Categorie

Elenco articoli con tag:

Barcellona

(20 risultati)

Barcellona / Il monaco Gaudí

Il monaco Gaudí vive nel cuore di Barcellona, a Parc Güell. Mi è presto chiaro che ho scelto il periodo peggiore dell’anno per rendergli omaggio. Da quando Barcellona non è più una città, ma una marca, la solcano torme di turisti mezzi nudi, con la musica sparata da casse bluetooth, sudati e famelici di vedere i luoghi-che-devono-essere-visitati. Sembrano perennemente in cerca di luoghi da sbranare e divorare. Quei luoghi puntualmente coincidono con i consigli delle guide turistiche in tutte le lingue del mondo. Li trovi ovunque, torvi e rumorosi, ridanciani e spaesati, in coda per mangiare o per il bagno, o che più semplicemente la fanno qua e là nei giardinetti pubblici. Hai voglia di fare il monaco qui, Gaudí. Per un numero sempre maggiore di città il turismo oggi è la disgrazia in senso assoluto: il cancro che le divora, la fabbrica che le mortifica, l’apocalisse che le impoverisce, come non riuscivano a fare nemmeno le cavallette bibliche con i campi coltivati. Poco importa che l’apocalisse abbia oggi nomi ariosi come appunto Airbnb: i locali non vi trovano tetto sotto cui vivere perché tutto si è ormai bed-and-breakfastizzato (vedi Venezia, summa di questo processo mondiale...

L’involuzione della società psicotica / Dopo le Ramblas e Piazza Indipendenza

Ero lontano quando è accaduto lo sterminio delle Ramblas, anche in Brasile è risuonata la voce di Mario Vargas Llosa, una condanna al fanatismo, soprattutto un ricordo di luoghi dove aveva vissuto per anni, con cui aveva un legame. Un grande scrittore ha saputo ricordare, in un momento in cui rabbia e tristezza pervadono la nostra essenza. Bisogna ringraziarlo.   Nel frattempo, su media e social network escono nuove/vecchie cose, come l'intervista a Wafa Sultan del 21 febbraio 2006 su Al Jazeera Qatar. Wafa Sultan, parla arabo e dice che il messaggio del Corano è ben diverso da quello della Bibbia o del Libri cristiani. Secondo Sultan l'origine di ogni fanatismo islamico sta dentro le radici stesse del messaggio guerrafondaio, essenzialmente presente nel Corano. Infine dice che l'unica soluzione sarebbe una riforma del Corano. Però, durante gli stessi giorni in cui queste dichiarazioni riemergono, venti milioni di Islamici si mettono in marcia contro ISIS. Smentiscono Wafa Sultan. Il Corano c’è anche chi lo sa leggere, ove per “leggere” si intende inserire la lettura dentro il contesto storico in cui si vive. Raccogliere il legame all’indietro presente nelle parola “religione...

5 giugno 1927 - 5 giugno 2017 / Emilio Tadini, Picasso. L’immortale da vivo

La generazione degli anni difficili è il titolo di un volume del 1962 in cui Ettore Albertoni, Ezio Antonini e Renato Palmieri raccolgono i testi di un’inchiesta condotta tra il 1959 e il 1960 per la rivista «Il Paradosso». L’inchiesta era mossa dalla necessità di comprendere le scelte e le posizioni di fronte alla Storia da parte di «coloro che l’ultima guerra sorprese […] nell’età dei primi ripensamenti e delle maturazioni giovanili», e che alla fine degli anni Cinquanta si presentavano, volenti o nolenti, come «la spina dorsale della nazione». È la cosiddetta “generazione di mezzo” di cui fanno parte Italo Calvino, Oreste del Buono, Rossana Rossanda, Franco Fortini o Fulvio Papi: intellettuali nati negli anni Venti, che alla chiamata della Storia hanno risposto non con il ragionamento e la volontà di una scelta politica matura, ma sulla spinta degli “astratti furori” di gioventù. E alla fine della guerra si ritrovano troppo grandi per demandare ai fratelli maggiori le responsabilità della ricostruzione, ma anche troppo giovani per incaricarsi senza tentennamenti di tracciare la rotta per le generazioni a venire. Sono intellettuali che vivono con profonda sofferenza l’urgenza di...

