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Italia

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Storia d'Italia attraverso i sentimenti (5) / Sud Italia

L’Italia scopre l’Italia. Il Sud in particolare, che, nei primi anni del dopoguerra, è ancora una “Terra incognita”.  Il cinema, la fotografia, l’antropologia, il giornalismo più avvertito, diventano esercizi di conoscenza, con qualche brivido di stupore, e molti colpi allo stomaco. L’immagine del “bel paese” si sgretola, mandando in frantumi la cappa di retorica che si era andata stratificando durante il Ventennio. Ed è uno spoglio paesaggio quello che ora viene alla luce: il Sud del Paese è alla fame, frenato da un irriducibile fondo arcaico e un “paziente dolore” che resistono a ogni intenzione modernizzatrice.   Un primo atto, un gesto inaugurale: il “viaggio al principio del tempo” di Cristo si è fermato ad Eboli, il libro di Carlo Levi steso fra il ’43 e il ’44, pubblicato nel 1945, e in più edizioni negli anni successivi. Cristo si è fermato a Eboli è una scossa.  Molti, a questo punto, vogliono vedere e capire come vive il Paese, quali sentimenti lo attraversano, i suoi “ritmi vitali”, e quali forze negative lo imbrigliano. Nel Sud, nelle spaccature della sua terra riarsa, attraverso una fitta vegetazione di mitologie fino a quel momento sconosciute, i nuovi...

Storia d’Italia attraverso i sentimenti (3) / E fu il ballo

E fu il ballo. Tra la primavera e l’estate del ’45. E dopo. Una gioiosa febbre dei corpi che finalmente tornano a muoversi scuotendo l’immobilità pietrificata degli anni di guerra.  Il sepolcro è stato scoperchiato. Ora, la vita freme. I corpi si cercano, si toccano, respirano gli uni accanto agli altri, si esplorano annullando la distanza ostile in cui si erano murati. Il ballo genera fiducia, scioglie ogni diffidenza difensiva. È un teatro di sentimenti: nascono amori, si stringono amicizie, si diffondono i semi di una socialità nuova. Aperta, distesa. E si attenua il peso delle memorie luttuose, si comincia, ma ci vorrà altro tempo, a sbrogliare la matassa dei sentimenti negativi. “Tutta Torino balla” intitola “L’Unità’” del 23 aprile 1945. Ma accade ovunque, per le strade e le piazze delle città e dei paesi, nelle corti delle case popolari, nelle aie delle cascine di campagna, persino ai bordi delle macerie accumulate. Balere improvvisate, un grammofono, e poco altro. Quando va bene, un’orchestrina sgangherata, strumenti rimediati. Tutto è improvvisato, perché tutto è nuovo. Fra questi paesaggi precari scocca la scintilla d’energia che, più tardi, darà vita alla...

Speciale Fellini / Amarcord, isteria italiana

In un primo tempo doveva chiamarsi Viva l’Italia, poi Il Borgo. Insomma, il riferimento era la provincia, lo Strapaese del romagnolo Longanesi e di Malaparte, negli anni del fascismo, corrispondenti a infanzia e adolescenza del regista. Invece, racconta Fellini, “un giorno, al ristorante, mentre scribacchiavo disegnini sul tavolino, è venuta fuori la parola Amarcord; ecco, mi sono detto, adesso verrà immediatamente identificata nel mi ricordo in dialetto romagnolo, mentre ciò che bisognava accuratamente evitare era una lettura in chiave autobiografica del film”.    Amarcord quasi fosse il nome di un liquore (Amaro Cora). L’intento è tornare a quell’epoca con “distacco e nostalgia, giudizio e complicità, rifiuto e adesione, tenerezza ed ironia, fastidio e strazio”. Amarcord (1973) viene dopo Roma (1972), un tentativo di fare i conti con la città in cui si è trasferito nel 1939 insieme alla madre, che era originaria di lì, e ai fratelli. Da lontano, Rimini diviene un mito; e se nei Vitelloni la cittadina romagnola è ricreata sul lungomare di Ostia, Amarcord, col suo décor anni Trenta precisato fin dai titoli di testa disegnati da John Alcorn, è reinventata nel Teatro 5 di...

