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Insperati incontri / Silvio Perrella. Un'idea visiva sul mondo

Insperati incontri di Silvio Perrella (Gaffi, 2017) contiene, secondo indice alfabetico, brevi recensioni, lunghe interviste, conversazioni ricostruite o fissate in radio; tale elastico sillabario si presta ad essere riaggregato lungo diverse direttrici: le poetesse per esempio (Rosselli, Merini, Cavalli), Napoli (su cui bisognerà tornare), i maestri. Partendo da questi ultimi – che stanno tra l'altro in massima parte negli anni ottanta, magari con ulteriori riprese – è possibile tracciare un percorso trentennale dell'autore ed anche, forse, di una generazione critica. Perrella si fa le ossa su Alfabeta e Autografo grazie a Maria Corti, che diceva di considerarlo suo allievo a distanza, quando però il fulgore dello strutturalismo e della semiologia andava velandosi, pur mantenendo ancora grande prestigio accademico. Silvio D'Arco Avalle, filologo romanzo nato nel 1920, nell'intervista datata '87, rivendica la primazia in quel genere di critica, ma pure segnala il proprio allontanamento dovuto a ripetitività e talvolta illeggibilità. Perrella, a proposito di Corti, scrive: “Poi venne un periodo in cui provai meno interesse per la sua figura d'interprete e di scrittrice. Non so...

Sessant'anni dopo / Le ceneri di Gramsci di P. P. Pasolini

Giusto sessant’anni or sono, nel giugno del 1957, uscivano per l’editore Garzanti Le ceneri di Gramsci, quello che di solito viene considerato il più importante volume di versi di Pier Paolo Pasolini. Il poeta medesimo lo giudicava una delle sue massime riuscite. Lo scrive esplicitamente nel novembre del 1973, recensendo su “Tempo” Calderòn. Il fatto che si tratti di un’auto-recensione dovrebbe far riflettere. Del resto Pasolini non era nuovo a questo procedimento. Già due anni prima, il 3 giugno del 1971, aveva recensito lui stesso quello che poi risulterà essere il suo ultimo libro di poesie italiane, cioè Trasumanar e organizzar.   Se un autore è costretto a questa pratica, significa che non gode certo del favore popolare, e nemmeno di particolare attenzione da parte della critica. Ma questa è una questione ben nota, che già nel 1980, a soli cinque anni dalla morte del poeta, Arbasino, nella prima edizione di Un paese senza, aveva sintetizzato come meglio non si poteva e una volta per sempre: “Pasolini, vivo, veniva commiserato e insultato proprio dai medesimi che lo proclamano Vate da morto”. Ne accenniamo solo perché, ogni volta che si celebra Pasolini, andrebbe sempre...

Brian Friel tradotto da Daniele Benati / Il gran teatro delle illusioni

Brian Friel (1929-2015) è stato uno dei più grandi drammaturghi di lingua inglese, le cui opere sono state regolarmente rappresentate nei maggiori teatri del mondo, quasi sempre partendo dall’Abbey Theatre di Dublino, per poi approdare al London’s West End e a Broadway. Dopo i primi successi in Irlanda, il pieno riconoscimento internazionale arriva con Philadelphia Here I Come (1964), a cui seguono, tra le altre, Lovers (1967), The Freedom of the City (1973), Faith Healer (1979) e Translations (1980). Dal suo Dancing at Lughnasa, del 1990, vincitore di tre Tony Awards tra cui miglior opera, il regista Pat O’Connor ha tratto il celebre film omonimo, con Meryl Streep. Friel è stato il fondatore, insieme all’attore Stephen Rea (vi aderirà poi anche Seamus Heaney), della Field Day Theatre Company, una compagnia di teatro itinerante che si proponeva di creare uno spazio di unità per gli irlandesi, in risposta alle lotte intestine tra cattolici e protestanti, repubblicani e unionisti che hanno insanguinato l’isola fino ad anni recenti.   È uscita ora per Marcos y Marcos la raccolta di racconti Tutto in ordine e al suo posto, traduzione e cura di Daniele Benati, autore anche di una...

Andres Serrano, la scrittura, i volti e la morte / Parole ultime

Certo, l’argomento è tragico e delicato, peraltro riportato alle cronache da recenti casi eclatanti, ma al di là degli aspetti personali e sociali, il tema del suicidio è uno di quelli che turbano perché pongono questioni al limite e che riguardano il limite. Non ci chiediamo tanto, dunque, che cosa spinge una persona a suicidarsi, quali motivi o circostanze, bensì in che situazione si trova una persona, cosa pensa, cosa crede di pensare, nei momenti che precedono immediatamente il gesto estremo? Tanta letteratura e cinematografia ha affrontato il tema, ma qui c’è qualcosa di originale e peculiare: cosa dice, cosa crede di dire nei messaggi che lascia, nelle sue “ultime parole”? E per noi: sono esse anche “parole ultime”?   Gabriele Tinti ha raccolto in un piccolo volume, intitolato appunto Last Words (Skira, Milano 2015), alcuni testi di quei biglietti che i suicidi lasciano – a chi? – prima dell’ultimo gesto. Di diversissima lunghezza e tenore, contenuto e tono, a volte sembrano delle poesie, altre delle lunghe tirate assurde o penose. Sì, anche di fronte alla morte si ripresentano tutte le sfumature dell’essere umano. In che senso allora sono “ultime”? Qual è la loro...

