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italiano

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Prin e concorsi dell'università italiana / For English Press One

Uno dei più noti studiosi italiani di letteratura, Alberto Asor Rosa, ha deplorato su «Repubblica» del 28 aprile una decisione del Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) riguardo alla lingua italiana. L’ultimo bando per i Progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin), che sono tra le principali fonti di finanziamento della ricerca in Italia, prevede che i progetti siano presentati in inglese; a discrezione, è possibile anche aggiungere una versione in italiano. Le critiche di Asor Rosa sono di due ordini. Da un lato egli giudica paradossale che richieste di finanziamento rivolte ad autorità italiane per ricerche inerenti alla cultura italiana condotte da studiosi italiani vengono formulate in una lingua diversa dall’italiano. Dall’altro insiste sul fatto che una lingua, oltre ad essere uno strumento di comunicazione, è anche uno strumento identitario, il più possente strumento identitario a nostra disposizione: «uno è la lingua che parla» (L’università, la ricerca e gli eccessi dell’inglese, 28 aprile). Beninteso, questo di Asor Rosa non era il primo intervento sull’argomento. Tempestive critiche all’operato del ministero erano state avanzate da...

Voce non bella né di suono né di senso / Il grammatico si è detto "linguista"

“Cerusico”: chi l’ha più sentito dire? E “speziale”? “Passa a prendermi un’aspirina dallo speziale, per favore”: suvvia! Ecco due nomi di mestieri usciti dall’uso. Non ne sono però usciti perché i mestieri che designano sono scomparsi. Questo è il caso, si ponga, di “carbonaio” o di “lavandaia”. In futuro sarà forse il caso di “bancario”. Persino di “giornalista”...   “Speziale” e “cerusico” designano invece mestieri che esistono ancora e prosperano, solo che nessuno li chiama più così. E c’è il sospetto che, per esempio, sopra “cerusico” si sia ormai stesa l’ombra di un tabù. Dare del “cerusico” al chirurgo che si prepara a praticarvi una prostatectomia potrebbe infatti guastarvi con lui, quasi si trattasse di un insulto.   Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632.  “Grammatico” rischia oggi di procedere sulla stessa strada di “cerusico”. Certo, come parola è diventata rara. Il mestiere di grammatico non è però scomparso né sono svaniti i grammatici (perdoni il maschile generico chi è sensibile alla faccenda: in questo caso, non si sa proprio come cavarsela meglio). Grammatici ne circolano a iosa, oggi, e fuori dei loro tradizionali recinti....

Università, italiano, anglicismi / L’italiano non è sexy

A volte, lo confesso, mi lascio prendere dallo sconforto. Non sempre, intendiamoci. La maggior parte del tempo, di fronte a questo fenomeno, la mia reazione è più contenuta. Un sordo fastidio per espressioni correnti e andanti come “open day” o “summer school”. Un principio di irritazione per diciture quali “job placement”, “problem solving”, “incoming student” (spesso semplificato in “incoming”). Un’irritazione più marcata per “welfare”, “mission” e “customer care”. Una desolata rassegnazione alla pronuncia anglicizzante di parole come tutor o media (tiútor, mídia) – che peraltro si tramuta immediatamente in orticaria all’emergere occasionale (ma capita, eccome se capita) di “tutoraggio” pronunciato tiutoraggio. (Personalmente dico solo “tutorato”; di tanto in tanto mi sorprendo perfino a chiedermi come suona a un orecchio inglese tutorage, rispetto a tutoring – ma questo ovviamente è un altro discorso).   Non so se devo essere considerato un purista. A me non pare. D’accordo, “taggare” non cessa di dispiacermi, “spoilerare” mi disgusta, “card” mi stucca o mi esaspera. Ma, per dire, troverei insensato andare alla ricerca di un equivalente italiano non dico di software o di...

Usi e abusi linguistici / “Vel” o “aut”: la verità, vi prego, sul “piuttosto che”

All'Anagrafe, per una nascita: “Femmina o maschio?”. Un corno dell'alternativa esclude l'altro. Oggi, il quadretto familiare si completa poi a piacere: “Mamma e papà o due mamme o due papà”. “O” è una ben strana parolina. Disgiunge, certo, ma in due modi differenti: in modo esclusivo o no. Una forma, due valori diversi. Non va così dappertutto. Non è sempre andata così. Si cambia lingua e va diversamente. Non è necessario viaggiare nello spazio, basta farlo nel tempo. In latino non andava come oggi in italiano. Per farla semplice, ciascun tipo di disgiunzione aveva una forma appropriata. “Aut” per l'esclusiva. “Vel” per l'altra. Quindi, per intendersi, “F aut M” ma “mamma e papà vel due mamme vel due papà”.    Per il latino, a un certo punto, le cose si misero al peggio. Ci si avviò, tra l'altro, verso l'italiano. La disgiunzione italiana “o” viene da “aut”. E “vel”? Perduta nella catastrofe. Si disse “aut” anche quando si sarebbe dovuto dire “vel”. A farlo, fu gente rozza ma di mondo, di tendenza. Forse qualcuno se ne scandalizzò. “Aut” ovunque, che orrore! Poi, si lasciò perdere. Contro un andazzo non si può andare.    Per secoli, avanti così, grossolanamente...