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ritratto

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Autobiografia per immagini / Giorgio Agamben, pittore

Come è possibile portare a termine un’opera? Se lo chiedeva Pasolini, alla fine del Decameron, quando, nei panni di Giotto, mirava la sua opera pittorica finita, ma anche, metatestualmente, il suo film, che proprio su quell’immagine terminava. Se lo chiede anche Giorgio Agamben, dopo vent’anni di lavorio del concetto, quando porta a termine i nove volumi di Homo sacer, nel 2014, con L’uso dei corpi (Neri Pozza, Vicenza, 2014). La risposta, tutta agambeniana, sta già nella prefazione: dice Agamben, riferendosi alla sua ricerca, che essa «come ogni opera di poesia e di pensiero, non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)» (p. 9).   Eppure Agamben, dopo la conclusione del progetto-Homo sacer è stato molto prolifico: almeno sei libri pubblicati all’attivo, di cui l’ultimo è una autobiografia per fotografie, dal titolo Autoritratto nello studio, edito in una bella edizione Nottetempo. Immediatamente prima c’erano stati due studi, apparentemente sorprendenti per il loro inusuale oggetto: uno sugli affreschi di Tiepolo padre e figlio dedicati a Pulcinella (Pulcinella, divertimento per li regazzi, Nottetempo, Roma, 2016) e un altro dedicato...

Il ritratto fotografico

Calvino e l’identità   Nel 1976 esce presso le edizioni La Nuovo Foglio un volume di ritratti fotografici di Carlo Gajani intitolato Ritratto, identità, maschera. Tra i vari personaggi presenti nel volume c’è anche Calvino. Lo scrittore ha conosciuto Gajani attraverso Gianni Celati; due volumi narrativi e sperimentali dell’autore di Comiche, Il chiodo in testa del 1974 e La bottega dei mimi del 1977, contengono fotografie di Gajani. Questi si è dedicato alla fotografia e alla pittura dopo aver esercitato la professione di medico, e prima ancora aveva studiato pianoforte al Conservatorio. L’artista bolognese è tra i primi che indaga il tema del ritratto fotografico, non solo attraverso i suoi scatti, ma interrogando, secondo lo spirito proprio dell’epoca, i suoi soggetti fotografici: propone un questionario a tutti. Dopo averli fissati in immagine li sollecita con alcune domande. Dal canto suo, in quel periodo Calvino si sta interrogando sul medesimo tema. Ne tratta in due testi, quello intitolato “Identità” (1977), che ora si legge nei Saggi dei Meridiani, e questo di risposta all’...

Le nostre facce ci perseguitano

Le nostre facce ci perseguitano. Raramente un'epoca storica è stata tanto fondata come la nostra sul volto umano, reiterato nelle sue forme più photoshoppate o esposto nella sua nuda banalità in milioni di selfie online. Il viso è divenuto il tramite contemporaneo che permette all'individuo di esistere oltre le parole, secondo i parametri di una comunicazione intesa come un “metterci la faccia”, e se i lineamenti di una persona sono ora la suprema fonte di conoscenza in una cultura già così estremamente orientata verso il visivo, iniziano a farsi sentire gli effetti collaterali di una corsa alla bidimensionalità dell'umano. L'annuale esposizione al Macro di Fotografia – Festival Internazionale di Roma dedicata quest'anno al ritratto contiene in sé i limiti di questa esperienza : girando per le sale della mostra si avverte quasi una resistenza verso questo susseguirsi di volti che pur in modalità più lenta e stratificata del solito si esibiscono allo sguardo.   Marco Delogu, Luce Attesa   Un primo interrogativo sorge intorno al relazionarsi dello spettatore alle...

