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Francia

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Per sconfiggere l’entropia

Sostiene la simpatica Bice Curiger, curatrice della cinquantaquattresima Esposizione Internazionale d’Arte, che la divisione in padiglioni nazionali è la specificità e l’unicità della Biennale di Venezia; ed è tutt’altro che anacronistica. Conseguentemente ha costruito sull’idea di nazionalità e storia la sua mostra, intitolandola ILLUMInazioni. La novità è che la curatrice ha creato quattro nuovi “para-padiglioni”: strutture architettoniche create da quattro artisti (Son Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West) che ospitano le opere di altri artisti, dando vita a delle “opere-ambiente” a metà tra scultura e architettura che presentano delle altre opere più o meno omogenee. Un’idea interessante che però funziona soltanto nei primi due casi: lo stridore e l’incoerenza non sempre sono un valore, e queste purtroppo sono le caratteristiche di molte parti della Biennale, soprattutto all’Arsenale.   Giardini. Da qui conviene quindi partire, senza un itinerario preciso, annotando soltanto quello che è interessante. È...

Intervista con Noam Chomsky: le parole in politica

Riportiamo alcuni stralci di un’intervista video di Frank Barat a Noam Chomsky svoltasi nel mese di marzo. L’intervistatore di Red Pepper, un bimestrale inglese indipendente di area socialista, si avvale di alcune domane poste da intellettuali, attivisti e artisti, tra cui John Berger, Ken Loach e Amira Hass.   Qui tutta l’intervista in inglese (non perfettamente redatta). In basso il video completo dell'intervista.   John Berger   La pratica politica spesso sorprende il vocabolario politico, per esempio si dice che la recente Rivoluzione nel Medio Oriente chiede democrazia, possiamo trovare parole più adeguate? Usare vecchie parole spesso fraintese, non è un modo per assorbire lo shock invece che accoglierlo e ritrasmetterlo?   Innanzitutto, penso che la parola rivoluzione sia un po’ un eccessiva. Magari lo diventerà, ma per il momento si tratta della richiesta di una riforma moderata. Ci sono elementi, come il movimento dei lavoratori, che hanno provato ad andare oltre, ma rimane ancora tutto da vedere. Tuttavia la questione è giusta e non c’è modo di uscirne. Non...

Le fontanelle di Paese

L’acqua ha sempre un potere magico e magnetico, attrattivo, una calamita che tiene insieme le nostre vite in una sete che ci accomuna, in quel cammino arso, nel deserto del reale, che è spesso la vita. Quando rievoco la fontanella, ora ai margini delle nostre attività frenetiche, ridotta a elemento estetico, da decoro urbano, mi si stringe un po’ il cuore.   So che alcune Municipalità più pioniere e sensibili, hanno moderni distributori con acqua filtrata o gassata, fra l’entusiasmo un po’ fanciullo di qualche pensionato che rievoca il rito domestico, nel nobile gesto di attingere l’acqua fresca e giornaliera da portare in tavola. L’indifferenza delle automobili che scorrono attorno alla piazza, dove è messa a dimora, è forse la cifra del nostro tempo: tutto ciò che è umile e onesto è una presenza mimetica, reso ingrigito, superato dai tempi e dall’abitudine. Mi sovviene la poesia di Guido Gozzano, con la sua umanizzazione della fontana e la nostalgica rievocazione di calure estive, dove nel silenzio delle sieste, la fontana scandiva la sua presenza rassicurante...

Trani / Paesi e città

Noi, a Trani, abbiamo avuto un’infinità di bandiere. Siamo stati Apuli – o meglio: Peucezi – Greci, Romani, Bizantini, Longobardi, Svevi, Saraceni, Angioini, Veneziani, Aragonesi, Borboni, francesi. Oggi siamo italiani. Lo siamo da quando Garibaldi occupò militarmente, per conto dei Savoia, il Regno delle due Sicilie. Son passati tutti, di qui. Eravamo lo snodo naturale dei traffici commerciali sull’Adriatico: il collegamento fra l’Europa e il resto del Mondo. Se volevi andare in Terra santa, dovevi passare da Trani, dal suo porto, che è un’insenatura creata dalla natura, e sembra che c’abbia ragionato su, la natura, che l’abbia disegnato, il porto, per farci stare le barche.   Son passati tutti, da Trani. Una volta Ferrante II, re Aragonese, aveva bisogno di ducati, per combattere gli Angiò, e li chiese alla Serenissima. In pegno, diede Trani, per quindici anni. E i Veneziani sono stati qui, dal 1495 al 1509, e hanno costruito due chiese, coi leoni di San Marco. Federico II di Svevia, invece, costruì un castello, sul mare.   Questa è la storia, e la storia dice tante...