Storia d’Italia attraverso i sentimenti / Le paure di Napoli

Questa “Storia d’Italia attraverso i sentimenti” non è una Storia d’Italia, o non lo è nella sua forma più corrente: non segue la linea degli avvenimenti che hanno segnato il nostro paese, raccoglie invece i resti, le briciole rimaste sulla tavola: il vapore caldo dei sogni, l’alito acre dei fallimenti, i battiti ardenti delle speranze, gli sferzanti colpi delle pene, e tutti i suoni provocati dalla vita che passa, come un tremolio di vetri durante un temporale. Sono Storia le paure che nelle nostre vite si sono andate accumulando, i gesti di coraggio di cui occasionalmente siamo stati capaci, e le irruzioni di felicità, per quanto labili, o gli schianti di rabbia. Sono Storia il baratro dell’ansia, il morso dell’attesa, i lampi dello stupore, le improvvise scosse d’energia e il loro immediato rovescio: la colla appiccicosa dell’inerzia. È Storia l’accozzaglia dei nostri istanti irrequieti, e ogni cosa vissuta o immaginata; sono Storia tutte le nostre storie, e tutti i sentimenti che le hanno attraversate. Per molti anni mi sono portato appresso queste storie come un bagaglio ingombrante, che talvolta mi è parso una rete nella quale ero rimasto impigliato. Ora mi capita di pensare...

Virilità / I maschi di Colleferro e noi

Se la vicenda di Colleferro sta avendo ampia risonanza mediatica, non è solo per la brutalità dell’omicidio o per il commovente eroismo di Willy. Colleferro colpisce potentemente la nostra immaginazione perché ci offre una rappresentazione del mostro perfetto: brutale, spietato, arrogante, senza possibilità di redenzione. In tal senso i fratelli Bianchi – ritratti a torso nudo, muscoli e tatuaggi in bella vista e sguardo da bullo – assolvono perfettamente a questa funzione. I loro corpi coincidono con la tradizionale iconografia del villain che ha popolato l’immaginario di tanti gangster movie: una via di mezzo tra la cinica crudeltà di Al Pacino in Scarface e quella mascolinità un po’ buffonesca del coatto romano, così bene raccontata dall’ultimo e commovente film di Claudio Caligari Non essere cattivo – e in parte ripresa nelle serie tv Romanzo Criminale e Suburra.    I fratelli Bianchi sono epitome della mostruosità perché ci permettono facilmente di prenderne le distanze. In un certo senso svolgono una funzione rassicurante, dal momento che ci indicano chiaramente dove risiede il male. D’altronde la radice della parola latina monstrum è la stessa di monstrare, ma...

Diario 6 / Tutti i giorni sono tempo di bilancio

Prima settimana di parziale riapertura e già è tempo di bilanci. In realtà tutti i giorni è stato tempo di bilanci: due mesi e mezzo di bilanci appesi ai numeri.  Numeri che si sono rivelati non del tutto affidabili ma, pazienza, su qualcosa devi pure basarti. “È solo la punta dell'iceberg,” ci hanno ripetuto. E l'iceberg, minaccioso, sembrava essere proprio lì, fuori dalla finestra, pronto a speronarci.   Nei primi giorni della settimana si scatena di nuovo una polemica: sono stati beccati, fotografati e ripresi in video, dei giovani sui Navigli che bevevano delle birrette. Giovani, birrette, mascherine calate (ti credo, per bere): apriti cielo! Si ri-scatena l'inferno. Il sindaco si ri-incazza, il resto d'Italia geme che tutti stanno chiusi per colpa della Lombardia e i soliti stronzi lombardi se ne sbattono e sbevazzano. Riparte tutta la polemica, come in un format che settimana dopo settimana trova nuovi accusati (ma gli accusatori sono sempre, più o meno, gli stessi). Insomma, si rivedono scene già viste da cui sembra che non si impari mai: da una parte cittadini messi sul banco degli imputati, dall'altra amministratori che non sanno che pesci pigliare ma che in...