Un ritratto dello scrittore catalano / Enrique Vila-Matas. La festa e l’abisso

La seconda opera è la brezza. La prima è il luogo buio, dove ti ritrovi indifeso, solo, soggetto a tutto, e senti forse, a momenti, rumori, bisbigli, intuisci movimenti e a volte sei raggiunto da toccamenti, urti e carezze che non sai da dove e da chi vengano. È un’opera che non c’è; c’è solo nella misura in cui la vivi, ti esponi ad essa entrando, ogni volta diversa, variata. Altrimenti si sottrae alla percezione; o meglio: è la percezione del buio totale: se uno non entra, da fuori c’è solo il buio, la percezione di non percepire. 
La brezza percorre tutto il libro, è una delle immagini chiave; ma si sente perché prima si è stati esposti al buio, allo spaesamento, alla fragilità, alla solitudine e alla paura. È l’invisibile che ti càpita. Si comincia a scrivere così. Poi la brezza spinge.  (Ma nel luogo buio si torna sempre comunque.) Il narratore infatti ci torna regolarmente. È un po’ una metafora del suo (e nostro) agire e vivere, la perdita di ogni riferimento, l’acuire i sensi senza nessun risultato, la tensione l’allerta e l’abbandono, il desiderio e la paura del contatto, ad opera di chiunque, nel buio in cui si brancola.Da una trentina d’anni a questa parte, almeno...

Ovvero l'improvvisazione intima / Tango!

Non so ballare il tango. Lo guardo. Nella Boca, il quartiere del porto di Buenos Aires, il tango spuntò misteriosamente generato da qualche ritmo africano, ballato dai discendenti degli schiavi deportati in Sudamerica secoli prima. Sul tango ho letto soprattutto i libri strani e appassionati di Meri Lao, che ne hanno sempre restituito la natura appassionata, appassionante, malinconica e remota. Come un fantasma seducente del passato. Davide Sparti, epistemologo, ha scritto libri sull’improvvisazione e sul jazz, e ora ho finito di leggere il suo nuovo Sul tango. L’improvvisazione intima (il Mulino 2015, 22 pp., € 16,00). Il suo approccio scientifico, il suo sforzo singolare di creare una griglia di lettura dei segni di questa danza mi ha spiazzato. E se a un certo punto, nel corso del suo libro, non avesse messo in campo il suo vissuto, rivelandoci di avere voluto imparare a ballare il tango, forse mi sarei irritato. L’avrei ritenuto un entomologo che tentava di trafiggere con lo spillo accademico il palpitare misterioso della mariposa, della farfalla-tango, uccidendone il segreto e misterioso vitalismo un po’ funebre. Ho avuto la fortuna di incontrare e frequentare qualche volta,...

Nell'anima di Andreas Lubitz

Cosa nascondeva nell'anima Andreas Lubitz? Perché ha commesso quel gesto? Non lo sapremo mai. Ciò che possiamo conoscere è la storia dei discorsi che il gesto di Lubitz ha suscitato. Molte ripetizioni, poche differenze. La storia del pilota suicida/omicida ha fatto il giro delle opinioni, delle valutazioni, dei confronti. La maggioranza ha decretato che era matto, nel senso delle categorie diagnostiche. Ha vinto la “depressione”, soprattutto qui da noi, poi il “burn-out”, che è prevalso presso l'opinione pubblica tedesca. Germania, paese così arretrato da non avere ancora digitalizzato il sistema sanitario nazionale, per cui, cosa che in un paese moderno non potrebbe accadere, a uno basta stracciare una diagnosi per far sparire la malattia. L'episodio clinico di Lubitz getta una luce sinistra sul paese che ha fatto, dal 1875 in poi, dell'efficienza il proprio vanto.   Lubitz era consapevole che il suo gesto avrebbe soppresso le vite umane che viaggiavano da Barcellona a Düsseldorf? Se si risponde positivamente, allora dobbiamo spezzare una lancia contro la consapevolezza, contro il mito cognitivista che la consapevolezza è sempre positiva. Se invece non era consapevole, se si...

