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memoria

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Eric Kandel. L’età dell’inconscio

The Age of Insight, titolo traducibile forse come “L’età della visione” o persino “L’età della veggenza”, è un libro con molte narrazioni al suo interno. È un trattato scientifico scritto da uno scienziato tra i più insigni nell’ambito della neuroestetica, Eric R. Kandel, premio Nobel per la medicina nel 2000 per le sue ricerche sulla base biologica della memoria. È un’ammirata ricognizione nei territori dell’arte e della creatività. È infine “tempo ritrovato”: giunto in tarda età, Kandel rievoca la Vienna della sua giovinezza e dedica un grandioso omaggio agli artisti, agli scienziati, agli storici dell’arte che hanno fatto grande la capitale dell’impero asburgico tra la fine dell’Ottocento e l’annessione tedesca.   Il punto di vista di Kandel è decisamente situato per quanto riguarda l’arte e lo studio dell’arte: si iscrive nel proposito di scienza dell’arte maturato da storici della scuola di Vienna. Determinate assunzioni gestaltiche appaiono confermate dalle recenti acquisizioni della...

Mike Kelley ad Amsterdam

L’opera si chiama Day is done. È una video installazione complessa, con molti punti focali, costituita perlopiù da fotografie tratte da annuari scolastici e giornali locali. Catalogate da Kelley, queste immagini vengono rielaborate, diventano racconto di vita americana ma anche teatrino dell’umiliazione a cui possiamo essere sottoposti tutte le volte che ci esponiamo al rischio di svolgere delle attività socialmente accettate. All’entrata, un video ci mostra un bambino biondo che durante la recita di Natale dimentica la sua parte; rischia di piangere, però non piange. Alle sue spalle un video mostra un ragazzo brutalizzato da alcuni coetanei; un uomo vestito da diavolo urla; dall’altra parte della stanza fa mostra di sé un palcoscenico messo su alla buona, e proprio al centro di questa galleria dell’oscurità, su un ripiano, c’è una culla, e dentro la culla c’è un bambinello nero carbonizzato, e sul legno della culla è inciso il nome: Kelley.     Ho scoperto per caso, arrivando in una Amsterdam coperta dalla neve, che lo Stedelijk Museum, da poco...

Su Luce D’Eramo, Silone, e diosacos’altro

A sedici anni, durante una brutta influenza, ho scoperto Ignazio Silone. Un prete mi aveva messo in mano incautamente L’avventura d’un povero cristiano e io smisi di essere cattolico. Di colpo. Appena finito il libro. Anche se naturalmente ero già lì lì, e quel libro semplicemente mi raccontava a me stesso, con più chiarezza e legittimandomi. Come fanno i libri che contano nella vita. Mentre scrivevo la tesina per la maturità su Silone – una tesina così ingenua acritica e fanatica che ancora me ne vergogno – Luce D’Eramo pubblicava la sua monumentale e insuperata monografia su Silone. Naturalmente le scrissi. Lei era così incredibile che mi mandò, per posta, in prestito, due libri introvabili, su Silone, libri che io lessi e restituii. Sempre per posta.   Non ho voglia di mettere in fila le date, anche se sarebbe facilissimo, preferisco tenere tutto un po’ confuso come in un sogno – perché tale era allora, vivevo quelle vicende come trasognato, nel tempo senza tempo dei miti  – quindi con sbalzi, sovrapposizioni, magari qualche incongruenza temporale. Sta...