Fase 2 / Italia, Pronti via!

L’Italia riparte. Il 4 maggio è il momento della “riapertura” o come scrive un grande quotidiano, della “ripresa”. Ripresa di cosa? Della vita di tutti i giorni? No, quella ancora non c’è. Ma almeno si può uscire di casa, per varie e giuste ragioni: lavoro, parenti, necessità mediche, eccetera. Riapertura? Non del tutto. Scuole e università chiuse, tanti negozi ancora serrati, molte attività in attesa di ricominciare. Abbiamo chiesto ad alcuni dei redattori, collaboratori e amici di doppiozero di raccontare brevemente com’è andata in questa giornata di maggio. Le risposte sono ordinate per città, dalle grandi metropoli ai piccoli paesi, là dove vive gran parte della popolazione italiana, realtà che abbiamo raccontato in uno speciale e poi in un ebook, I tempi del virus, che si può scaricare gratuitamente dal sito. Quindi ecco qui 24 brevi istantanee, scatti quasi fotografici di questa “riapertura”, ma con tutto il carico di prima, di quello che è accaduto in due mesi in casa.    Bergamo Nunzia Palmieri   In questi ultimi due mesi non c’è stata una sola delle mie amiche che non abbia pubblicato su Facebook o su Whatsapp una fotografia delle sue piante,...

Effetti collaterali / Ovvero, come il virus contagiò la pubblicità

Che il virus fosse contagioso l’avevamo capito. In due mesi di pandemia abbiamo cambiato tutta la nostra vita proprio in funzione di questa sua spaventosa capacità di diffusione. Non parlo solo di mascherine, distanza sociale e tutto il resto, ma anche di altre dimensioni dell’esistenza in cui il maledetto si è intrufolato senza difficoltà, espandendosi poi a dismisura come fa nei corpi dei poveri malcapitati che lo contraggono. Fra queste la pubblicità è una di quelle che merita più attenzione, e per un motivo preciso: il suo ruolo è quello di fare da cuscinetto tra l’economia che tanto ci preoccupa e la socialità in generale. Se vogliamo farci un’idea di quanto profonda sia la linea di demarcazione fra il nostro passato e il futuro che ci attende, per paradossale che possa sembrare, sono proprio gli spot che dobbiamo studiare. Ma andiamo con ordine.   Dicevamo dei discorsi sociali: nessuno, lo sappiamo, ha il coraggio né, spesso, la voglia di parlare d’altro che del Covid. Vogliamo sapere tutto: quanti morti, quanti guariti, quanti in terapia intensiva, cosa dice l’ultimo DPCM, se si può uscire e con quale autocertificazione, se le mascherine si possono riutilizzare, chi...

Protezione / La nostalgia dello stato

Quando a scuola si studiano le epoche passate, impariamo ad articolare certi snodi nella storia dell’umanità attraverso le guerre, le pesti, le rivoluzioni. Sono i capitoli dei manuali; dove siete arrivati? Alla rivoluzione francese oppure alla seconda guerra mondiale. Tendiamo ad ancorare lì i mutamenti.  Anche per questo strano allenamento, perché ovviamente c’è vita e società anche dove e quando non c’è guerra o peste, cioè per la maggior parte del tempo, ci si aspettano dei significati importanti dalla pandemia del virus corona che in questi mesi attraversa il mondo. Immaginiamo che si possa dire prima e dopo, riallineare qualcosa che appare sfuocato da molto tempo. Ma cosa? E soprattutto: cosa stiamo chiedendo davvero? Perché vorremmo che le morti, la clausura di questi mesi, avessero un significato? Certamente la violenza verbale, razzista e in generale intimidatoria, delle destre, e la resistenza delle sinistre nel mondo, da diversi anni in Europa purtroppo spesso mite e confusa, tendono da una parte e dall’altra a sfumare in una dabbenaggine pre-elettorale. La comunicazione politica, assordante nella sua afasia, pare girare intorno a qualche punto percentuale che va...

