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Arthur Miller

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Cinque lezioni sulla cultura americana di Franco Moretti / Insegnare: l’università in forma di saggio

Le lezioni cui allude il sottotitolo dell’ultimo libro di Franco Moretti – Un paese lontano. Cinque lezioni sulla cultura americana, appena pubblicato da Einaudi – sono davvero la “messa in pagina” dell’esperienza dell’insegnare come si possano leggere poesie e romanzi, guardare quadri e film. Il paese lontano sono gli Stati Uniti e gli studenti sono quelli dell’università di Stanford, in California, dove Moretti ha insegnato negli ultimi anni. Il corso da cui sono tratte queste lezioni si chiamava “Literary History”. Era un corso di introduzione generale a tutta la letteratura inglese e americana. Nulla che ricordasse il procedere cadenzato dei vecchi corsi di storia della letteratura, è scritto nell’introduzione al volume: quindi non la lunga “catena di autori e opere” in cui il peso della continuità era tale da “rendere superflua ogni spiegazione”, ma una serie di venti lezioni in cui l’assenza di continuità era dichiarata, “quasi esibita”. Nei cinque capitoli del libro, che propongono altrettante lezioni, Moretti “salta” con grande libertà da una stanza all’altra nel grande edificio della cultura, con l’obiettivo di mostrare ai propri studenti come muoversi e perché valga la...

Ira e mediocrità / Fantozzi e Kafka. Vittime

Franz Kakfa era lo scrittore preferito da Paolo Villaggio. Questo non mi sorprende affatto, perché il Fantozzi che Villaggio ha fatto entrare nell’Enciclopedia dei Caratteri – assieme all’ipocrita, al misantropo, al millantatore, al soldato sbruffone, all’avaro, all’ipocondriaco, ecc. della commedia classica – è la versione burlesca, popolaresca, dei maggiori personaggi di Kafka, tutti un po’ fantozziani, anche se in chiave tragicissima. In fondo, anche Kafka spesso muove al riso, solo che la risata ci si congela in bocca, si storce in un ghigno di angoscia. La Repubblica ha riproposto Villaggio con lo slogan “Ci ha fatto piangere dal ridere”, Kafka invece ci fa ridere pur piangendo.   Disegno di Aaron Nosan.  I protagonisti di Kafka sono quasi tutti, in effetti, delle vittime assolute. La più assoluta è forse Gregor Samsa, l’impiegato – guarda caso! – che un bel mattino si ritrova trasformato in scarafaggio, nel racconto La metamorfosi. Non solo Gregor è mutato nell’essere più abietto, ma la famiglia lo colpevolizza per questo, e suo padre finirà per punirlo con la morte. Impiegato vittima è anche Herr K. protagonista di Il processo. Si suol dire che K. subisce un...

Pivano, Vittorini, Briasco / "I celebrate myself". L'io nella narrazione statunitense

Così ammonisce Nonciclopedia: “La letteratura americana è vivamente sconsigliata a chi ama la letteratura”. Tale controindicazione può forse farci sorridere, ma non si esaurisce nella sola boutade. Quanta letteratura nordamericana invade gli scaffali dei megastore del centro e i bancali degli autogrill! Quanto risultano ‘alla moda’ molti fra i nuovi titoli e i nuovi autori, che dopo una faticosa lettura non presentano alcun merito se non quello di provenire da oltre oceano! E quanti scrittori continentali scrivono ‘all’americana’, confondendo l’americanità con l’americanata.   Non tutti gli scrittori di blockbuster sono americani, è ovvio. Fra gli scrittori nostrani (si pensi al caso Ferrante, da cui prende spunto Stefano Jossa per uno splendido articolo sullo stato attuale dell’Università) e stranieri (Ruis Zafon e Pennac sono i primi a venirmi in mente) non mancano certo le galline dalle uova d’oro. Tuttavia, è innegabile che dal mondo anglosassone, e statunitense in particolare, giungano i più grandi successi dell’editoria mondiale degli ultimi anni, spesso supportati dalla potenza di fuoco di Hollywood. Gli esempi non mancano di certo: da Dan Brown a Stephen King, da John...

La cerimonia di Oscar de Summa / Edipo nella società senza padri

“Because family is at the heart of sings, i guess…”, poiché la famiglia è al cuore di tutte le cose, io credo, diceva il drammaturgo Martin Crimp in Attentati alla vita di lei. E in effetti, da Eschilo a Lagarce, da Shakespeare a Ravenhill, da Molière a Pirandello e a Lucia Calamaro, sembra alle volte che il teatro non abbia raccontato e messo in scena altro – altro che famiglie, immancabilmente infelici, e sordidi delitti di famiglia destinati a diventare modelli di intere fondazioni sociali. Ma che ne è della famiglia, delle sue inibizioni e dei suoi tabù, nel mondo in cui il padre reale non veste più i panni di quello simbolico e non sbarra più il passo al desiderio, ma ne è a sua volta contagiato? È quel che si chiede Oscar de Summa nel suo La cerimonia presentato sul palcoscenico del Fabbrichino di Prato nelle dimesse spoglie di un dramma di tutti e di nessuno: un tavolo e quattro personaggi in contro-luce seduti attorno a esso che del vecchio universo tragico si portano appresso dei nomi tronchi, secondo l’uso di quel pigro gergo adolescenziale che imperversa un po’ ovunque (con amo e amo’ al posto di amore), mentre, quanto a loro, sono figure perfettamente contemporanee,...