Lilli Gruber. Eredità

È possibile che non sia il lettore più adatto dell’ultimo libro di Lilli Gruber, Eredità (Rizzoli, pp. 356, € 18,50), dal pacato sottotitolo “Una storia della mia famiglia tra l’Impero e il fascismo”. Innanzitutto per via delle mie origini: essendo nato e cresciuto a Bolzano-Bozen – in due lingue e col trattino in mezzo – e non del tutto a digiuno di opere storiche, nonché di riflessione sulla questione sudtirolese-altoatesina, in questo libro ho avuto l’impressione di dovermi confrontare per l’ennesima volta con la parte ormai più discussa e rimasticata della storia locale, per di più in formato “romantico” più che romanzato.   Lilli Gruber sceglie infatti di ripercorrere, sulla scorta di documenti familiari (e non) e seguendo soprattutto le vicende biografiche di due antenate, la bisnonna Rosa Tiefenthaler e la di lei figlia Hella, la vicenda di una famiglia sudtirolese pressoché esemplare, tutta Kaiser-Volk-Vaterland (da noi si direbbe Dio-patria-famiglia), fra gli ultimi anni della monarchia imperial-regia, la prima guerra mondiale – con il...

Le parole del Novecento / 1990-2000

Arriva oggi all’ultima puntata il nostro speciale Le parole del Novecento, organizzato in collaborazione con il Museo del 900 di Milano e con Storyville – che ha ideato e prodotto l’iniziativa.   Per un giovedì al mese, nella Sala Fontana del Museo del 900, abbiamo partecipato al ciclo di incontri intitolato 5x10 e dedicato all’approfondimento della storia, non solo dell’arte, di ogni singolo decennio del ventesimo secolo.   Cinque parole per raccontare un decennio è un gioco in cui studiosi ed esperti hanno raccontato al pubblico del Museo e di doppiozero le parole che, secondo ognuno di loro, hanno caratterizzato i decenni del Novecento. Ogni studioso ci ha raccontato un decennio del secolo, una volta al mese, per dieci volte.   Pubblichiamo qui i video dell’ultimo incontro, condotto da Carlo Antonelli. A voi lettori il divertimento di interpretare le cinque parole scelte, di trovarne di nuove, di confutarle: spazio libero ai commenti.              

Polaroid

Come funziona la nostra memoria? A scatti, a intermittenze, lasciando buchi, zone d’ombra. Oppure, al contrario, luminose visioni, accensioni improvvise. Funziona a colori o in bianco e nero? Per la mia generazione, nata negli anni Cinquanta, il bianco e nero s’impone, soprattutto per quanto riguarda il passato, gli avvenimenti storici. Sono così le foto della Seconda guerra mondiale, del periodo postbellico, e anche quelle dei leader e degli avvenimenti sociali e politici, almeno sino al 1969, e pure qualche anno dopo. Questo perché la memoria si forma, e riforma, al contatto con le immagini pubblicate sui giornali e sui rotocalchi, o viste in televisione, che sono in prevalenza in bianco e nero, anche quando nell’album di famiglia le immagini private erano già a colori.   Ricordo lo choc che ebbi quando vidi, non molti anni fa, le foto a colori di Hitler ed Eva Braun, colori pastello; tutto il periodo del nazismo era per me solo in bianco e nero. Mi sono venute in mente queste considerazioni quando qualche giorno fa quando ho letto il bel pezzo (“Due scatti nella storia”) che Michele Smargiassi ha scritto sul...

Perchè crediamo a Primo Levi?

C’è un aspetto dell’opera leviana che credo sia difficile sopravvalutare: il divario quantitativo tra Se questo è un uomo e (per usare l’espressione di Marco Belpoliti) il “macrotesto del Lager”. Se questo è un uomo, così come si presenta oggi, è il risultato di una composizione insieme rapida e graduale. Rapida perché il libro è stato steso nell’arco di pochi mesi, fra il 1946 e il 1947; graduale perché la prima redazione è stata rivista e integrata per l’edizione 1958, oltre che definitivamente corredata dall’Appendice, nel 1976. Levi non era quindi alieno dall’apportare varianti. Ma su Auschwitz ha scritto molto altro: e molto ha continuato a narrare circa la propria diretta esperienza. I primi capitoli della Tregua, la sezione iniziale di Lilìt, svariati passaggi dei Sommersi e i salvati, articoli e racconti sparsi, disseminati in varie sedi. Decine e decine di testi, senza contare le poesie, senza contare il lungo saggio Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria del campo di Monowitz, così ricco di particolari: una mole imponente di...