Un bambino tanti bambini / Gli orecchi dei Pinocchi

In tempi duri per gli umani, piovono burattini. Roma è invasa da Pinocchi. Pinocchi rinchiusi, Pinocchi che non ascoltano e, pertanto, si moltiplicano. I Pinocchi di Jim Dine, ad esempio: 11. Il Pinocchio di Codognotto al Mused (Museo della Scuola e dell’Educazione dell’Università Roma Tre), a pochi passi dalla mostra dell’artista statunitense a Palazzo delle Esposizioni. In un luogo ancora troppo poco conosciuto, eppure pubblico: in entrambi i casi uno spazio museale. I Pinocchi di Jim Dine sono come incantati: non inermi, ma fissati nell’atto di dire qualcosa, di dare qualcosa. Sulle pareti dell’ala in cui sono esposti Jim Dine ha anche dipinto alcune sue poesie: scriverle a caratteri cubitali ha sempre significato per lui l’opportunità, in quanto dislessico, di superare la difficoltà di lettura e, in qualche modo, anche di creazione. In fondo a destra c’è un Pinocchio con una sega: è legato a una struttura metallica per la testa. Forse l’artista intende fermare il creato che si fa creatore? Dine ha dichiarato: «L’idea di un pezzo di legno che parla e che diventa un ragazzo in carne e ossa è una metafora dell’arte». Accanto a un Pinocchio tanto ardito Dine dipinge questi versi:...

Sofferta sollecitazione attuale / Il destino di Roma (e il nostro)

L’otto maggio 1980 l’Organizzazione Mondiale della Sanità annunciò al mondo l’avvenuta eradicazione del vaiolo. Medici e scienziati pensavano allora che le malattie infettive sarebbero scomparse definitivamente. A causare la morte sarebbero state altre malattie, quelle dette di “degenerazione” (cancro, affezioni cardiovascolari eccetera). Quest’ottimismo durava da almeno una ventina d’anni. Già negli anni Sessanta era accaduto che si tenessero convegni dal titolo suggestivo: “Infectious disease, does it still matter?” Sono ancora importanti le malattie infettive? (dati che desumo da un saggio di Bernardino Fantini sulla storia delle epidemie). Ma, più o meno contemporaneamente alla trionfale dichiarazione dell’OMS, stavano maturando le condizioni per l’avvento di una nuova, terribile malattia infettiva, che di lì a poco avrebbe sorpreso il mondo, sarebbe stata battezzata AIDS e i cui primi casi si fanno risalire al giugno 1981. Si tratta di quello che Kyle Harper, nel suo Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero (Einaudi, 2019), definisce “uno spunto ironico della storia”.   Un’ occorrenza analoga del fenomeno si ebbe nel secondo secolo dopo Cristo. In uno...

Colpiti nel cuore / La morte non doveva raggiungerci

Questa volta siamo stati colpiti nel cuore. Temiamo di non riuscire a respirare. Al mattino ci schiariamo la gola, sperando che il leggero mal di gola di ieri sia sparito. Gli eventi ci hanno travolti e ripetiamo parole come: “improvvisamente”, “di colpo” “dall’oggi al domani”. Negli ultimi decenni avevamo letto le riflessioni sociologiche sull'accelerazione nella nostra società. In mezzo secolo le parole dette in un minuto di televisione si sono raddoppiate. Ci riconoscevamo nella descrizione della nostra vita fatta da Hartmut Rosa in Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità (Piccola biblioteca Einaudi). Secondo il sociologo tedesco, sia gli aspetti strutturali che culturali delle nostre istituzioni sono contrassegnati da un "restringimento del presente". Ma poiché noi stessi ci trovavamo dentro a quel veicolo, la percezione dell’accelerazione era rimasta piuttosto astratta. Ora qualcosa è cambiato. Da quando i nostri corpi sono stati costretti a fermarsi, vediamo l’accelerarsi attorno a noi con più chiarezza. Il morire stesso accelera. Ieri due, oggi quattro, domani otto, dopodomani sedici, dopo una settimana 256 bare, tutte dello...