Los Angeles di Barcellona

Succede che si viaggi, che si abbia voglia ogni tanto di cercare un giardino più verde. Da quando la rucola al suo apparire copiosa sulle nostre tavole diversi anni fa si è insinuata, per lo più nella modalità di letto, nella nostra vita trascinandosi dietro prima i pomodori pachino, poi l’aceto balsamico, e poi i birrifici regionali, e i masterchef, e i vini docg e, giù giù, i voli low-cost, le piste ciclabili, il car-sharing, e insomma tutta l’omologazione degli stili di vita della società italiana, che è liquida, non legge e non ha laureati, il desiderio di spostarsi un po’ più in là può essere in certi momenti anche impellente.   E quando uno esce di casa per qualche giorno spera di trovare un giardino un po’ diverso, un po’ più verde, appunto, ma non è così facile, poiché sembra che il maglio cosmico del marketing abbia ridotto in poltiglia ogni folklore. Sono ancora pieni di energia i versi secchi e importanti di qualche anno fa del Cielo di Patrizia Cavalli “Ah, come è misero il destino dei viaggi / Dei milanesi in terre...

Il caso Expo

Per capire la costellazione di Expo 2015 non c’è nulla di meglio che cominciare dal Padiglione Expo alla Biennale di Architettura di Venezia. Qui, nel trionfo delle promesse, tra foto immense dei nuovi grattacieli, lo skyline di nuovi paesaggi urbani veri o presunti campeggiano cinque tavole richieste a cinque nuovi prestigiosi studi di architettura. E’ stato chiesto loro di disegnare cosa sarà o potrebbe essere il luogo dell’Expo tra 15 anni.   Diciamo che si tratta di una forma di utopia 2.0. Ricorda altre prospezioni in avanti tipiche dell’architettese: come quelle maquettes che Alber Speer costruiva per il suo capo Adolf delle ‘rovine tra mille anni’ degli edifici ancora da costruire del terzo Reich. Sembra che la retorica delle esposizioni universali ami saziarsi di rovine al futuro.   Nel caso dell’Expo milanese la cosa è ancor più paradossale, essendo lo stato attuale dell’impresa già molto franante, fatto ormai palese agli occhi dei più, specialmente dopo gli arresti di maggio. Ma procediamo con calma e senza pregiudizi. Le esposizioni nazionali, le olimpiadi, i grandi...

Sònar Festival

Si è conclusa sabato scorso la ventunesima edizione del Sònar, festival di musica elettronica e arte multimedia nato e cresciuto a Barcellona, con la direzione di Ricard Robles, Sergi Caballero ed Enric Palau che lo hanno fondato nel 1994.   L’evento è da sempre strutturato in due parti, una diurna più dedicata all’ascolto e una notturna danzereccia. Il Sònar de dia dall’anno scorso ha cambiato location. Ha perso uno spazio emblematico e affascinante come il Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona, che fin dall’inizio lo ha ospitato contribuendo a formarne il carattere. La tendenza a percepire la musica come medium tra gli altri, legato a linguaggio video, interazione e tecnologia, emergeva in modo naturale, differenziando il Sònar da qualsiasi altro festival di musica elettronica. Ora il day si tiene al polo fieristico alle spalle di Plaça de Espanya, ai piedi del Montjuic (Fira Barcelona Montjuïc). Bisogna dire però che lo spostamento ha centrato diversi obbiettivi. Ha permesso di superare l’effetto ressa che si creava spesso nei locali del CCCB al Raval. Non solo ha...

Federico Campbell, Mexico City 1991

Federico Campbell è messicano. Ma è anche un  uomo e uno scrittore cosmopolita, come quasi tutti gli scrittori latinoamericani.   Alla fine degli anni sessanta si trovava a Barcellona, in Spagna, mentre ancora ferocemente sopravviveva Francisco Franco. Frequentava un gruppo di giovani scrittori arrabbiati e pieni di talento. Non avevano ancora pubblicato quasi nulla. Nel 1971 Federico li raccontò in un libro, Infame Turba , erano Vazquez Montalban, Juan Marsè, Biedma, e molti altri che sareb;ero diventati i protagonisti della letteratura della nuova Spagna postfranchista.   Federico sente l’odore della qualità lontano un miglio. È lui che ha fatto conoscere in Messico e fatto scoprire a tanti scrittori latinoamericani Leonardo Sciascia e la sua letteratura che racconta l’inscindibile simbiosi tra potere e criminalità. A me ha fatto capire che le fotografie di Juan Rulfo sono una porta fondamentale per entrare in quel capolavoro che è Pedro Paramo. Mi ha insegnato che ricordare è lo stesso che immaginare e mi ha regalato calorosa amicizia.   Ricorda e immagina meravigliosamente...