Marker / Mémoire

Questa è la storia di un uomo segnato da un’immagine d’infanzia.” L’immagine, attorno a cui gira e si avvolge La Jetée (1962) di Chris Marker, è il volto di una donna sul molo d’imbarco («jetée») dell’aeroporto di Orly: un uomo corre tra la folla verso di lei, ma è colpito da una pallottola, arrestato in una posa eterna, un’icona istantanea che ricorda molto lo foto emblema della guerra civile spagnola scattata da Robert Capa. Un bambino assiste alla scena, che è dunque scena primaria, “immagine d’infanzia”, prologo ed epilogo di una stessa storia: perché l’uomo e il bambino sono la stessa persona. Altro particolare, essenziale: questa immagine, come ogni immagine nel film, è, effettivamente, una fotografia fissa, come se questo istante fatale avesse congelato anche tutti gli altri.     La Jetée è la storia di un uomo che attraversa il tempo, un visionario, ossessionato da un ricordo e che grazie alla potenza di questo ricordo varca la soglia che separa un cupo mondo sotterraneo, in cui è relegato con gli...

Spagna. Le leggi e la memoria

Madrid o Barcellona? si domanda il magnate Sheldon Adelson, presidente della compagnia Las Vegas Sands che ha scelto la Spagna come sede del suo progetto di Eurovegas. I politici locali parlano di grandissime opportunità, posti di lavoro e ricchezza, e ognuna delle due regioni fa a gara per venire incontro a Adelson, sempre che come nuovo paese di cuccagna sia scelta la propria zona.   La Spagna come meta turistica di sole e spiaggia è un’invenzione franchista degli anni sessanta che si rinnova in questi giorni con l’aggiunta del gioco d’azzardo e degli altri piaceri che lo accompagnano. Ma per insediare Las Vegas in Spagna si dovrebbero cambiare tante leggi, come quella che decreta il divieto del fumo in luoghi pubblici, e soprattutto andrebbero stravolti i diversi piani regolatori che ne impediscono la costruzione. Ci vorrebbero leggi fatte su misura per Adelson, perché vuol fare le cose a modo suo: grandi alberghi di lusso in zone rurali non urbanizzabili e tabacco in luoghi chiusi, a cui sarebbero esposti clienti ed impiegati. Basta far capire a Pinocchio che il Paese dei Balocchi merita un adattamento delle leggi: “Ecco...

Perché non ricordo gli ebook?

Incontro Giovanna in una libreria. Sta cercando tra le novità i libri da leggere questa estate. È incerta se comprare un libro di carta, oppure la sua versione ebook. Quello tradizionale pesa di più e costa anche di più, tuttavia, mi confessa, i libri che legge sul tablet non se li ricorda per nulla. “Strano – dice – è come se leggessi qualcosa di cui non conservo memoria.” E non è questione dei saggi, che legge di meno sul tablet, ma proprio dei romanzi o racconti. “Com’è possibile?”, mi domanda. La medesima osservazione me l’ha fatta un mese fa un amico. Anche lui ha constatato che i testi letti in versione elettronica sono meno ricordabili: “Che sia un mio difetto?”, mi ha domandato. Da allora mi sto interrogando su questo strano effetto di oblio, o scarsa memorizzazione. Da tempo mi sono accorto che le email, ma anche i documenti, che ricevo via posta elettronica, li ricordo meglio se li stampo. Visti su un foglio A4, le parole, le frasi, i concetti, li trattengo meglio. Ma non posso stampare tutto, sia per una ragione pratica, sia per un problema etico: si consuma...

