente (presentando, cioè, le poesie in quegli anni dedicate da Nanni Balestrini all’allegorica “signorina Richmond”). Di quel tempo alla lettera incredibile è in primo luogo straordinario documento Alice disambien­tata, testo o non-testo attribuito dalla (oggi) dilavata e graffiata copertina dell’Erba Voglio a un fantomatico “collettivo A/Dams”: nome che arieggia (e parodia, forse) quello della testata leader fra le mille dell’esoeditoria di quegli anni e anzi di quei mesi, “A/traverso”, il “giornale PER l’autonomia” informalmente diretto da Bifo, al secolo Franco Berardi.     E, a passare in rassegna le proposte ’76-’80 dell’editrice milanese animata da Elvio Fachinelli, l’air de famille rende meno improbabile un progetto come quello partorito da Gianni Celati, di cucire in un patchwork testuale – come ricorda lui stesso, oggi, a quasi trent’anni di distanza – “schede, appunti, foglietti stropicciati, registrazioni e interventi che riassumevano discorsi svolti per un anno”. Proprio il “collettivo A/...

Béatrice Coron: storie nella carta

Il mondo visionario di Béatrice Coron è ricreato grazie a una sottrazione del superfluo: l’artista, che si autodefinisce una “tagliatrice”, rimuove dal foglio tutto ciò che non fa parte della storia che si accinge a raccontare. L’immagine esiste già, è imprigionata nella carta, attende solo di essere visualizzata dagli occhi dell’immaginazione e “liberata” da mani sapienti.   L’arte di Béatrice mira a rivelare l’essenziale, perciò anche la scelta dei materiali e della tecnica è volta a un’essenzialità di fondo: la carta è economica, leggera e versatile; la tecnica prescelta è graficamente efficace e diretta nei suoi intenti comunicativi. Il procedimento dell’artista è molto semplice: visualizza la storia e, dal momento che l’immagine si trova già nella carta, deve solo rimuovere il superfluo perché essa possa venire alla luce. Sembra quasi che l’immagine preesista alla creazione artistica, che abbia una propria autonomia concettuale, ma che si trovi imprigionata dal foglio e attenda di esserne...

Marco Codebò. La bomba e la Gina. Intorno a Piazza Fontana

La bomba e la Gina. Intorno a Piazza Fontana (Round Robin Editrice, 2011) è un romanzo sull’attentato del 12 dicembre 1969 a Milano, sulla figura dell’anarchico Pinelli, sulla continuità tra fascismo e Repubblica (valga per tutti la figura di Marcello Guida, vicedirettore del confino di Ventotene durante il ventennio e questore di Milano nel 1969), su un buco nero della nostra memoria storica. Un romanzo-inchiesta: non documento storico, né denuncia, né collezione di testimonianze. La struttura è funzionale a ingarbugliare storia e invenzione, a produrre l’effetto di emergenza della realtà nella finzione che Perec ricercava nella scrittura, identificandolo come responsabile del potere dell’arte del trompe l’oeil: quello di sedurci, di costringerci a “guardare ancora”, inducendoci a uno sguardo sulle cose, e a una coscienza di esse, differente.   Si tratta di un romanzo a più voci e punti di vista, che attraversa piani di realtà diversi: smarrirsi e confondersi non è difficile, ed è certo nelle intenzioni dell’autore lasciare che le cose producano...

I giocattoli di Arvind Gupta

Il giocattolo come oggetto non ha una semplice funzione, anzi ha la funzione della finzione. Caricato dell’immaginario del bambino, il giocattolo prende vita, diventa in un certo senso utile: la bambola una principessa, i mattoncini dei Lego una metropoli. Ed è sempre il bambino che trasforma un aspirapolvere giocattolo in uno vero, trasformando se stesso in un adulto. Tuttavia crescendo questa capacità di immaginare spesso si perde, alla fantasia molti sostituiscono le nevrosi e faticano anche solo a pensare se stessi in un’altra città, con un altro lavoro, con un altro compagno.   Qualcuno invece questa immaginazione non la perde e in alcuni casi diventa un visionario, così è stato definito ad esempio Steve Jobs: un uomo capace di immaginare degli oggetti e di intuirne l’utilità per la società riuscendo anche a migliorarla un po’. Anche Arvind Gupta a suo modo è un visionario, non ha inventato oggetti tecnologici, non ha rivoluzionato il nostro modo di vivere, ma sta aiutando migliaia di bambini indiani ad immaginare il loro futuro e lo fa partendo da tutto quello che il mondo occidentale...

