Fitzgerald, talento a parte

31 Dicembre 2013

Dal 2010, quando a settant'anni dalla morte dell'autore, le opere di Francis Scott Fitzgerald sono uscite fuori diritti e sono divenute di pubblicabili ad libitum da qualche editore, il corpus non vastissimo della sua produzione è stato oggetto di un vero e proprio saccheggio.

 

I suoi romanzi (quattro in tutto, più l'incompiuto The Last Tycoon), come anche le raccolte più significative di racconti, sono stati pubblicati in diverse edizioni; alcune delle nuove traduzioni - profondamente necessarie, come del resto lo sono state e lo sarebbero per gli altri maestri della narativa america degli anni venti e trenta, da Steinbeck a Faulkner, da Caldwell all'ancora «intonso» Hemingway - hanno consentito di ammirare la maestria stilistica, la ricchezza di registri, l'ironia tragica che, troppo spesso disperse nel paesaggio dall'originale al testo italiano, fanno di Fitzgerald un maestro, e della sua lingua e del suo stile - come ebbe modo di scrivere T.S. Eliot in una lettera all'autore, all'indomani della pubblicazione de Il Grande Gatsby - «il primo passo avanti che la narrativa americana ha compiuto dai tempi di Henry James».

 

 

Mancano ancora all'appello un'edizione completa e ragionata dei racconti, che Fitzgerald scriveva spesso di gran fretta e senza particolare cura, attratto dalla possibilità di incassare in tempi rapidi il denaro necessario a sostenere e alimentare il suo leggendario e dispendioso stile di vita, e una raccolta dei saggi e degli scritti autobiografici che affidò ad alcune delle riviste più popolari della sua epoca, dal Saturday Evening Post a Esquire.

 

Mentre per l'edizione dei racconti si dovrà attendere ancora (negli Stati Uniti come in Italia), gli scritti «personali» di Fitzgerald divengono ora disponibili grazie a una ammirevole iniziativa dell'editore Donzelli, che ha deciso di seguire alla lettera l'impostazione della edizione Cambridge, curada James L. W. West III.

 

Il volume, ben tradotto da Maurizio Bartocci, si intitola Good Luck & Goodbye (Donzelli), ed è corredato da un dettagliatissimo glossario, che consente al lettore di orientarsi nei dettagli di un mondo, quello dell'Età del Jazz, tante volte cantato da Fitzgerald, ma anche degli «espatriati», tra Parigi e la Riviera francese, che appartiene ormai al passato.

 

 

Per comprendere quanta importanza Fitzgerald attribuisse alla sua produzione saggistica e autobiografica, è sufficiente leggere la «Nota dell'editore» con cui si apre Good Luck & Goodbye, e che riassume e sintetizza fatti noti nei minimi dettagli a chi abbia avuto la ventura di leggere la bellissima biografia che Andrew Berg ha dedicato a Maxwell Perkins, storico editor di Scribner's e amico personale, oltre che dello stesso Fitzgerald, di altri maestri della narrativa americana come Hemingway e Thomas Wolfe.

 

Fu l'autore a proporre a Perkins, già nel maggio del 1934, all'indomani della pubblicazione di Tenera è la notte, una raccolta dei suoi scritti autobiografici. Proposta che fu reiterata nel marzo del 1936, mentre su Esquire usciavano i tre articoli (Il crollo, Incollare i pezzi e Maneggiare con cura) ribattezzati da Fitzgerald Trilogia del fallimento, e ancora il 2 aprile del 1936, con tanto di indice ragionato degli articoli da includere, ed eventuale ordine di pubblicazione.

 

La rea­zione di Per­kins, già tie­pida nel 1934, fu viep­più nega­tiva nel 1936: è molto pro­ba­bile che la valu­ta­zione dell’editor, più che a dubbi sulla qua­lità let­te­ra­ria del volume, fosse legata alla pre­oc­cu­pa­zione che una rac­colta di saggi così inten­sa­mente per­so­nali disto­gliesse l’attenzione del pub­blico del magi­stero sti­li­stico di Fitz­ge­rald, per con­cen­trarla sugli aspetti più con­tro­versi di un’esistenza vis­suta peren­ne­mente sull’orlo del bara­tro, tra spese folli, derive alco­li­che, crisi fami­gliari, obnu­bi­la­menti crea­tivi. Del resto, già la pub­bli­ca­zione del Crollo aveva susci­tato scan­dalo, pro­vo­cando una rea­zione for­te­mente nega­tiva soprat­tutto da parte di Heming­way, che rim­pro­verò all’amico-rivale di aver espo­sto i pro­pri panni spor­chi in pub­blico: salvo poi sfrut­tare egli stesso le pagine di quell’impietoso auto­ri­tratto, dedi­cando al «povero Scott», e alla sua osses­sione per i ric­chi, un cru­dele cameo den­tro il suo grande rac­conto afri­cano Le nevi del Kilimangiaro.