Su Visti&Scritti di Ferdinando Scianna

Chi si confronta con l’atto del ritrarre o dell’essere ritratto è assalito da dilemmi, suggestioni e esitazioni che coinvolgono alcuni dei temi fondamentali del nostro esistere: io-l’altro-identità-somiglianza-sguardo-presenza-ricordo-tempo-spazio-luce-vissuto e così via (quasi fino all’infinito). Allo scopo, forse, di fare che il soggetto-oggetto ri-Tratto (lei, lui, loro) torni a sé, ricompaia in sé, e possa toccare con mano la propria realtà, la propria verità. Perché (dicono) nel ritrarre si trova (forse) l’essenza più remota, misteriosa e meno conosciuta dell’arte. Il ritratto, da sempre dipinto, immaginato e scritto è divenuto da meno di due secoli terreno fertile anche della fotografia e, da poco, dei nuovi media. Per avere sempre presente l’Altro, anche se di un autoritratto si tratta. Sembrerebbe fatto, il ritratto, allo scopo di eternizzare un istante.   Di fronte all’immagine ri-Prodotta, la domanda scatta da sé (come un click): premere l’otturatore di un apparecchio, fotografare il soggetto, riprodurre l’oggetto (lui, lei, loro...

L’immaginario androgino

Leggendo il libro di Franca Franchi, L’immaginario androgino. Migrazioni di genere nella contemporaneità (Sestante Edizioni, 2012) verrebbe da dire: non esiste solo il mito di Narciso. È vero che Philippe Dubois nel suo saggio L’acte photographique (1983), fa riferimento al De Pictura di Leon Battista Alberti e pone il volto del fanciullo che guarda se stesso nella fonte come mito all’origine della pittura. Ed è sicuramente innegabile che il volto di Narciso compaia anche nelle moltitudini degli autoritratti contemporanei – i neonati selfie, sospesi, scrive Tiziano Bonini, tra il “desiderio di sondare se stessi” e “la nuova consapevolezza della propria immagine digitale”.   Persino nel ritratto sembra che il mito del fanciullo ovidiano non rinunci a svolgere il ruolo di archetipo, come suggerisce Lina Bolzoni nel suo saggio Poesia e ritratto nel rinascimento (2008). Tuttavia Franca Franchi compie un deciso cambio di rotta: distoglie lo sguardo dal mito onnipresente di coloro che non riescono ad abbracciare la propria immagine e lo rivolge verso un altro mito: l’androgino. Perché? Cosa rappresenta?   Un sogno, l’illusione dell’autosufficienza divina che si materializza...

Jorge Luis Borges, Palermo, 1984

A Palermo. Non, però, nell’ormai irriconoscibile quartiere bonearense di Palermo dove Borges nacque  e ha vissuto, ma in Sicilia, dove lo scrittore si era recato per ricevere un premio e per compiere un viaggio in un luogo per lui così ricco di memorie letterarie e di echi spirituali. Incontro Borges sulla terrazza del suo albergo davanti a un nitido mare. La giornata è radiosa. Lui sembrava bere quella particolare fragranza dell’aria, diceva di sentire che il cielo doveva essere azzurrissimo. Si volse verso il sole, la cui luce ignorava, ma di cui sentiva il calore, e cominciò a declamare: “Dolce color d’oriental zaffiro... Dante, Purgatorio, canto primo”, precisò con un sorriso timido. Il suo amato Dante. La Commedia, che in gran parte conosceva a memoria. Quel verso lo ripeté più volte, assaporandolo. Poi ne citò altri, di D’Annunzio, di Marino, sempre sul colore del cielo. Era la sua maniera di fare omaggio al paese che lo ospitava: recitare i versi dei suoi poeti. Raramente ho incontrato uno scrittore, un artista che di persona fosse all’altezza del mito che me ne ero...

