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Capitalismo della sorveglianza / Bezos Amazon: vendere tutto

Nel 1994 il trentenne Jeff Bezos era un brillante e promettente manager di Wall Street. Lo folgorò un'intuizione destinata a cambiare il mondo. Internet stava esplodendo e l'azienda per cui lavorava, DESCO, stava studiando diversi business plan, compreso lo “everything store”, ovvero “il negozio che vende tutto”.  Era un progetto di intermediazione che si spacciava per disintermediazione, adeguandosi alla retorica del web. Era un obiettivo grandioso ma prematuro. Era impensabile “vendere tutto”. Bezos stilò una lista con una ventina di prodotti e decise che la categoria più promettente erano i libri. “Erano merce pura: tutte le copie di un libro presenti nei diversi negozi erano uguali tra loro, quindi gli acquirenti sapevano sempre cosa aspettarsi. All'epoca esistevano due principali distributori di libri, Ingram e Baker and Taylor, quindi un nuovo rivenditore non avrebbe dovuto contattare una per una le migliaia di case editrici. E soprattutto in tutto il mondo c'erano tre milioni di libri in catalogo”, molti di più di quanti potesse contenerne la più grande delle librerie (Brad Stone, Vendere tutto. Jeff Bezos e l'era di Amazon, Hoepli, Milano, 2014). Bezos voleva...

Ognuno di noi / Appunti sulla crisi

Le idee riproposte da Naomi Klein in un articolo dell’8 maggio su Intercept, dove avverte che quello che abbiamo di fronte con questa pandemia è la grande opportunità che hanno i giganti della tecnologia di subentrare allo stato, diventando erogatori di sistemi sanitari, mediatori del sistema educativo, occupando di fatto il luogo tra società e risorse che è delle istituzioni, hanno le loro radici in un pensiero che si è sviluppato in gran parte nella cultura francese e italiana degli ultimi cinquant’anni. Naomi Klein cita lo stato di eccezione ma si potrebbe dire che oltre ad Agamben ci sono nel suo articolo Deleuze e Guattari, Negri e Hardt, Foucault, in una critica del capitalismo che si è sviluppata in Europa a partire dal ‘68.  Le conclusioni di Naomi Klein sono devastanti, perché è vero che la battaglia che si combatte a forza di mascherine, ventilatori e vaccini, non è che uno scaldarsi i muscoli da parte dei giganti del Big-Pharma, pronti a sbarazzarsi dei competitori, delle regole del gioco, per un dominio assoluto del mercato mondiale della salute. Così come le tecnologie che abbiamo tutti adottato per insegnare a distanza e per lavorare, hanno di fatto introdotto...

Iconomia / Al mercato delle immagini

Andreas Gursky, Amazon, 2016, Courtesy dell’artista e di Sprüth Magers © Andreas Gursky / ADAGP, 2019.   In alcuni scritti degli anni novanta, l’artista e teorico italiano Franco Vaccari s’interessava al valore iconico ed economico del codice a barre, “segno dei tempi” e scrittura codificata della “natura profonda dell’oggetto” che, inequivocabilmente identificato in ogni minima variazione, era così pronto a immettersi in un “circuito in cui […] muoversi, il più rapidamente possibile, opponendo la minima resistenza, fino ad arrivare al consumatore” (Scritti sul codice a barre, 1991). L’opacità del codice, l’accessibilità mediata delle informazioni celate in questo segno, ottico ed elettronico, “discreto” ma “inesorabile”, si opponeva e accompagnava lo “sfavillio delle superfici”, “l’enfasi spettacolare delle confezioni”. Opacizzando l’oggetto, il codice a barre rendeva visibile la sua appartenenza a un flusso, a una rete di scambi e di valori le cui regole, scriveva ancora Vaccari, sono rette da un principio di superconduttività: “in sostanza una circolazione senza attriti, senza ostacoli, senza dissipazione di energia; con essa si realizzerebbe una possibilità di movimento...