Contagi e mortalità / Le sirene della Val Seriana

La Val Seriana è oggi, probabilmente, il territorio più colpito al mondo dal Covid 19. Io ci vivo da quasi quarant’anni e dall’inizio di marzo ho dovuto accettare di viverci nella reclusione più totale. Ogni mattina i notiziari locali e le chat ci aggiornano su amici e conoscenti: i contagiati, i ricoverati, i morti.  Sopravvivere in completo isolamento è possibile: i nostri sono paesi piccoli e si sono organizzati, i negozi di alimentari fanno consegne a domicilio, la raccolta differenziata non perde un colpo, i medici superstiti al contagio rispondono al telefono appena possono, i volontari passano dalle farmacie e portano le medicine a chi ne ha bisogno. Le mascherine, qui, non sono mai state in vendita e anche i medici di famiglia ne sono sprovvisti. Ma questa è una vecchia storia italiana: mai equipaggiati bene i nostri soldati in prima linea, noi.   Fino a pochi giorni fa sentivamo in continuazione le sirene delle ambulanze, era il nostro tappeto sonoro e noi ci stavamo sopra, anzi, ne eravamo avvolti. Ora non è più così, ma nessuno si illude. Sappiamo bene che ormai le strade sono deserte e che le ambulanze non hanno più bisogno di segnalare il proprio passaggio....

Nuovo cinema paralitico / Incontro a fragili bellezze

In questi giorni straniti in cui tutti siamo diventato dei rifugiati in casa propria capita di riflettere o semplicemente di avvertire la propria fragilità; nuda e cruda assale come qualcosa che abbiamo tenuto nascosto, rimosso, che abbiamo – più o meno inconsapevolmente – voluto dimenticare. L’altro giorno davanti a una farmacia; persone in attesa, guardinghe, qualcuno con la mascherina o anche solo una sciarpa sul viso. Attraverso le vetrine della farmacia, immagini di donne scintillanti, immobili nelle pubblicità di una crema, un siero, un elisir se non di lunga vita, almeno di certa, procrastinata giovinezza.  L’attesa nervosa e le vetrine: non accade nulla ma sono con evidenza due immagini, solo apparentemente distanti tra loro, della stessa fragilità, delle stesse paure.   Nuovo cinema paralitico, visibile sul Corriere online, è un progetto di Davide Ferrario e Franco Arminio. Una serie di brevi episodi girati in luoghi periferici, nascosti, minimali. Un progetto, dice Davide Ferrario, che “...prende la forma di una sorta di viaggio in Italia, fatto di brevi episodi di al massimo due minuti ciascuno. Troupe minima, si gira su un percorso di massima, lontano dai...

Doni imprevisti / L’Italia che verrà

Il virus del pianeta è l’uomo delle prime file, i banchieri, i potenti mercanti i più lesti tra i politicanti. Nelle retrovie dell’umanità ancora batte il cuore, la figlia va a trovare la madre e la madre teme che la figlia si ammali, il barbiere di pomeriggio non sa bene che fare, ora per lui è sempre lunedì, l’uomo che passeggia con il cane ha perso da poco il fratello per un tumore, il barista cerca fotografie della sua giovinezza, i fidanzati lontani si chiamano spesso, una signora di Bergamo è andata al cimitero a trovare suo marito, in un paese della Sardegna c’è uno  che non sa niente di quello che sta accadendo. Io da qualche giorno ho smesso di guardare la televisione. Ieri sera ho scritto in rete che forse a qualcuno poteva fare piacere parlare con me, visto che io ho una lunga pratica col panico, coi nervi accesi. Sono giornate lunghe, s’affacciano doni imprevisti,  restano vecchie muffe, ma per favore niente discorsi grandi sul mondo che verrà e sul mondo che c’era. Raccogliamo il bene possibile in ogni dettaglio: un buon litigio, la fioraia che ha offerto i fiori che non può vendere, le fisarmoniche alle finestre, il barista in pensione del mio paese...