Felicia Bartolotta Impastato, Cinisi, 1983

Facevo un lavoro su donne e mafia: le madri, le mogli, le figlie di quanti dalla mafia erano stati ammazzati. Quelle, soprattutto, che cominciavano a parlare, dopo secoli di silenzio, che si ribellavano. Volevo incontrare Felicia Impastato.   Una amica e importante fotografa, specialista in mafia, mi aveva detto che sarebbe stato difficile cavarne un buon ritratto. Troppo poco suggestivo il salottino piccolissimo borghese nel quale Felicia incontrava le persone che volevano parlarle di suo figlio. Ancora se ne parlava poco. Il film I cento passi era di la da venire. Ma se la fai parlare molto, se magari le fai tirare giù il ritratto di Peppino che è attaccato al muro, magari piange, magari si crea una situazione forte.   Naturalmente non le ho fatto tirare giù il ritratto, naturalmente non l’ho fatta piangere. E magari non le ho fatto un buon ritratto. Ma l’incontro con Felicia Impastato, la calma, intelligente passione con cui nel suo colto dialetto raccontava la storia di Peppino sono tra i più vividi ricordi rimasti nella mia memoria. E molto affezionato sono rimasto all’immagine del contenuto, battagliero dolore...

Gli Appalachi di Shelby Lee Adams

Shelby Lee Adams è un fotografo americano che fin dagli albori della sua carriera, iniziata negli anni ‘70, si è sempre dedicato a ritrarre famiglie e piccole comunità montane dell’Appalachia, regione in cui è nato. Da qualche mese è disponibile il suo quarto libro fotografico Salt & Truth, pubblicato dall’editore statunitense Candela Books. Ho avuto modo di vedere alcuni degli ottanta scatti contenuti in questo volume durante un’esposizione nella bella Catherine Edelman Gallery di Chicago.                           Se si chiede a un americano “who are the Appalachian?” si può star certi di quale sia la prima reazione: una risatina, occhi che si abbassano e un inutile tentativo di ricomporsi. Alcuni poi si mettono a spiegare con tono serioso che gli appalachiani sono da sempre vittime di certi stereotipi denigratori. Povertà, ubriachezza, violenza. Si dice che si sposano tra fratelli e sorelle. Ma sono solo cliché che non vanno presi troppo sul serio, continua l...

Chicago. Studio Malick

Malick Sidibé è un fotografo di Bamako, capitale del Mali, che grazie alle immagini scattate nel suo paese durante gli anni ’60-’70 ha raggiunto una notevole fama internazionale. Le fotografie ritraggono la società maliana finalmente libera dopo ottant’anni di colonialismo francese e queste gli sono valse riconoscimenti sovranazionali. Da allora la sua notorietà è cresciuta fino al conferimento d’importanti premi, quali il The Hasselblad Award del 2003, il Leone d’oro alla carriera della Biennale di Venezia del 2007, l’Infinity Awards del 2008. Negli ultimi vent’anni si sono susseguite mostre per tutto il mondo e in Italia va ricordata l’esposizione “Malick Sidibé. La vie en rose” ospitata dalla Collezione Maramotti di Reggio Emilia nel 2010.     A Chicago s’è appena conclusa la mostra “Studio Malick” nell’appartato spazio espositivo della DePaul University, una delle più grandi università cattoliche degli States. Su Malick ci sono capitata per caso. Il mio vero obiettivo era una serie di fotografie recentemente...

Jacques Henri Lartigue, Opio, 1984

A Opio, in Costa azzurra, il giorno del suo novantesimo compleanno. Ho amato nel grande Jacques quello che non potrò mai avere: la leggerezza. Forse preclusa a un siciliano. È stato l’unico enfant prodige della storia della fotografia. La fotografia era bambina e Lartigue, bambino anche lui, l’ha usata con una grazia e una felicità imperdonabili nel secolo dei massacri. Come fotografo è stato scoperto ben oltre i sessanta anni.    Lui stesso, peraltro, non sapeva di essere un grande fotografo e non gli importava. Le fotografie le aveva fatte per se stesso, come, mi spiegò, in estate si fanno marmellate di albicocche quando sono al colmo del sapore e del profumo. Per conservare, di quel regalo della natura e della vita, una traccia. Ma a me, ribadiva, piacciono le albicocche fresche, molto meno la marmellata. Il palpito di vita, fulmineo, irripetibile, prezioso.   Lo andai a trovare il giorno del suo compleanno. Eravamo amici.   Gli chiesi di fargli dei ritratti. Lucette lo fermò prima di andare in giardino: aspetta Jacques, ti pettino. Ecco la magia dell’irripetibile, così...