Parigi. Il confronto ritrovato

Gli italiani, che hanno visto in tanti La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, lo sanno bene: la Francia con il suo passato coloniale ha un grosso problema. Io sono senza dubbio un francese che ha un atteggiamento negativo, ma trovo che questo problema, questi oblii, sono molto più interessanti per capire il nostro presente di tutto ciò che vogliono imporci in quanto memoria ufficiale, attraverso le commemorazioni, per esempio.   Gli italiani, come i francesi, sanno pure che ormai non è più necessario essere un uomo o una donna culturalmente preparati per accedere alle più alte cariche dello stato. Pertanto siamo inclini a un entusiasmo un po’ esagerato, quando per caso il “cambiamento” porta al governo a Roma un vero “professore di economia” o alla presidenza a Parigi uno che è uscito dalla prestigiosa quanto impervia Scuola Nazionale di Amministrazione, appassionato di storia.   In Francia, il primo governo di François Hollande è stato d’altronde messo sotto segno classico, lui pure un po’ maltrattato, della grande meritocrazia francese: molti suoi membri, a...

L’avvenire dell’ebook

Alcuni anni fa avevo fatto una predizione sull’avvenire dell’e-book. Avevo sostenuto che l’e-book non si sarebbe imposto, o non avrebbe sostituito il libro, per ragioni un po’ differenti da quelle tipicamente invocate dai conservatori e contro gli argomenti addotti dai futuristi. Le ragioni tipicamente invocate dai conservatori: il libro cade e non si rompe, il libro non si scarica, il libro è comodo da tenere in mano. Le ragioni dei futuristi: l’e-book contiene migliaia di libri, è indicizzabile. La mia predizione era basata su un parametro sottovalutato nelle discussioni di allora. Il libro cartaceo è un ottimo oggetto di scambio sociale, è molto regalato e come regalo ha una vita illimitata. Regalare un e-book significa invece o regalare un gadget elettronico o regalare un file, e in entrambi i casi lo scambio simbolico è incomparabile a quello che si ha regalando un libro di carta. È simpatico ricevere in dono un libro; meno carino ricevere un pdf. In sostanza, il libro di carta fa parte di un “ecosistema”, e il suo ruolo nell’ecosistema non è rimpiazzabile dall’ebook....

Edmund White. Un giovane americano

Tra le righe di Un giovane americano c’è un momento in cui il narratore, che è un grande divoratore di libri, si chiede: “E se avessi raccontato la mia esistenza esattamente com’era? Se l’avessi mostrata in tutta la sue densità, nel suo tedio, nella sua passione tenuta segreta?”. È una dichiarazione di poetica ed è anche una presa di posizione rispetto allo statuto della letteratura: invenzione, realismo o confessione? Chi parla è un giovane quindicenne, insoddisfatto della propria vita, che riversa nella lettura la sua inettitudine a una normale socievolezza. Per chi si sente solo, escluso, leggere può servire infatti ad evadere, a costruire una vita parallela alla propria. A sognare, ma pure a peccare, quando nella realtà non si ha magari abbastanza fegato per farlo. E infatti, prima che la vita vera irrompa sulla scena il giovane protagonista si nutre di fantasie altrui, trasferendo le sue pulsioni in “voti, tradimenti, fughe, litigi, sacrifici, suicidi” consumati nei romanzi classici ottocenteschi.   Così è stato. Così ha voluto che fosse Edmund...

Arte contemporanea, ecologia, sfera pubblica

Il volume è una selezione di saggi e testi brevi apparsi tra 2007 e 2011: quadriennio che ha visto l’arte contemporanea giungere dapprima all’apice del consenso e poi, a seguito della crisi finanziaria, divenire oggetto di valutazioni decisamente più caute. Convinzione e perplessità si alternano anche negli scritti raccolti: con l’indicazione di propositi condivisibili e altresì il riconoscimento di un distacco talvolta stupefacente dalle necessità comuni.   La storia dell’arte si intreccia intimamente, a partire dagli anni Sessanta, alle trasformazioni del movimento verde e alla richiesta di maggiore attenzione per gli equilibri che regolano la vita sulla Terra. L’interesse per la qualità degli spazi urbani, la sostenibilità delle produzioni e del consumo, la domanda di giustizia sociale, istituzioni trasparenti e servizi diffusi è parte dell’agenda ambientalistica al pari delle più tradizionali istanze di tutela della natura “selvaggia”. Se nel recente passato gli artisti hanno cercato di contribuire a...