Indipendenza per la Catalogna?

Già dal primo viaggio a Barcellona un madrileno capisce che è giunto in un’altra cultura. Era come trovarsi in Francia – ho pensato la prima volta che ci sono andata, nei primi anni settanta, camminando per i grandi viali della capitale catalana in un’atmosfera tutta europea – una città con dimensioni di apertura a un mondo che non solo dava sul mare e riportava a un ricco medievo, ma anche ricca di scrittori in una lingua brillante, dove l’urbanistica del Piano Cerdà mostrava un modello accogliente e egualitario di città, con architetture liberty e interventi di contemporaneità davvero notevoli. Poi c’era il grande Miró e, per la prima volta, tanti Picasso. Un altro mondo.     Era un altro mondo anche nella vita quotidiana, abitudini diverse, diversi orari, diversi negozi. Un esempio banale: a Madrid si erano appena inaugurati con grande successo ben 5 o 6 VIPS, locali del tipo drugstore che rimanevano aperti fino alle tre di notte con ristorante cafetería dove prendere anche uno spuntino, una rifornita libreria con una sezione non trascurabile di saldi di piccoli...

Barcellona: Arxiu Roberto Bolaño

L’appuntamento è per le undici nell’atrio della piccola pensione a pochi metri dalla Rambla de les Flors ma, un momen…, mi sembra di ricon…, stai a vedere che è prop…: sì, è lei! Sta attraversando la strada sotto la grande lanterna tra gli unghioni del drago della Casa dels Paraigües, la Casa degli Ombrelli. Le corro incontro, con il trolley della raccolta punti DiMeglio che capotta in continuazione e la crocchia in caduta libera verso le spalle sudaticce. Paola! Paolaaa! La stringo forte, stampandole una manata di unto sulla schiena, tra le due scapole, marchio del mio affetto imperituro oltre che indizio inequivocabile di una recente sbandata. Le arepas. Cotte al momento. Vendute avvolte in sottili, inesistenti, tovaglioli di carta nei chioschetti di cibo latinoamericano dove, dalle enchiladas alle empanadas, passando per imprecisate varietà di tamales, carimañolas, bollitos e generose porzioni di banana fritta, il panamericanismo è servito con la gentilezza sbrigativa che contraddistingue i luoghi del sovraccarico turistico.   Paola. L’avevo salutata più di un anno fa...

L’artista elettronico e il grande pubblico

Artisti elettronici. Computer artists. Artisti digitali. New media artists. Nel corso del tempo sono stati chiamati in molti modi. Ma la base del loro lavoro è sempre la stessa: coniugare la ricerca artistica con quella tecnologica, sperimentando nuove forme d'interazione tra uomo e macchina, nei territori meno esplorati dall'arte e dalla cultura ufficiali. Al crocevia tra robotica, architettura, cinema, musica, sound art, design, pittura, programmazione, teatro, danza. La storia dell'arte elettronica arriva da lontano. È la storia dell'uomo che si interroga sui propri limiti, su come piegare la tecnologia alla volontà e trovare il meraviglioso nelle macchine.   Ogni nuovo media ha sempre attirato l'attenzione di artisti e creativi. Se la musica elettronica aveva trovato in Stockhausen un padrino d'eccezione già nei primi anni '50, e la video-arte si era diffusa nei '60, è solo negli anni '80 che si inizia a distinguere un vero circuito dell'arte elettronica tout-court. Con alcune notevoli eccezioni, si tratta ancora di un sotto-mondo dell'arte, come quelli della pittura degli...