Roland Barthes, Parigi, 1977

L’avevo incrociato un paio di volte con Maurice Nadeau, di cui era amico e che aveva pubblicato, tanto per cambiare, alcuni dei suoi primi testi. Era già diventato uno dei grandi personaggi della cultura internazionale e papa della semiologia. Avevo tentato, senza riuscirci, di leggere Il sistema della moda, e L’empire des signes mi era sembrato molto suggestivo, ma piuttosto ingenuo sul piano politico. Miti d’oggi, però, lo leggevo e rileggevo e lo consideravo e lo considero un libro straordinario.   Quando uscì Frammenti di un discorso amoroso osai chiedergli un’intervista ed è in questa occasione che gli feci questo ritratto. Mi sembrò timido, imbarazzato, non smetteva un istante di fumare il suo sigaro: le sue risposte erano nitide e perfettamente strutturate. Amaro, malinconico. Gli rimanevano solo tre anni di vita.   Nel 1980 uscì La camera chiara, nota sulla fotografia. Libro fondamentale per chiunque si occupi di fotografia, e non solo. Da trent’anni citatissimo come un saggio ed è invece uno straordinario romanzo, attraverso la fotografia, sulla memoria, la morte, il lutto...

Fichés

Ha fatto in tempo Ando Gilardi a visitare Fichés. Photographie et identification du Second Empire aux années soixante, la mostra agli Archives Nationales di Parigi chiusa a fine gennaio di quest’anno? E in caso positivo, cosa ne ha pensato, lui che in Wanted! (Bruno Mondadori 2003) ha ripercorso la storia della fotografia segnaletica, mostrando come questa corra parallela alla storia della fotografia tout court e giunga ininterrotta fino ai giorni nostri? La visita di Fichés mi ha lasciato con tante domande aperte, di più, mi ha scosso e persino emozionato. Quel giorno di gennaio mi è mancato un compagno di visita come Gilardi, un privilegio che avrebbe dato un’altra coloritura alle impressioni che seguono.   Entro agli Archives Nationales con le idee molto chiare su cosa aspettarmi dall’esposizione Fichés: come recita il sottotitolo, tratta di Photographie et identification du Second Empire aux années soixante. Fichés, ovvero schedati, ripercorre la creazione, la diffusione e la definitiva affermazione della fotografia segnaletica, giudiziaria e criminale. In questo modo mostra la saldatura...

Lo sguardo di Valentine

Ecco un dipinto del pittore svizzero Ferdinand Hodler. Quando tempo fa mi è cascato sotto agli occhi, grande è stato il mio disinteresse: un paesaggio spoglio e convenzionale, esteticamente scialbo, ancor più se considerata la data d’esecuzione, 1915. All’epoca c’erano già le avanguardie, i collages, il cubismo e sulla Svizzera stava per abbattersi la tempesta dada che spazzerà via l’idea di arte in voga sin dal Rinascimento. Nell’occhio del ciclone, Hodler non trova niente di meglio che piantare il cavalletto ai bordi del lago Lemano (o di Ginevra) e dipingere il sole che scompare dietro le montagne – un rigurgito impressionista mi viene da pensare, come una cartolina inviata dalla zia da un resort vacanziero. Un’opera marginale rispetto alla storia della pittura ma anche rispetto a quel poco che conosco dell’artista. Il mio conto con Hodler è presto chiuso.   Per caso o per serendipità qualche settimana fa ritrovo lo stesso dipinto. Identico il mio sentimento di sufficienza, ma questa volta guardo meglio e leggicchio qualcosa. È così che Coucher de soleil sur...