L’ultimo Muccino / Gli anni più belli. (Non) c’eravamo tanto amati

Che cosa vuole essere Gli anni più belli, il nuovo film di Gabriele Muccino? Per stile e tematica, tante cose assieme ma soprattutto un racconto del tempo che passa, attraverso le storie di tre amici lungo il corso di quarant’anni. Dopo un legame forte, che si consolida per merito di un grave incidente di uno dei tre durante uno scontro nelle contestazioni studentesche, e di un tempo adolescenziale passato insieme, fino diciamo alla maturità, le strade si dividono nel momento in cui scelgono facoltà universitarie differenti. Uno Legge, l'altro Lettere, l'altro ancora intraprende un percorso artistico-intellettuale: una grossolana tripartizione delle classi sociali. Il presunto povero che scala i gradini dell'arrivismo in virtù delle sue stesse condizioni di partenza; quello che vive con la madre malata, che fa scelte prudenti e opta per un impiego parte time nel pubblico; e infine il presunto ricco (o con famiglia comunista alle spalle) che può permettersi di seguire le sue passioni. Cosa li porteranno ad essere? Avvocato, professore di latino e greco al liceo, artista/intellettuale. Dispersi ognuno nelle rispettive diversissime vite, e ognuno a suo modo tormentato da relazioni...

Italia, Italie. 3 / ABC

La serie fotografica dal titolo ABC è costituita da un alfabeto di insegne pubblicitarie, disseminate nelle zone periferiche di alcune città del Nord Italia, in particolare di Milano.   È un’indagine sui luoghi di confine e di transito, fra la campagna e la città, lungo i viadotti e le tangenziali. Le immagini nascono quasi spontaneamente, talvolta per un insieme di coincidenze, come se avvenisse un incontro tra una causalità esterna e una finalità interna, capace di generare un forte valore simbolico e metaforico.   L'incontro tra il testo delle insegne e lo spazio urbano, in bilico tra banalità e stereotipo, dà forma a un'archeologia del marketing, di cui le immagini sono le rovine di un passato chesopravvive con insistenza al logorio del tempo.   Ho avviato la serie ABC insieme ad un altro progetto intitolato ADE, dedicato ai fiori e alle piante cresciute spontaneamente nelle aiuole o nei parchi attorno a Milano e in aree fortemente cementificate. ABC, tutt'ora in corso, ne è l’altro volto, il reperto archeologico che si affianca al mondo vegetale, raffigurato come un agglomerato di fossili viventi.   Sara Rossi, A (Auto), Milano, 2015.   Sara Rossi...

L’estate di un insegnante nell’era della gig-economy / Cento giorni da glover

Shkodra   Quasi mezzanotte, McDonald’s Stradivari, a due passi dalla Stazione di Trastevere.  Appena il Conte vede entrare Gëz, gli va subito incontro, gli dà una pacca sulla spalla e gli chiede: “Frate’, ma hai visto che j’hanno fatto al bangla giù a Bari?” A dire il vero, il bangla di cui parla il Conte è un pakistano, ha 32 anni e si chiama Ahmed. Anche Ahmed è un fattorino Glovo e la sera prima, mentre consegnava il suo ordine a via Candura, nel quartiere San Paolo di Bari, è stato accerchiato, pestato a sangue e derubato da un gruppo di 7 persone.  Gëz e il Conte si conoscono da quasi due anni, da quando cioè hanno cominciato a incrociarsi nelle aree di attesa Glovo dei McDonald’s di Roma. Sono due veterani. Il Conte ha da poco superato il traguardo delle 7000 consegne; Gëz, invece, è a un passo dalle 10.000. Anche io lo conosco da un po’, Gëz. Ci siamo presentati un paio di mesi fa mentre, entrambi con sulle spalle il cubo giallo di Glovo, attraversavamo il ponte che da via Alberto Lionello conduce all’ingresso superiore del Centro Commerciale Porta di Roma, alla Bufalotta. I dialoghi tra glover sembrano quelli tra pescatori. È stato così anche la prima volta...

