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Auschwitz

(7 risultati)

Carlo Greppi Bruciare la frontiera / Oltre i confini, insieme

Da sempre gli umani si spostano. Da sempre anche le genti sedentarie hanno visto nel viaggio qualcosa di più che un semplice spostamento in termini materiali. Da sempre la letteratura è scrittura di un viaggio, reale e metaforico. Da sempre la lettura è un viaggio dentro e fuori di sé, nel tempo e nello spazio. La storia che Carlo Greppi racconta è un itinerario nella storia, del passato e del presente. Il percorso iniziatico, a lungo programmato e sognato di due amici che è anche un passaggio attraverso la linea d'ombra dei diciotto anni. Una traversata a piedi sulla frontiera tra Italia e Francia è la pista indicata dalla mappa di un tesoro, tracciata dai ricordi di un nonno – amato e scomparso – tramandati al giovane nipote.   Il nuovo romanzo di Greppi, storico e narratore, si muove in questo paesaggio sentimentale, segue un'amicizia maschile e attraversa luoghi reali che si fanno mitici: la ricerca memoriale si fa sguardo sul presente in un cortocircuito tra ieri e oggi per sentire la “storia che fa le rime”. Due ragazzi italiani tornano nei luoghi che hanno visto nel 1943 muoversi i profughi tra Francia e Italia, ebrei stranieri e soldati sbandati. Gente in fuga dalla...

Il nuovo volume della collana Riga / Primo Levi e Israele

Conoscere il rapporto tra Primo Levi e lo Stato di Israele a prescindere dall’esperienza tragica e pregnante di Auschwitz è impossibile. Quella che Levi stesso ha definito come l’esperienza della sua vita ha modificato certamente l’opinione dello scrittore, senza tuttavia modificarne la sua natura di uomo mite, pacato e riflessivo. È interessante allora analizzare l’evoluzione di tale rapporto alla luce del suo essere un ebreo della Diaspora, sopravvissuto ai campi di concentramento e in virtù degli eventi storici che hanno segnato gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del Novecento.   A partire da tre racconti in particolare del Sistema Periodico: Argon, Zinco e Oro Levi mette in evidenza i primi momenti in cui la componente ebraica ha fatto capolino nella sua vita, designandolo come qualcosa di più rispetto a un italiano, borghese, di professione chimico.  Determinante sarà poi il periodo vissuto nel campo di concentramento di Auschwitz senza il quale non sarebbe emersa in maniera determinante la coscienza divisa che Levi avrebbe finalmente attribuito non solo a se stesso, ma anche alla moderna identità ebraica nella Diaspora come tale. Durante la sua permanenza...

Domani a Ravenna alla Festa di doppiozero / Primo Levi: molto più che un testimone

Domani Aldo Zargani sarà con noi a Ravenna, alla Festa di doppiozero.   “Gli esseri viventi hanno evoluto considerevoli adattamenti complessi, ma siamo ancora vulnerabili alle malattie. Una delle più gravi – e forse la più enigmatica – è il cancro. Un tumore canceroso si è adattato alla sopravvivenza in modo straordinario e grottesco. Le sue cellule continuano a riprodursi anche quando le cellule “normali” si sarebbero già fermate da tempo: distruggono i tessuti circostanti per farsi spazio e ingannano l’organismo in modo da farsi fornire energia per crescere ancora di più. Ma i tumori non sono parassiti esterni che hanno acquisito sofisticate strategie per sferrare un attacco al nostro corpo. Sono fatti delle nostre stesse cellule che ci si rivoltano contro”.   Questo è l’inizio di un articolo di Carl Zimmer, giornalista scientifico del NY Times. L’evoluzione delle specie fu descritta da Spencer assai prima di Darwin e Darwin la conobbe prima di scrivere il suo capolavoro, intitolato appunto L’evoluzione delle specie, nel quale l’originalità di Darwin, che è anche la nostra salvezza, consiste nell’inserire la casualità nell’evoluzione. L’evoluzione predestinata, oltre...

Straniero, dialogo, condivisione, ospitalità / Edmond Jabès. La parola ferita

“Non si racconta Auschwitz. Ogni parola lo racconta”. Così Edmond Jabès replica alla domanda se sia possibile scrivere poesia dopo Auschwitz. La frase compendia bene il cammino dello stesso Jabès, nella cui scrittura la parola ferita, la parola segnata dal tragico del Novecento, è insieme parola del dolore e della responsabilità, del deserto e del cielo che lo sovrasta, del vuoto e delle immagini che lo abitano, dei silenzi e delle voci che li attraversano e interrogano.          A ventisei anni dalla sua morte, Edmond Jabès è uno scrittore fortemente contemporaneo. Per il fatto che la sua opera si situa, ancora, nel cuore delle domande proprie della nostra epoca. Parole come straniero, dialogo, condivisione, ospitalità, nei libri di Jabès si aprono in un ventaglio di interrogazioni, si fanno pensiero e racconto, lingua della poesia e compito morale, rappresentazione meditativa e invito alla responsabilità del singolo.           Questa contemporaneità di Jabès, nel mio caso, che è il caso di un traduttore e amico, ha anche un’altra configurazione: è presenza di un’immagine – con la sua voce, con il suo sguardo, con le sue...