Italo Calvino, Parigi, 1981

A Parigi lo incrociavo ogni tanto in qualche manifestazione culturale italiana alla quale partecipavano dei suoi amici.   Lo guardavo da lontano, naturalmente elegante, con un’espressione ironica. Aveva l’aria appartata anche quando conversava con altri.   Una volta gli chiesi una breve intervista, non ricordo su quale argomento. Fu gentilissimo.   Quando trascrissi la registrazione rimasi colpito dal fatto che le sue breve frasi sembravano già scritte. C’erano persino i punti e virgola.    

Registro fotografico dei poeti italiani

Questo lavoro fotografico è iniziato con il ritratto di Raffaello Baldini, che avevo colto durante la registrazione delle sue poesie, mentre riascoltava la sua propria voce.  Era il 1999. Oggi, in un momento in cui mi sembra che la poesia sia più che mai necessaria, ho deciso di fotografarli tutti. Gli irrinunciabili, i consacrati e gli sperimentatori, le promesse e le scommesse della poesia italiana contemporanea. Così giro l’Italia, e quando alla stazione dei treni sono costretto a rivolgermi a una biglietteria automatica e non a una persona, comprando il mio biglietto penso a quella stessa persona, che forse oggi è in fabbrica a costruire macchine automatiche. Allora parto per raggiungere il mio prossimo poeta con entusiasmo maggiore, certo di avvicinarmi a un altro entusiasmante incontro. Qui di seguito quattro delle 15 immagini che presenteremo oggi alle 18.00 all’anteprima di Monza, presso la Sala espositiva Urban Center del Teatro Binario 7.  

Leonardo Sciascia, Racalmuto, 1964

Non ci eravamo conosciuti da molto tempo. Ma il colpo di fulmine della nostra amicizia era già scoccato. Ero andato a vederlo a Racalmuto. Mi chiese di fare una fotografia, alla parrocchia di Sant’Anna, dell’atto di nascita di Fra Diego La Matina, l’eretico racalmutese di tenace concetto che aveva ucciso il suo inquisitore con le catene che lo imprigionavano e sulla cui storia Leonardo stava completando Morte dell’Inquisitore. Feci la foto sul registro conservato in sacrestia e mentre lui si congedava dal parroco lo precedetti in chiesa. Davanti all’urna con il Cristo morto vidi le due bambine. Mi avvicinai fulmineo: c’era una fotografia da fare, e la feci. Ma con la coda dell’occhio vidi Leonardo che si avvicinava. Seppi che a un certo punto si sarebbe inserito in quella scena. Lo aspettai. Nel momento esatto in cui il suo corpo componeva una struttura a piramide con le due bambine e armonicamente entrava in relazione con tutti gli elementi formali della scena si girò a guardarmi. Scattai. Ho fatto di Leonardo Sciascia, del mio amico Leonardo, del mio angelo paterno, del mio maestro, centinaia e centinaia di...

Umberto Eco e Paolo Fabbri, due riflessioni sulla fotografia

Pubblichiamo qui due discorsi sulla fotografia, il primo di Umberto Eco ed il secondo di Paolo Fabbri. Gli autori li hanno pronunciati in occasione del XXXVIII Congresso dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici, dal titolo “La fotografia: oggetto teorico e pratica sociale”, tenutosi a Roma dall’8 al 10 ottobre 2010, di cui verranno pubblicati prossimamente gli Atti  a cura di Vincenza Del Marco e Isabella Pezzini.     Ero troppo occupato a fotografare e non ho guardato   Sino a due minuti fa io mi chiedevo che “ci sto a fare qui”, perché l’anno scorso ho votato contro il tema fotografia per questo convegno e avevo, invece, proposto il tema “silenzio”. Per cui, se fossi minimamente coerente, verrei qui per stare zitto o per occuparmi di quelle fotografie eccessivamente esposte alla luce solare che diventano o tutte nere o tutte bianche, che possono costituire addirittura una forma d’arte che una galleria potrebbe esporre con qualche profitto. Ma due minuti fa, su un intervento di Morello, ho trovato che forse un aggancio c’è perché, essendo nella...