Il Bel Paese dove il dì suona / Un giorno di Dante che dirvi non so

Mi scusi Presidente non è per colpa mia ma questa nostra Patria non so che cosa sia. Può darsi che mi sbagli che sia una bella idea ma temo che diventi una brutta poesia. (Giorgio Gaber)   «Dì» è parola dantesca, dall’«ultimo dì» che Capaneo ricorda nel XIV canto dell’Inferno (v. 54: «onde l’ultimo dì percosso fui») al «sol dì» di un ipotetico miracoloso mese invernale nel XXV canto del Paradiso (v. 102: «l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì»). Sembra più che legittimo allora intitolare a Dante un dì, come ha fatto il Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini, proclamando il 25 marzo Dantedì, in coincidenza con quella che sembra la data più probabile per l’inizio del viaggio dantesco nell’aldilà. Di «dì» aggiunti a cose e nomi in funzione celebrativa e commerciale, esemplati sull’ovvio modello dei giorni della settimana (lunedì, martedì, mercoledì, ecc.), l’italiano ne ha già in verità alcuni, fino ai recenti Soledì, orologio meccanico da parete con ingranaggio a vista, il cui nome significa “giorno di sole” per suggerire «che ogni giorno è un giorno di sole e di speranza», come si legge nella...

Italia, Italie. 1 / Palermo - Milano, Antonino Costa

La forma dell’Italia come la vedono i fotografi che la vivono e la attraversano. Le città, i paesi, le periferie, la campagna, i luoghi delle aggregazioni, le vie, i negozi e l’ambiente naturale vanno a costituire un patrimonio culturale da osservare, come le relazioni che si stabiliscono tra le persone e gli spazi. Ad ogni fotografo e fotografa chiediamo di esplorare i loro archivi e scegliere dieci foto che rappresentino l’Italia, accompagnate da un unico testo, o da dieci brevissimi testi che fungono da didascalie, in cui ognuno racconta come e perché ha realizzato i suoi scatti. L’insieme delle loro immagini andrà a costruire il mosaico degli sguardi, che via via daranno corpo all’Italia di oggi.   Venditori di pesce a Mondello. Palermo, Italia. 2009. Fotografia tratta dal lavoro Palermo come un’infanzia.    Nel 2009, molto probabilmente ero nel pieno della mia vita milanese. In quel tempo lavoravo come aiuto operatore sui set cinematografici. Un lavoro duro e molto tecnico. Mio figlio aveva sei anni e mi ero separato dalla madre da circa due anni. In sostanza di quel periodo ricordo che era veramente un casino. Molto raramente tornavo a Palermo, non...

Venezia / Riavvolgendo il nastro dell’acqua

Piove senza sosta in questo lunedì notte e la luna non è più piena, le maree si stanno normalizzando, la nostra casa pure si sta normalizzando con grande lentezza e fatica, Venezia ancora in ginocchio prova a rialzarsi. Abbiamo imparato tanto, abbiamo imparato a stare in due con cane in un letto stretto e la marea attorno a 187 cm, abbiamo toccato con mano una grande solidarietà ed empatia con amici e conoscenti, abbiamo capito che spalare acqua cantando con amiche e amici è un evento di bellezza eccezionale altro che marea, che prima dopo e durante c’è sempre chi allunga un sorriso o una torta. Che non sappiamo quante energie ci restano, ma sappiamo che a Venezia restiamo.   Oggi è lunedì, siamo tornati ognuno al rispettivo lavoro per poi correre a casa a continuare a pulire e trovare acqua nascosta in ogni dove. Stamane la città sembrava una lumaca che mette fuori la testa dal guscio per vedere come va all’intorno: un paio di attività commerciali su dieci hanno riaperto, altre ancora sistemano, alcune sono chiuse da ormai una settimana, cosa ne sarà di loro. La maggior parte dei musei ha riaperto, anche le università, alcuni aprono domani e altri chi lo sa. Le librerie...