 

 

Lette oggi, alla giu­sta distanza dalle pole­mi­che, le riva­lità e gli attac­chi gra­tuiti nei quali si con­sumò in via defi­ni­tiva il rap­porto tra due mae­stri del romanzo ame­ri­cano, le tre parti della Tri­lo­gia del fal­limento appa­iono un pic­colo capo­la­voro di pene­tra­zione psi­co­lo­gica: un auto­ri­tratto impie­toso e privo di com­pia­ci­menti, nel quale Fitz­ge­rald accetta di met­tersi a nudo e fa di se stesso e dei pro­pri ripe­tuti passi falsi l’epitome di un paese e di una gene­ra­zione che, come egli afferma in uno degli ultimi saggi di que­sta rac­colta, essendo «pre­bel­lica e post­bel­lica allo stesso tempo», si tro­vava ad aver ere­di­tato due mondi: «quello della spe­ranza, nel quale era­vamo stati gene­rati, e quello della delu­sione, che ave­vamo ben pre­sto sco­perto per conto nostro».

 

La coe­si­stenza con­trad­dit­to­ria tra spe­ranza e delu­sione, roman­ti­ci­smo e cini­smo, sogno e disper­sione di sé, rap­pre­senta la costante che acco­muna tutti gli arti­coli rac­colti in Good Luck & Good­bye, e ne spiega la straor­di­na­ria mobi­lità e ric­chezza di tona­lità e regi­stri. Si alter­nano, con un effetto di com­ples­sità e armo­nia al con­tempo, pagine di feroce pene­tra­zione e sot­ti­gliezza e altre irre­si­sti­bil­mente comi­che nell’esaminare gli eccessi e le illu­sioni di una gene­ra­zione che sem­bra tro­vare nella fami­glia Fitz­ge­rald il suo ideale punto di sin­tesi.

 

Pro­prio per­ché impie­toso prima di tutto con se stesso, lo scrittore-saggista può rivol­gere le pro­prie armi acu­mi­nate anche verso il mondo che lo cir­conda; rac­con­tare le sma­nie di suc­cesso e le ambi­zioni dei nuovi ric­chi tra­scor­rendo nel giro di poche righe dalla fasci­na­zione alla cri­tica al ribrezzo, e senza mai per­dere un’oncia di cre­di­bi­lità; ridere di sé e della pro­pria vita e ripen­sarla con la nostal­gia di chi ha molto sognato, e molto per­duto. È dif­fi­cile tro­vare in qua­lun­que altro libro sui rug­genti anni venti una simile capa­cità di com­pren­sione e di ana­lisi che, nel caso di Fit­ge­rald e per quanto para­dos­sale possa appa­rire, è resa ancor più intensa dal fatto di essere stato parte inte­grante di quel mondo, suo cori­feo e cantore.

 

 

Pur nella loro varietà, i saggi di Good Luck & Good­bye man­ten­gono un livello qua­li­ta­tivo quasi sem­pre altis­simo. Cia­scuno potrà rin­trac­ciare all’interno del volume la pro­pria vena pre­fe­rita, e optare, oltre che per la Tri­lo­gia del fal­li­mento (che a distanza di anni rimane una tappa irri­nun­cia­bile per «capire Fitz­ge­rald»), di volta in volta per le esi­la­ranti pagine dedi­cate alla dif­fi­coltà di essere ric­chi (Come vivere con 36.000 dol­lari all’anno e Come vivere pra­ti­ca­mente con niente); per le magni­fi­che auto­bio­gra­fie «in pil­lole», rico­struite a par­tire dai cock­tail ingur­gi­tati, gli alber­ghi fre­quen­tati o i beni accu­mu­lati nel corso degli anni e offerti all’incanto (rispet­ti­va­mente, Una breve auto­bio­gra­fia, Accom­pa­gna il signore e la signora F. al numero… e All’asta – Modello 1934); per i saggi nei quali si fa luce, con grande acume, sulla scena let­te­ra­ria e cul­tu­rale con­tem­po­ra­nea (Come spre­care mate­riale, Una nota sulla mia gene­ra­zione e Ring, tra gli altri).

 

Ma nes­suno potrà fare a meno di sof­fer­marsi, incan­tato, sulle rie­vo­ca­zioni nostal­gi­che di New York (La mia città per­duta) e dei pro­pri esordi di scrit­tore e di uomo, che in Primi suc­cessi, magni­fico scritto del 1937, rag­giun­gono i toni pro­fon­da­mente com­mo­venti di chi, guar­dando a ritroso «nella mente di un gio­vane che aveva per­corso le strade di New York con le suole di car­tone», rie­voca il periodo troppo breve «nel quale io e lui era­vamo una per­sona sola, quando il futuro appa­gato e il pas­sato malin­co­nico si fon­de­vano in un unico mera­vi­glioso momento – quando la vita era let­te­ral­mente un sogno».

 

Questo pezzo è apparso domenica 29 dicembre su Alias de il manifesto

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