L’immaginazione di Culianu

Sono passati vent’anni dalla morte di Ioan Petru Culianu, storico delle idee e delle religioni, i cui studi, tanto apprezzati quanto discussi, hanno interessato un vasto pubblico. Nato nel 1950 in Romania, in seguito a una borsa di studio ottenne nel 1972 lo status di rifugiato politico in Italia, e dopo aver insegnato in Cattolica a Milano, divenne docente a Groningen (e cittadino olandese) per poi essere chiamato dal 1986 a Chicago da Mircea Eliade, il grande storico delle religioni che venerava come un maestro, pur essendone distante dal punto di vista metodologico (e politico, ma la questione è più complessa).   La tragica fine di Culianu è avvolta da una coltre di mistero: un’esecuzione da professionisti nell’ateneo americano in cui insegnava, che porta probabilmente la firma di appartenenti alla Securitate e di una convergenza tra estrema destra filo-guardista e fedeli del regime nazionalcomunista di Ceausescu, sulla quale lo studioso aveva lanciato i suoi taglienti e lucidissimi strali. Rimando alla recensione che Eco fece nel 1997 del libro Eros, Magic and the Murder of professor Culianu di Ted Anton. Due giornate di...

Genova / Paesi e città

Scrive Friedrich Nietzsche (Rapallo, 1877): “L’inverno seguente vivevo vicino a Genova, in quell’insenatura quieta e graziosa di Rapallo, intagliata tra Chiavari e il promontorio di Portofino. Non ero nel miglior stato di salute […] Eppure, quasi a riprova del mio principio, secondo cui tutto ciò che è decisivo nasce “nonostante tutto”, il mio Zarathustra nacque in quell’inverno e in quelle sfavorevoli circostanze. La mattina andavo verso sud, salendo per la splendida strada di Zoagli, in mezzo ai pini, con l’ampia distesa del mare sotto di me; il pomeriggio, tutte le volte che me lo consentiva la salute, facevo il giro di tutta la baia di Santa Margherita, arrivando fin dietro Portofino. […] Su queste due strade mi venne incontro tutto il primo Zarathustra, e soprattutto il tipo di Zarathustra stesso: più esattamente, mi assalì”. Essere assaliti da un’idea, dal progetto di un libro profetico e assoluto, è possibile solo in un momento di magica “sospensione”, all’interno di un paesaggio propizio alle visioni come il paesaggio ligure, caratterizzato da una...

Genova / Paesi e città

Beati coloro che hanno un’identità. Che è come credere in Dio o giurare viscerale fedeltà al luogo in cui nascono, con forza ne avvertono il senso di appartenenza. Figli di una terra precisa, si sentono immigrati, emigranti, diversi, in un qualunque altro luogo che non sia quello di nascita identificandovi il punto del loro equilibrio psico-fisico. Perché il punto d’equilibrio, per loro, è riconoscersi in un dato punto geografico. Beato chi se ne va e poi torna, come insegnano le antiche narrazioni, secondo una circolarità di percorso, di disegno immaginario di una spirale. Certo che chi torna non si troverà mai allo stesso punto di partenza, lui e il luogo sono cambiati insieme. È l’andamento circolare del tempo, che vediamo inciso nei tronchi degli alberi.   Qualcuno ha definito il momento del ritorno come un “salto di ottava” (musicalmente parlando). E qualcuno, alludendo a questo salto, allude addirittura a un’altra dimensione, estrema – come quella traversata dal revenant che, se torna a raccontare, sa che mai potrà essere inteso. O finirà pazzo, come il...