Ma a che gioco sta giocando il narcisista? / Narcisismo

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Narciso.   Sarà forse la dismisura, ancora una volta, il carattere peculiare del narcisismo? Quella proiezione eccessiva con la quale ci attribuiamo più di quello che siamo, diventando superfici autospecchianti per evitare di andare in profondità? Per poi andare in frantumi non appena, specchio o stagno che sia, l’impianto mostra di non tenere? Camminiamo e ci muoviamo negli spazi spesso in stato di autocontemplazione. Indifferenti e insensibili attraversiamo sovente gli altri con i nostri sguardi autocentrati, come se loro non esistessero. Costruiamo campane di vetro insonorizzato intorno a noi, investendo per curare con ossessione la nostra immagine e farcela bastare. Lo stagno che ci riflette diventa il mondo intero e in esso ci esauriamo illudendoci di esaudirci. In quell’acqua stagnante affoghiamo ritenendo di essere il massimo immaginabile. Replichiamo così William Blake: “Chi non cambia mai idea è come l’acqua stagnante, alleva rettili nella testa”.       Il mito di Narciso ci dice che si tratta di qualcosa che viene da lontano: ergersi su se stessi e considerarsi, ha prodotto in noi “homo sapiens” qualcosa di...

The play is memory

Si è creato, in queste settimane, un involontario ma splendido dialogo tra due spettacoli in scena a Milano. Si tratta de Lo zoo di vetro diretto da Arturo Cirillo al teatro Menotti, e di Morte di un commesso viaggiatore firmato da Elio De Capitani all’Elfo Puccini, due produzioni – ottime, va detto subito – che propongono un gioco di vicendevoli e suggestivi rimandi.     Sono del resto le due pièce a dialogare, fin dalla creazione: Tennessee Williams scrive The Glass Menagerie nel 1944, mentre Arthur Miller firma Death of a Salesman pochi anni dopo, nel 1949. Le dense riflessioni che Williams annota a mo’ di didascalia in apertura (“la scena è memoria, quindi irreale. La memoria si concede molte licenze poetiche: omette particolari e altri ne esagera”) descrivono bene anche le atmosfere rarefatte del Commesso viaggiatore. In entrambi i casi troviamo una narrazione ipersoggettiva, che sfuma i contorni, altera i dialoghi, non pretende di raccontare il vero; e poco importa, quindi, se ci troviamo in America, perché lo scenario è innanzitutto la mente umana. Il Tom de Lo zoo di vetro riporta...

Viseità

Per la clinica lo sguardo delle persone è espressione. Sempre che non si mettano subito sul lettino, come se il corpo tutto - e quel frammento espressivo della viseità - non fosse materia nella relazione. Finché si piange, o ride, la soglia indiziaria dell'interpretazione sembra scontata, anche se non lo è. Quando l’espressione è meno marcata, è incerta e ambigua, allora può emergere l’aggressività dello specialista: costui è evitante, lei manipolatrice, l’altro ambivalente, resistente. Il lessico si conosce, il solito, limitato e ripieno di principi dormitivi. Invero quando uno ti guarda con quegli occhiacci di legno - che nessuno porta meglio del Pinocchio di Carmelo Bene - e una bocca ridanciana piena di denti - che ci si figura stridano, anche se sembrano ridere - lo specialista si spaventa, è di fronte al buco nero nell’interpretazione.     In questi casi non si tratta semplicemente di ricordare, né di essere coerenti col testo, come nella parodia del personaggio americano che deve recitare davanti al tribunale, ma non ricorda la parte. La seconda...

Viseità

1803, Giovanni Aldini, nipote di Luigi Galvani, è a Londra a mostrare teste mozzate che fanno smorfie se stimolate per via elettrica. La sua fama è nota tra gli intellettuali romantici inglesi, William Godwin, il padre di Mary Shelley, ha assistito alla messa in scena di Aldini e ama parlarne con gli amici. Più tardi queste considerazioni sono riprese tra Percy Shelley e Lord Byron. La viseità ha assunto quel carattere macabro e grottesco che darà vita - nel 1818 e poi nel 1831 - a Frankestein, il moderno Prometeo, di Mary Shelley.   Viseità è la traduzione italiana di visagéité, parola usata, più ancora che da Deleuze, da Felix Guattari. Il quarto capitolo dell’Inconscio macchinico s’intitola Viseità significante, viseità diagrammatica. Il libro L’inconscient machinique è difficile da trovare in francese e non credo sia mai stato tradotto in italiano. Invece l’editore di Los Angeles Semiotext(e), ne ha appena ripubblicata la traduzione inglese: “Tutti i fenomeni di comunicazione e scambio dipendono dalle leggi e dalla giurisprudenza che governano la...