Il FAI e la sfida per un'Italia migliore / Il paese più bello del mondo

Il paese più bello del mondo insieme al “paese dei mille campanili” sono espressioni ben conosciute per definire l’Italia nelle sue bellezze e nella sua straordinaria varietà. La prima è anche il titolo del volume di Alberto Saibene (UTET 2019); un libro minuziosamente documentato in cui si ripercorre, a partire dalla genesi del movimento ambientalista nel nostro paese, la storia della nascita del Fai (Fondo ambiente italiano) e del suo progressivo affermarsi fino ai giorni nostri. Una storia che per gran parte è quella di un’impresa portata avanti da un manipolo di intellettuali sensibili, sognatori quanto lungimiranti e da una ristretta cerchia di influenti personalità della più ricca e illuminata borghesia. In un caso come nell’altro Saibene ci racconta la storia di un’impresa sognata, voluta e realizzata sostanzialmente da ristrette aristocrazie sociali – nel senso nobile del termine – per le quali la progressiva erosione e distruzione di gran parte di ciò che rendeva il nostro il Paese più bello del mondo, a partire dal secondo dopoguerra, appariva via via inaccettabile.   Foto di Dario Fusaro, 2008, © Fai, Fondo ambiente italiano. Un momento fondamentale per...

Alla frivolezza di Scienze della Comunicazione / Made in Italy

La fotografia è notevole. Non il solito “smarmellamento” (ovvero l’anonima illuminazione a giorno) tipico delle sciatte serie italiane. D’altra parte, andando avanti, si nota un’aria di famiglia con alcuni prodotti di fiction molto amati. C’è Il diavolo veste Prada, un po’ di Good Girls Revolt, un tocco di Flashdance. Sulle prime, quindi, un’impressione di già visto, che, però, bisogna ammetterlo, piuttosto che scoraggiare, incuriosisce: cosa mai possono avere a che fare questi riferimenti con il contesto italiano? A confondere ancora di più le acque, c’è poi che la serie sbarca sul piccolo schermo, come anteprima, da un canale prestigioso, Amazon prime. Se non è una dichiarazione d’intenti, poco ci manca. È, infatti, vero che da un po’ di tempo si discute di come la televisione italiana stia progettando di intercettare il trend delle grandi serie tv americane. Made in Italy sembra essere un tentativo (non del tutto riuscito, sottolineiamolo con buona pace dei soliti criticoni) di risposta a questa evenienza. Dall’aria di famiglia pocanzi ricordata ci si libera, comunque, molto velocemente. Se è, infatti, vero che le vicende della serie girano intorno a una piccola rivista di moda...

Osservazioni semiserie / Quando il vento dell'est: sul Russiagate e la democrazia in Italia

Affari, spionaggio, risate, preoccupazioni, un mare di chiacchiere e la qualità della democrazia in Italia. "Quando il vento dell'Est, ci porterà..." cantava Gian Pieretti nell'ormai preistorico 1966. Ecco, a scandalo divampato, poi raffreddato, poi parzialmente riacceso, ma soprattutto a governo nazional populista caduto e sostituito è forse e pur sempre il momento di chiedersi che cosa esattamente ci porta l'aria che da qualche tempo, previo scoperchiamento del Russiagate, spira in Italia dopo aver gonfiato le vele del sovranismo salviniano anti europeo.   Salvini antemarcia ha indosso un Putin militaresco   E subito sia detto onestamente, anche per acchiappare quel minimo di attenzione che un testo così lungo certamente scoraggia, che gli scandali sono belli specialmente all'inizio dell'estate; perché s'infuocano lasciandosi rapidamente consumare prima delle vacanze come un foglio compromettente tenuto con due dita per non bruciacchiarsi; ma quando alla fine la fiamma si spegne, è come se quell'accenno di fumo grigiastro ti desse appuntamento per nuove scoperte e promettenti rivelazioni: in autunno o come indicavano le note politiche della Prima Repubblica "alla...