Aldo Busi. El especialista de Barcelona

“Sedetevi da soli” direbbe Italo Calvino, spegnete la televisione e aprite El especialista de Barcelona (Dalai Editore, pp. 373, euro 19) perché le sue pagine meritano attenzione, chiedono di essere lette e rilette, con calma, in silenzio, così da poter ascoltare il dialogo tra uno scrittore e una foglia di platano nel cuore pulsante di Barcellona.   Lo scrittore è Aldo Busi da Montichiari-Munticiàr, che tiene avvinghiato il lettore alla sua scrittura come i due giovani sconosciuti che ballano nella scena finale del libro: lo stringe con vigore mentre gira fra personaggi dalle genealogie instabili, ruotando per pagine e pagine, con gli occhi rivolti all’inafferrabile Hada Espejismo, la virtuosa della “falsíta”, meccanismo di piacere e strategia narrativa o allo sventurato Sancho Maria Todabierta, el especialista, immerso nella ricerca di un’identità che non riesce a trovare una forma stabile. Proprio come la trama, che in questo libro balla e traballa, si arresta e riparte, una galassia di sortilegi e miraggi di cui si cerca disperatamente il centro, che scivola lontano come la passante di...

Spagna. Le leggi e la memoria

Madrid o Barcellona? si domanda il magnate Sheldon Adelson, presidente della compagnia Las Vegas Sands che ha scelto la Spagna come sede del suo progetto di Eurovegas. I politici locali parlano di grandissime opportunità, posti di lavoro e ricchezza, e ognuna delle due regioni fa a gara per venire incontro a Adelson, sempre che come nuovo paese di cuccagna sia scelta la propria zona.   La Spagna come meta turistica di sole e spiaggia è un’invenzione franchista degli anni sessanta che si rinnova in questi giorni con l’aggiunta del gioco d’azzardo e degli altri piaceri che lo accompagnano. Ma per insediare Las Vegas in Spagna si dovrebbero cambiare tante leggi, come quella che decreta il divieto del fumo in luoghi pubblici, e soprattutto andrebbero stravolti i diversi piani regolatori che ne impediscono la costruzione. Ci vorrebbero leggi fatte su misura per Adelson, perché vuol fare le cose a modo suo: grandi alberghi di lusso in zone rurali non urbanizzabili e tabacco in luoghi chiusi, a cui sarebbero esposti clienti ed impiegati. Basta far capire a Pinocchio che il Paese dei Balocchi merita un adattamento delle leggi: “Ecco...

L'orto di Barcellona

“Barzalona […] è bella e grande cosa per gli edifici, pel mare che batte alla città proprio alla loggia de' mercatanti, pélle strade belle [...]; per essere dilettevole di giardini bellissimi e di molti aranci”. Francesco Guicciardini, Diario del viaggio in Spagna, 1514 “Esiste anche un logos del Manzanarre: questa umilissima sponda, questa liquida ironia che sfiora le fondamenta della nostra urbe trasporta, senz'altro, tra le sue poche gocce d'acqua, qualche goccia di spiritualità”. José Ortega y Gasset, Meditaciones del Quijote, 1914 Come Otto Waltser sono anch'io un collezionista di passeggiate. Non è mica facile collezionare passeggiate, ci vogliono molta pazienza e molto spazio; bisogna avere una passeggiateteca. Essendo una città geograficamente storta, a Barcellona non ci si orienta secondo i punti cardinali, ma sulla base di quattro coordinate: mar, muntanya, Llobregat e Besòs, essendo questi ultimi i due fiumi che la delimitano sui fianchi. Per indicare un luogo, si dice il nome della via seguito dal codice cifrato: lato muntanya-Besòs, lato mar-...

Barcellona: la Trieste di Magris

  Domenica pomeriggio, caldo afoso. Vado a bere un caffè al CCCB, museo di arte contemporanea di Barcellona. Mi aspetta un amico, Claudio Magris. È lì seduto ai tavolini del Caffè San Marco. Claudio, triestino doc, prende per mano i visitatori e li porta a fare una passeggiata per la sua città, Trieste. È un lungo giro quello della mostra, che abbraccia buona parte della vita novecentesca di una Trieste mitteleuropea, al confine tra Italia e Jugoslavia, crocevia di artisti, scienziati e pensatori dell’Europa che si andava formando prima e dopo le guerre mondiali. E che ancora oggi si propone come città di integrazione, di melting pot culturale.     All’ingresso soffia un vento forte e gli schermi mandano video di folate micidiali: sono cappelli che volano via, storie di destini che si incrociano sui corrimani. È naturalmente la bora, amore e odio dei triestini. Superata la prima, terribile prova, si passa per il Carso, montagna di rilassanti passeggiate domenicali tra le rocce di calcare, ma anche luogo di trincee della prima guerra mondiale. Trieste è, infatti, terra di...