In memoria / Per Elie Wiesel e Un di velt hot geshvign – La notte

Si è spento sabato due luglio, il 26 del mese ebraico di Sivan, a New York, a quasi 88 anni, Eliezer ‘Elie’ Wiesel, il sopravvissuto dei campi, il testimone per definizione, il premio Nobel per la pace, colui che coniò nel marzo del 1967, prima della guerra dei Sei Giorni, il concetto di unicità, quando, partecipando alla discussione sulle pagine della rivista Judaism sui ‘Valori ebraici nel mondo dopo l’Olocausto’ (Jewish Values in post-Holocaust Future) – il primo e forse l’ultimo nella storia degli studi sulla Shoah a sollevare la spinosa questione – insieme ad altri 3 prominenti intellettuali ebrei: il filosofo e rabbino Emil Fackenheim, il critico letterario e romanziere George F. Steiner, e il filosfo della storia Richard H. Popkin – scrisse che lo sterminio ebraico doveva essere compreso, nelle sue parole: ‘come il [riassunto dell’] esperienza ebraica, e che [tale] evento era stato irrazionale e unico’, e lo rovendicava come ‘un capitolo glorioso della eterna storia degli ebrei.’ Se ne è andato con lo yiddish, la sua lingua madre, ma conosceva bene l’ebraico, il tedesco, il rumeno, l’ungherese e il francese, che imparò, per ultimo, mentre studiava filosofia, letteratura e...

L’autore ebreo in tour in Germania e il suo interprete / Tradurre è un po' tradire?

Primo Levi, sì, proprio lui, un po’ il tedesco lo sapeva per averlo studiato a scuola; per i chimici il tedesco era, a quel tempo, una lingua d’obbligo. E poi aveva avuto l’occasione di ripassarlo, ad Auschwitz…Quando la Casa Editrice tedesca Fisher Bücherei iniziò la traduzione di Se questo è un uomo nella lingua di Goethe, ma anche di Himmler, Primo venne preso da un complesso di sentimenti e di emozioni che andavano dal sospetto al raccapriccio. Né serviva a placare la sua tempesta emotiva il fatto che il traduttore, tedesco, sì, soldato della Wehrmacht, sì, fosse stato però socialdemocratico finché durò la Repubblica di Weimar e avesse poi disertato dal suo insopportabile esercito per unirsi ai partigiani di Giustizia e Libertà, nelle cui bande aveva per l’appunto imparato l’italiano durante gli stessi mesi in cui Primo Levi “perfezionava” il suo tedesco.Primo ha narrato della sua mancanza di fiducia, dell’analisi faticosa delle pagine tradotte, delle continue correzioni di frasi quando, secondo lui, esse non trasmettevano appieno il senso della condizione concentrazionaria o, peggio che peggio, quello delle responsabilità morali del popolo tedesco, che lui non semplificava...

Predappio / Contro il Museo del fascismo

Introduzione: Predappio o Fossoli? Predappio è un luogo di pellegrinaggio, non solo perché vi sorge la casa natale di Benito Mussolini, ma perché dal 1957 vi si trova la cripta in cui è sepolto il “Duce”. È molto difficile se non impossibile decostruire o neutralizzare uno spazio che ha assunto agli occhi di fascisti, neo-fascisti e nostalgici l’aura di un luogo sacro e pare doveroso chiedersi se un domani vorremmo portare lì, in visita al futuro museo nazionale del fascismo, le scolaresche di tutta italia. A pensarci bene, questa visita, parrebbe quasi una vignetta dalla vita quotidiana del Ventennio – stile Una giornata particolare – eppure è quello che i sostenitori e promotori del museo sembrano immaginare, oppure non hanno realizzato di stare di fatto costruendo. Ammettiamo che la Casa del fascio di Predappio possa divenire un centro studi internazionali sul fascismo, e prescindendo dalla casa natale di Mussolini che periodicamente già apre i suoi battenti: che cosa si farà della tomba di Mussolini, méta di decine di migliaia di pellegrini nostalgici, o anche solo di curiosi, ogni anno? I ragazzi delle scolaresche ci verranno portati in processione o verrà loro...