Elisabetta Benassi. All I Remember

“Collezionare fotografie è collezionare il mondo”, scrive Susan Sontag nelle pagine iniziali di On Photography. Collezionare fotografie equivale al tentativo utopico e un po’ folle di recuperare il passato mantenendolo artificialmente in vita, di salvarne tracce e residui attraverso un processo compulsivo di accumulo, conservazione e catalogazione. Lo strumento fotografico si rivela un alleato essenziale in quest’attività di salvataggio della memoria, poiché ha il potere di fissare e tramutare gli istanti storici, restituendoli sotto forma di oggetti fisici, leggeri, trasportabili, collezionabili. La fotografia rende quindi possibile la costruzione di un archivio potenzialmente infinito di eventi storici, pubblici e privati, illustri e insignificanti, e soprattutto alimenta l’illusione di possederli interamente, fisicamente e concettualmente. Il collezionista infatti non cerca solo di preservare la storia, ma di rintracciarne il senso seguendo il filo discontinuo dei frammenti raccolti.     È forse proprio questo aspetto conoscitivo, talvolta viscerale e parossistico, ad avere fatto sì che il...

Castiglion della Pescaia / Paesi e città

Di solito al mare, almeno in Italia, si associano scenari di luce, sole e calore. È curioso, invece, come i miei ricordi di Castiglion della Pescaia, una delle più ridenti località turistiche della Maremma, siano di nuvole e foschia. Esterne, in qualche giornata di pioggia, ma soprattutto interiori.   Ci sono stato tante volte, fin da piccolo, coi miei, da solo e con amici. E sempre, per me, ha rappresentato un crocevia, e insieme una visione che si levava da un mondo in dissolvenza.   Il primo anno che ci sono venuto sarà stato quand'ero in prima elementare. Durante il viaggio avevo dormito sul sedile posteriore della Giulia, un'Alfa Romeo che solo a ripensarla evoca passato. Mi svegliai sulla Via Costiera, circondato dalla pineta litoranea, e poco dopo mi apparve il profilo arroccato del paese, con il castello e la torre della Pieve di San Giovanni Battista.     Poi Castiglione è rimasto in un angolo della mia memoria, e ci sono ricapitato soltanto a ventitré anni, di ritorno dall'Erasmus, solo e in cerca di un filo conduttore personale che in Inghilterra avevo trovato, ma che, una volta...

Altopiano del Formicoso / Paesi e città

Il cielo sopra l’altopiano del Formicoso nasce a nord, alle spalle del Gargano. L’Adriatico fa lievitare l’impasto e la bora lo spinge verso sud. La foce è oltre la sella di Conza, un anello mancante tra la catena dei monti Alburni ad oriente e quella dei monti Picentini ad occidente. In questa terra ci sono tante chiese ma l’unica cattedrale è il paesaggio e l’altopiano è il suo altare dove decine di pale eoliche ruotano per crocifiggere il vento.     Sono un pattinatore. Perdere e ritrovare con continuità l'equilibrio è alla base del pattinare e vivere in bilico in un paese ai margini di un altopiano è un ottimo allenamento. Pochi posti sono accoglienti come l’altopiano del Formicoso per un pattinatore, anche quando l’inverno lo abbraccia con generosità. Lungo le strade statali 91 e 303 ho tracciato il mio percorso.                                          ...