Spleen artico-padano

Tempesta e quiete qui si alternano continuamente, e tu non puoi farci nulla. “Cerco di divertirmi, ma a volte non riesco a sorridere” dice una ragazza di sedici anni di Tasiilaq, nella Groenlandia dell’Est: lo dice a Piergiorgio Casotti, fotografo, videomaker, che lì è andato più volte, collezionando incontri, dialoghi, immagini. Dalle foto è passato a un documentario di poco meno di quindici minuti, Arctic spleen, visto al festival Cinemambiente di Torino, all’International Festival of Ethnographic Film di Londra, al Festival Drets Humans di Barcellona. Si raccolgono fondi per una mostra fotografica e per trasformare questo cortometraggio in un lungometraggio. Una slitta corre sul ghiaccio, tracce di nero nel bianco; il bianco e nero qui non è stile fotografico, è paesaggio di interminabile inverno: neve bianca, cani bianchi, sagome umane in lontananza, casette nere, foche nere abbattute con un annoiato cinico scoppiare di fucile leggero.   Qui c’è la più alta percentuale di suicidi del mondo. Suicidi di giovani. Sepolti vivi nella noia germinata dalla distruzione della civilt...

Il sabato del villaggio / Le parole cambiano

Sostanzialmente, così ci hanno spiegato i promotori del referendum sul nucleare, si trattava di cancellare la parola “nucleare” dalla legislazione corrente. E questo è il motivo della lunghezza del testo del quesito referendario: votando dall’estero ho avuto tra le mani la scheda e ho potuto constatare anche il passare degli anni, con la vista che si fa sfuocata, tentando di decifrare le lettere in corpo 8. Nella ristampa delle nuove schede che si troveranno il 12 e il 13 giugno nei seggi il quesito aumenterà di corpo, diminuendo il numero di parole, perché non è più necessario cancellare le occorrenze di una parola, ma un decreto.   Da una domanda di John Berger, sulle parole e la politica prende avvio una lunga video-intervista a Noam Chomsky di cui doppiozero riporta alcuni stralci tradotti. E niente di meglio di una biblioteca d’acqua può rendere il senso della mutevolezza delle parole: ce ne parla Antonella Anedda.   Anche il rapporto tra le parole è mobile e soggetto a slittamenti, tanto più in un quartiere come Scampia a Napoli. Antonio Pascale ci racconta di un luogo in cui...

Barcellona: se non ci lasciano sognare, non li lasceremo dormire

Sento un rumore di coperchi, pentole, piatti, cucchiai. Un rumore forte, viene dal balcone accanto al mio. È la mia vicina, 57 anni, e suo figlio di 28. Che fate? - chiedo - Una cacerolada, protestiamo. A plaza Catalunya c’è un’acampada, dei ragazzi accampati che protestano. Li chiamano los indignados, gli indignati. E contro cosa? Il governo, i tagli all’università, il 20% di lavoratori col sussidio statale? Sì, anche, ma soprattutto per farsi sentire, per una democrazia partecipativa, per imporre un cambiamento.   Sinceramente, non sono convinto. Prendo la giacca e vado a vedere, plaza Catalunya dista appena 15 minuti da casa mia. La piazza è piena di tende, gente con le pentole in mano, striscioni pro-rivoluzione. Ci sono molti stand: cucina, infrastrutture, immigrazione, ambiente, lavoro, sanità. Mi impressiona la pulizia, la cura e l’organizzazione. E soprattutto l’invito a riciclare, a non sporcare, a non fare disordine, a non fare chiasso al di fuori della mezz’ora di cacerolada.   Incontro un amico, un tipo che viene a suonare alle jam session del locale dove vado il venerd...