Fate ogni giorno una ricerca con parole casuali su Google / Disobbedienza digitale

Su Topolino n. 1106 del ‘77 Paperone ordina ad Archimede di produrre in serie sosia-robot per le attività più incresciose (“accompagnare vostra moglie nelle massacranti spese estive, insomma per vivere meglio”), ma gli automi si sostituiscono completamente ai loro padroni: è arduo distinguere la macchina dal papero. L’unica soluzione è comportarsi irrazionalmente. I robot si ingegneranno così in cerca di impossibili soluzioni logiche, ma lo sforzo manderà in fumo i transistor, decretando la vittoria dei costruttori sulle macchine. La storia a fumetti Disney somiglia ai racconti di Asimov e ricorda l’ammonimento del filosofo tedesco Hans Jonas riportato nell’intervento di Longo su Hawking di qualche giorno fa: «La Natura non poteva correre rischio maggiore di quello di far nascere l’uomo. Nell’uomo la Natura ha distrutto se stessa». È la “singolarità”, termine con cui Raymond Kurzweil, futurologo del MIT, descrive il momento del sorpasso dell’intelligenza artificiale sulla umana. Non dovrebbe mancare molto, se è vero quanto rivela George Dyson in La cattedrale di Turing: Google Books non avrebbe scansionato tutti i libri del pianeta per l’umanità, ma «per farli leggere a un’...

Sarà la realtà a capire cosa vogliamo / L’algoritmo indiscreto

Fino a qualche anno fa l’algoritmo era un oggetto misterioso e molto cerebrale che suscitava, al massimo, qualche sparuto ricordo di lezioni liceali di matematica. Oggi, grazie a realtà quali Google e Amazon, molti lo considerano una formula magica in grado di leggere i pensieri e anticipare i desideri.   Cosa ci fa un filosofo che se va in giro con sottobraccio un libro intitolato L’Algoritmo Definitivo? Non è certo un tipico titolo da libro di filosofia, come potrebbe esserlo per esempio ‘La filosofia presocratica’, ‘Il pensiero decostruzionista’ oppure ‘Il trattato della ragion pura’; titoli che, se non proprio fittizi, perlomeno segnalano un chiaro legame con la filosofia. E non sembra neanche uno di quei titoli di romanzoni thriller che ci tengono con il fiato sospeso, che ci accompagnano in una fitta trama di eventi politici, tradimenti personali, colpi di scena a ripetizione, e indagini senza fine. Libri che spesso, a dispetto dei loro contenuti ‘esplosivi’, si leggono al calduccio durante le feste natalizie.  A pensarci bene, però, un titolo del genere potrebbe anche essere un buon candidato per un thriller, con quell’amalgama di precisione terminologica e...

In soccorso dei più forti / Salviamo la comunicazione sul web

Salvare il digitale da se stesso. Può sembrare un proposito paradossale, nell'epoca della sua massima espansione economica. Proprio mentre scrivo, intellettuali e politici di tutto il mondo costatano ancora una volta l'enormità del potere accumulato dai colossi del web. Messi insieme, è stato calcolato, i soli Google Amazon Facebook Apple e Microsoft adesso valgono il quinto stato più ricco del pianeta, peraltro privo dei debiti delle nazioni. Anche il Financial Times si chiede se questo schieramento non sia ormai too big per accettare regole. Senza contare il gigantesco influsso, non solo economico, che l'online ha raggiunto nella vita di ognuno di noi. Di quale aiuto dunque può mai aver bisogno il web?   E di quali consigli per di più potrà aver bisogno la pubblicità digital, da anni proclamata in costante incremento di fatturato? Attenti innanzitutto a considerarlo un tema specialistico. Nascoste sotto le mentite spoglie di argomento tecnico, le inserzioni su internet sono al momento l'unico motore economico non solo dell'intrattenimento ma anche della libera informazione online. Quanto basta per considerarlo un tema persino politico, d'importanza collettiva. Altro che...