Strauss-Kahn. Complottardi

Pubblichiamo qui un contributo di Giacomo Giossi (realizzato con Storify) sull'affaire Strauss-Kahn.         

Mosaico di identità e identità-mosaico

Se dal punto di vista culturale oggi si ammette senza remore che la retorica risorgimentale, quella che avrebbe dovuto “fare gli italiani”, fu insopportabile, asfittica, decrepita già appena nata, piena di moralismo e ampollosità, vetusta nel linguaggio, nelle immagini e nei simboli, è pure vero che l’Italia ha trovato un’identità nazionale in primo luogo nella letteratura e nella lingua letteraria, con l’opera di Dante, Boccaccio e Petrarca fino a Bembo e poi Manzoni.     Il linguaggio è la casa dell’Essere, scrive Heidegger, e nella sua dimora abita l’uomo. Viviamo da sempre nel linguaggio, e la nostra capacità di costruire nuove interpretazioni dell’esperienza e di articolare le relazioni tra le parti di cui si compone si fonda sempre nel preliminare contesto linguistico e culturale nel quale ci troviamo situati. Il linguaggio, inoltre, è anche il mezzo grazie al quale veniamo a conoscere altre interpretazioni dell’esperienza. Così, nell’interpretare un segno, un testo, una cultura, contemporaneamente un soggetto interpreta anche se stesso....

Milano / Paesi e città

Attraversata piazza Tricolore, a Milano si entra nel Risorgimento. No, non sta risorgendo niente: in corso Concordia, davanti all’Opera di San Francesco, la fila di chi va a mangiare un pasto caldo continua ad allungarsi (ormai si sfiorano i duemilacinquecento pasti al giorno), e non solo di extracomunitari, mentre qualche metro più in là, nella piazza che al Risorgimento è dedicata, si sono aperti gli ombrelloni neri di un ristorante che, indifferente alla crisi e alla storia, inneggia all’oro. In mezzo alla piazza la statua del santo di Assisi svetta con le mani alzate (per paura?), cinque dita che benedicono a destra e tre a sinistra, “cinque e tre otto” l’avevano ribattezzata i milanesi quando ai monumenti di strada facevano ancora attenzione.   No, non pare che stia risorgendo qualcosa, ma i nomi delle vie, e i personaggi che richiamano, in questo angolo di città – la piazza vicina è intitolata alle Cinque Giornate – sono Unità d’Italia che avanza. Carlo Poerio, napoletano, famiglia liberale, condannato a trent’anni di carcere dalla restaurata autorità borbonica...

Decostruzione

Aprite un libro di filosofia e dopo tre passi di Hegel in epigrafe, collocati in forma triangolare, trovate un testo che occupa i tre quarti della pagina mentre il restante spazio è occupato da una colonna di testo autonoma. Il testo principale è un saggio di Jackie “Jacques” Derrida del 1972, corredato di note e illustrazioni, mentre a lato per oltre venti pagine corre come controcanto una lunga e visionaria digressione di Michel Leiris dedicata a Persefone tratta da Biffures (1948).   Timpano è il saggio che apre il volume Margini di Derrida (1972) ed è un manifesto programmatico che illustra le ragioni della decostruzione nel momento in cui le mette in atto: tutte le occorrenze del lemma ‘tympan’ vengono fatte risuonare, dal tympaniser (= ridicolizzare) al timpano come tamburo (che è anche timbre) e come parete dell’orecchio umano su cui il significato si inscrive nell’ascolto, fino al significato tipografico di “timpano” come telaio di legno, parte di un congegno che produce scrittura. E “timpano” è, nell’architettura del tempio greco, la superficie...