Come si diventa psicoterapeuta

La raccolta di Nicole Janigro mi ha ricordato un altro libro di una dozzina d'anni fa: Chi sono i vostri analisti [Astrolabio-Ubaldini 2003], firmato da Jaques-Alain Miller e ottantaquattro amici. Il più bel saggio di quel libro denso oltremisura (cinquecentodieci pagine fitte) sostiene che dopo la lettura delle maggiori figure della psicoanalisi – che, in Francia, noblesse oblige, annoverano anche la Principessa Marie Bonaparte – era meglio tenersi i propri sintomi piuttosto che “aderire a una psicologizzazione moralizzante 'delle donne' alla quale gli analisti avevano ridotto l'enigma ereditato da Freud”. L'autrice di queste parole è Marie-Hélène Brousse, che di clinica se ne intende.   Il lavoro di Nicole Janigro è meno pretenzioso di quello di Miller, raccoglie il contributo di soli dodici terapeuti e di pagine ne conta circa duecento; tuttavia è molto più godibile, anche perché raccoglie dodici punti di vista tra loro eterogenei e mostra che si può diventare terapeuta attraversando vie differenti, piuttosto che una sola.   La rassegna si presta a possibili...

Mark Strand: I am the absence

La prima aspirazione di Mark Strand adolescente (11 aprile 1934 - 29 novembre 2014) era di diventare un artista. Negli anni Cinquanta frequenta la Yale School of Art and Architecture e lavora per un’estate a Città del Messico come assistente di Siqueiros, di cui però ben presto si accorge di non condividere né l’ideologia né la poetica. In un saggio del 1991 Strand racconta del giorno in cui comunica alla madre di aver deciso di rinunciare alla carriera di artista e di volersi dedicare alla poesia:   «È il 1957. Sono a casa, in vacanza dalla scuola d’arte, seduto dall’altra parte del salotto, di fronte a mia madre. Parliamo del mio futuro. Mia madre ha l’impressione che io abbia scelto una professione difficile. Dovrò lottare nell’oscurità e ci vorranno anni e anni prima che il mio lavoro venga riconosciuto. E anche allora non è affatto certo che riuscirò a guadagnarmi da vivere o a mantenere una famiglia. Pensa che sarebbe più saggio se diventassi un avvocato o un dottore. È stato a quel punto che le ho detto che, nonostante avessi appena iniziato l’Art School, quello che mi interessava davvero era la poesia. «Ma allora non ti guadagnerai mai da vivere» disse. Mia madre è...

Found photos in Detroit

Daniele De Luigi: Found photos in Detroit è un libro che lascia attoniti. Scabro e crudo, fin dal titolo è volutamente laconico e didascalico: pagina dopo pagina non vi si trova altro da quanto dichiarato nelle quattro righe introduttive, un catalogo di vecchie fotografie buttate via, poi ritrovate, raccolte, selezionate e fedelmente riprodotte. Detroit era cresciuta elegante e raffinata a partire dalla fine dell’Ottocento, poi divenuta capitale mondiale dell’industria automobilistica con Henry Ford e focolaio delle battaglie per la democrazia e l’uguaglianza nel Dopoguerra. Dagli anni Sessanta ha vissuto un declino inesorabile e drammatico: la popolazione, che dopo la Guerra contava quasi due milioni di abitanti, era scesa alla fine del decennio scorso a settecentomila, con tassi record di povertà, disoccupazione e criminalità. Gran parte delle case e dei palazzi oggi giacciono disabitati e fatiscenti, conferendo ad ampie aree della città un fascino lugubre e inquietante. Le fotografie, precisate, le avete raccolte per strada e cerco di immaginare questa desolazione. Se Detroit rappresenta il paradigma della fine di una...

Oltre Wikileaks e l’emergenza della partecipazione

A dispetto del titolo, il libro di Micah L. Sifry Oltre Wikileaks, Il futuro del movimento per la trasparenza tratta solo marginalmente di fughe di notizie. “Leak” in effetti si traduce con “fuga di notizie”, e viene usato come suffisso per il nome di molte piattaforme di raccolta, verifica e condivisione di dati segreti nate dopo il boom di Wikileaks, come OpenLeaks e GlobalLeaks. Ma lo scenario tratteggiato da Sifry (co-fondatore di Personal Democracy, forum che si occupa della nuova partecipazione politica attraverso le tecnologie digitali) è molto, molto più ampio.   I due concetti cardine del libro sono l’Open Government - nuove strategie di organizzazione della pubblica amministrazione, secondo i criteri di trasparenza ed accessibilità - e gli Open Data - il libero accesso ai dati della Cosa Pubblica. Vista dall’esterno, la questione potrebbe sembrare limitata ad oscure problematiche tecniche di standard e piattaforme. In realtà è tutto il contrario: si tratta di un panorama culturale completamente nuovo, che mira a trasformare e rivitalizzare la cittadinanza nell’epoca dei media...