Israele. Il back yard di Tel Aviv

Sono le otto del mattino. Dizengoff Street: la via del divertimento e dello shopping sfrenato, un susseguirsi di boutique, yogurterie, sushi bar e chioschi ricoperti di frutta dove gustare centrifughe giganti che aiutano a fare pace con il mondo, o per lo meno questo è l’effetto che ha su di me il mezzo litro di mango, frutto della passione e arancia che stringo tra le mani in questa calda, ancorché piovosa, giornata di dicembre. Quando sono stata qui l’ultima volta, in luglio, questo bubble tea con le sedie colorate di verde e arancione non c’era (ndr. the freddi riempiti di bolle di gelatina vegetale dal cuore di succo di frutta), e nemmeno i due negozi di scarpe da sposa distanti pochi passi l’uno dall’altro, né ricordo di avere già visto il piccolo rivenditore di accessori per iPhone. Le attività si succedono a un ritmo sconcertante, café si rinnovano e nuovi negozi di abiti firmati o prodotti tecnologici di ultima generazione si giocano lo spazio attorno agli innumerevoli supermercati della catena AM:PM, aperti ventiquattro ore su ventiquattro persino durante lo Shabbat, quando attorno tutto è...

Rosalind Krauss. Under Blue Cup

Quello che sto per scrivere non suonerà come un’indiscrezione, perlomeno tenendo conto di quello che i lettori più affezionati di Rosalind E. Krauss – la più brillante storica e critica d’arte contemporanea americana, con un nutrito seguito anche in Italia – si raccontano a mezza bocca da dieci anni. Ma soprattutto non suonerà come un’indiscrezione per una ragione più sostanziale, che è l’oggetto principale dell’ultimissimo libro di Krauss. Procediamo per ordine: fine 1999 a Manhattan, in uno dei migliaia di taxi che sciamano a zig zag sfidando la griglia urbanistica della città, Rosalind Krauss vive un’esperienza quasi letale: la rottura di un aneurisma. Raggiunto l’Ospedale di New York a bordo dello stesso taxi viene ricoverata d’urgenza e si salva per un pelo. L’emorragia cerebrale ha pertanto delle conseguenze devastanti sulla sua memoria. Il XX secolo si chiude per Krauss con un vero e proprio azzeramento, un reset dei suoi ricordi.   In tanti consideravamo The Optical Unconscious (tr. it. L'inconscio ottico, Bruno Mondadori 2008) – uno dei...

Woody Allen. Midnight in Paris

Tanto per chiarire le cose, è innegabile riconoscere che se Woody Allen un film come Midnight in Paris l’avesse girato venticinque anni fa, probabilmente gli sarebbe venuto l’ennesimo capolavoro dei suoi straordinari anni ottanta. Oggi, però, Allen non ha più la grazia dolente dei tempi di La rosa purpurea del Cairo e di Radio Days, non ha più la voglia di raccontare storie e tratteggiare figure fragili come quelle che popolavano i suoi film più nostalgici ed elegiaci. Oggi il suo cinema è distratto, talvolta evanescente, non superficiale ma spesso rinunciatario. A ogni giro venuto bene ci si riprende dalla delusione di aver visto evaporare un genio, e inevitabile scatta la frase “questo è il migliore tra i suoi ultimi film”; mentre a ogni giro venuto male ci si gira dall’altra parte e si fa finta di niente. La pratica critica è tanto ingiusta quanto inutile, ma soprattutto riproduce in modo sorprendente la dinamica dei sogni e dei desideri dei personaggi di Midnight in Paris: questa volta, insomma, Woody sa di cosa parla e sa a chi si sta riferendo. Non tanto ai suoi spettatori, quanto a chi...

La scuola e la mente

Gran parte di quello che ci succede quando siamo a scuola avviene nel nostro cervello, incluso quello che viene insegnato nell’ora di educazione fisica. Non possiamo quindi parlare di come cambierà la scuola senza discutere di come ci relazioniamo con il contesto attorno a noi e come questo già sta cambiando la nostra attività mentale. Avere accesso in ogni momento e in ogni luogo a enormi reti di dati (i media digitali) e di persone (le tecnologie sociali), insieme a un perenne bombardamento di informazioni, cambia la nostra inclinazione a distribuire attenzione, comprensione e abilità connettiva tra le informazioni stesse. Non sappiamo se Google ci stia davvero rendendo stupidi - cosa vuol dire “stupidi”, tra l’altro? - ma sicuramente qualcosa sta cambiando.   A. Se si modifica l’attività mentale tipica, cambia anche la scuola. B. L’attività mentale tipica sta cambiando in gran parte a causa dell’interazione con sistemi digitali di gestione e connessione di informazioni e persone che d’ora in poi riassumeremo come intelligenza artificiale, anche nel caso ad esempio dell...