Como / Paesi e città

Dominique Baettig, consigliere nazionale svizzero del Cantone del Giura, non è un personaggio che passerà alla storia. Ma nel corso dell’estate 2010 ha tentato di entrarvi con una di quelle idee che, se realizzate, possono cambiare i destini dei popoli. Il baffuto deputato dell’Udc (partito del centro destra elvetico), cinquantaseienne dal ruvido tratto valligiano, ha chiesto al suo governo una modifica alla Costituzione che consentisse di annettere il Baden-Württemberg, la Savoia, la Val d’Aosta e le due province lombarde di Como e di Varese. Tre pezzetti di Germania, Francia e Italia, quelli che nella sua ottica più dovrebbero assomigliare alla Svizzera, avrebbero così potuto far parte della Confederazione. Liquidata rapidamente dal governo e dagli organi di stampa elvetici, l’ipotesi del “leghista” confederato ha solleticato però l’immaginazione dei comaschi. Un sondaggio della Provincia, il quotidiano locale di riferimento, ha stabilito che quasi l’80 per cento dei lettori sarebbe favorevole all’idea di voltare le spalle all’Italia e di convolare a nozze con Berna. Si...

Patria

“Patria”: non sarà inutile soffermarsi sul termine. Si colloca vistosamente fuori del linguaggio parlato: nessun italiano, se non per scherzo, dirà mai “prendo il treno e ritorno in patria”. È di conio recente, e non ha senso univoco; non ha equivalenti esatti in lingue diverse dall’italiano, non compare, che io sappia, in nessuno dei nostri dialetti (e questo è un segno della sua origine dotta e della sua intrinseca astrattezza), né in Italia ha avuto sempre lo stesso significato. Infatti, a seconda delle epoche, ha indicato entità geografiche di estensione diversa, dal villaggio dove si è nati e (etimologicamente) dove hanno vissuto i nostri padri, fino, dopo il Risorgimento, all'intera nazione. In altri paesi, equivale press'a poco al focolare, o al luogo natio; in Francia (e talora anche fra noi) il termine ha assunto una connotazione a un tempo drammatica, polemica e retorica: la Patrie è tale quando è minacciata o disconosciuta. Per chi si sposta, il concetto di patria diventa doloroso ed insieme tende ad impallidire; già il Pascoli, allontanatosi (non poi di molto...

Imagine

Mi ha sempre colpito che patria non sia un sostantivo, ma un aggettivo, che non si riferisca a padre, ma a terra, a uno spazio dove sono nati gli antenati e dove sono seppelliti i morti. La patria dunque non esiste da sola, ha bisogno di un nome che la sostenga. Nelle parole di Levi si rivela proprio questa insufficienza: per gli ebrei la patria fu quel luogo che credevano proprio e dal quale sono stati divelti. Commuovendosi e sdegnandosi mio padre ricordava un monumento ai caduti ebrei della prima guerra mondiale su cui c’era scritto “alla nostra cara patria”. Per lui la persecuzione era stata soprattutto una viltà, un venire meno all’onore. Quando Levi ricorda che “la maggior parte degli ebrei indigeni in Italia, in Francia, nella stessa Polonia preferì rimanere in quella che essi sentivano come loro patria”, ricorda anche la tragedia di un’illusione, lo stupore di fronte a un comportamento che sembrava incredibile. C’era stato un momento, lo racconta Giacoma Limentani in Scrivere dopo per scrivere prima, in cui un dialogo era stato possibile. Le lettere traHoffmannsthal e Strauss erano la testimonianza di un...

La patria come luogo qualsiasi

Primo Levi ha bisogno di concretizzare l’idea di “patria”, di localizzarla. Lo fa partendo dall’analisi del termine, per arrivare fino quasi a cancellarne la natura retorica e deterrente. La abrade con accuratezza, passo passo, frase dopo frase. Vi passa sopra la carta ruvida della propria esperienza di “ebreo indigeno” in Italia, che è come dire “ebreo errante”, oppure “uomo senza patria”. Il risultato è qualcosa che quasi non si vede più, lisciato e levigato, chiaro, ma senza alcunché di rassicurante. “Se morrò, morrò in patria, e sarà il mio modo di morire per la patria”. Significa: morendo qui dove vivo, magari senza neanche capire bene come e perché ci sono finito, sarò un eroe che muore per la patria. Basterà che io sia qui, ossia nel luogo qualsiasi in cui mi è capitato di vivere in seguito a evenienze e contingenze, o a “difficoltà psicologiche”, perché io possa morire da eroe. Trascorrere la vita in un luogo qualsiasi, e ancora di più, morire in un luogo qualsiasi, è un’azione...