Madrid - Jorge Semprún

  Qualche giorno fa all’Istituto Francese di Madrid si è tenuta una serata dedicata alla memoria di Jorge Semprún. La sala era non molto grande, perciò parte del pubblico è rimasta fuori, mentre alcuni amici spagnoli parlavano dello scrittore. Seduti al tavolo le autorità francesi. Ricordi personali e discorsi sull’identità di questo scrittore che è stato una delle memorie di un secolo tragico, il XX: lo sguardo della memoria. “Este país no tiene solución”. Non c’è niente da fare, la Spagna non ha soluzione, aveva detto alla scrittrice Rosa Regás, l’ultima volta che si erano visti. Una frase che ha fatto ricordare ai presenti le parole pronunciate da Felipe  Gonzáles a Parigi, pochi giorni dopo la morte di Semprún, il 31 maggio di quest’anno, quando l’ex presidente e politico socialista ha messo in rilievo il modo ingiusto con cui la Spagna aveva sempre trattato lo scrittore.   Semprún aveva lasciato scritto di esser sepolto a Biriatu, un piccolo paese basco-francese, sulla riva del Bidasoa, la linea di frontiera...

Genova / Paesi e città

Beati coloro che hanno un’identità. Che è come credere in Dio o giurare viscerale fedeltà al luogo in cui nascono, con forza ne avvertono il senso di appartenenza. Figli di una terra precisa, si sentono immigrati, emigranti, diversi, in un qualunque altro luogo che non sia quello di nascita identificandovi il punto del loro equilibrio psico-fisico. Perché il punto d’equilibrio, per loro, è riconoscersi in un dato punto geografico. Beato chi se ne va e poi torna, come insegnano le antiche narrazioni, secondo una circolarità di percorso, di disegno immaginario di una spirale. Certo che chi torna non si troverà mai allo stesso punto di partenza, lui e il luogo sono cambiati insieme. È l’andamento circolare del tempo, che vediamo inciso nei tronchi degli alberi.   Qualcuno ha definito il momento del ritorno come un “salto di ottava” (musicalmente parlando). E qualcuno, alludendo a questo salto, allude addirittura a un’altra dimensione, estrema – come quella traversata dal revenant che, se torna a raccontare, sa che mai potrà essere inteso. O finirà pazzo, come il...

Il piroscafo Conte di Biancamano

Bergamo, Città dei Mille nei primi anni Sessanta. La scuola non era lontana da casa ma bisognava comunque attraversare via Statuto, poi scendere lungo viale XXIV Maggio, prendere a sinistra via Mazzini e poi subito a destra via Cadorna, arrivato: Scuole Elementari “Armando Diaz”. Il maestro Angelo era un po’ manesco e anche fissato con i canti risorgimentali e ci faceva suonare sulla melodica Hohner le note della Bella Gigogin e Addio, mia bella addio, tutti e trentacinque quanti eravamo sull’attenti, in braghe corte. Al pomeriggio, partitella nel campetto di via Diaz contro i nemici storici di via Legionari in Polonia. Tutta la seconda infanzia così, in quel quadrilatero dai toponimi patriottici. La prima raccolta di figurine, quando però abitavo ancora a Pavia, era stata quella dei garibaldini del Corriere dei Piccoli. Negli anni della Diaz, invece, erano i ragazzi di Curtatone e Montanara ad accendere la mia fantasia, quasi quanto i Tigrotti di Mompracem. Poi la lunga marcia nell’adolescenza e la rimozione, prima, e quindi il rifiuto di quella cosa, finanche della parola. Come a quasi tutti quelli che conoscevo allora,...

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