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Barack Obama

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Ascesa e declino della scrivania

Dopo aver sputato fuori dal finestrino e acceso un sigaro sfregando il fiammifero sulla suola dello stivale, il pistolero Frank (Henry Fonda) si siede dietro alla scrivania di Morton (Gabriele Ferzetti), l’industriale delle ferrovie per il quale ha fatto qualche lavoro, «per togliere i piccoli ostacoli dai binari». È un momento di C'era una volta il West di Sergio Leone  (1968); i due si trovano in un vagone ferroviario lussuosissimo perché è la sede del capo e anche la scrivania è come si deve. Per qualche minuto il pistolero si siede alla scrivania, mentre l’uomo di affari sta in piedi dall’altra parte. «Che cosa si prova a stare seduto lì dietro, Frank? », chiede Morton.     «È come stringere una pistola …», risponde il bandito accarezzando il bordo del mobile. E poi distendendo le mani sul piano in legno: «Solo molto, molto più in grande». La battuta di Frank, come è naturale, si accorda molto più agli anni Sessanta che all’epoca in cui il film è ambientato; la scrivania, infatti, aveva ormai una storia alle spalle tale da giustificare la similitudine con un’arma, per quanto esagerata possa sembrare.     Una cartolina postale degli anni del...

Rivoluzioni Twitter, miti 2.0 per il postconflitto

Si cominciò a parlare diffusamente di rivoluzioni 2.0 e di rivoluzioni Twitter, quando nel 2009 milioni di iraniani scesero per le strade di Teheran per protestare contro i brogli elettorali che scipparono la vittoria a Moussavi. Grido di battaglia di quella rivolta era un tweet dell’esponente politico iraniano, oppositore del presidente Ahmadinejad.     Erano passati pochi mesi dall’insediamento di Barack Obama e pochi giorni dal suo storico discorso al Cairo intitolato “A new beginning” (Un nuovo inizio), con il quale il nuovo presidente auspicava la chiusura della stagione di conflitti aperti dagli attentati dell’11 settembre. Un discorso che era, nel titolo e nelle argomentazioni, una espansione di quello rivolto da Obama al popolo iraniano il 19 marzo 2009 e affidato a una piattaforma 2.0: YouTube.   In quelle settimane di scontri, l’informazione fu assicurata da alcuni coraggiosi ed esperti utenti Twitter che, come Persiankiwi, raccontavano la rivolta e garantivano con i retweet la circolazione di immagini e notizie, riuscendo ad aggirare i blocchi imposti alla Rete dal governo iraniano. Solo cos...

Tempestoso Dylan

Recensire Tempest, l’ultima raccolta di canzoni di Bob Dylan, è come cercare di recensire l’iceberg che ha affondato il Titanic. Da qualunque parte lo si prenda, qualunque cosa se ne dica, il novanta per cento rimane sott’acqua.   L’uscita del disco è stata preceduta da un video del primo brano, “Duquesne Whistle”, che commenta la canzone in puro contrasto. Per le strade di Los Angeles un giovanotto vuole disperatamente farsi notare da una bella ragazza che non se lo fila per nulla, anzi alla prima occasione gli schiaffa in faccia una spruzzata di spray urticante. Lui, che non si scompone, ruba rose per lei da un fioraio finché, inseguito dalla polizia, butta a terra una scala senza badare a un operaio che ci lavorava in cima. L’operaio ha degli amici nerboruti che lo conciano per le feste e lo sbattono malridotto (ma sempre sognante la ragazza) sulla stessa strada da dove la storia è partita.   A quel punto Dylan, che avanza sul marciapiede a capo di una banda di sciamannati decisi a conquistare il mondo (ce n’è anche uno abbigliato come il cantante dei Kiss), arriva in vista del ragazzo, gli passa accanto senza fare una piega (quelli del gruppo lo scavalcano proprio) e...

Il discorso grigio della politica

Sembra un pugile prima di salire sul ring, un atleta che si riscalda, un divo che si carica prima di affrontare le telecamere o il pubblico delirante di un concerto. Movimenti frenetici, parole in libertà, compulsive scariche di adrenalina, gesti che paiono mossi da una misteriosa forza estranea. Fanny & Alexander con Discorso grigio (drammaturgia di Chiara Lagani, regia di Luigi de Angelis, suono The Mad Stork) costruisce quello che sembra il suo spettacolo più politico, continuando in realtà una riflessione sulla retorica del dominio, sulle correnti che muovono l’arte di persuadere più o meno occultamente.   L’attore è lo stesso di Him, lo strepitoso Marco Cavalcoli. La sua faccia qui ti sembra un momento simile a quella di Berlusconi e subito dopo a quella di Matteo Renzi, mentre la sua voce passa dai timbri profondi di Obama all’inflessione caratteristica dell’ex presidente del consiglio, dallo svagato metaforeggiare di Bersani all’esse soffiata del sindaco di Firenze, dalla zeppola rivoluzionaria dell’eloquio tardo-togliattiano e emozionale di Vendola al grigiore di Monti agli eccessi di...

Empatia

Nel 2006, parlando agli studenti della Northwestern University a Chicago, Barack Obama stigmatizza l’esistenza di un “empathy deficit”. Il riferimento all’empatia come fatto positivo è assai frequente nei discorsi del presidente americano, mentre sembra quasi assente nel frasario del suo predecessore, George W. Bush. Tre anni dopo il primatologo Frans de Waal pubblica un libro L’età dell’empatia, e nel medesimo anno esce il libro dell’economista e futurologo Jeremy Rifkin, La civiltà dell’empatia. Da quel momento in poi il tema si diffonde a macchia d’olio e diventa sempre più consueto parlare della capacità di immedesimarsi in un’altra persona fino al punto di coglierne i pensieri e gli stati d’animo. Ma cosa significa esattamente “empatia”? Perché e come è possibile “mettersi nei panni degli altri”?   Uno studioso di estetica, Andrea Pinotti, spiega in un ampio studio apparso da poco (Empatia. Storia di un’idea da Platone al postumano, Laterza), che il termine viene dal greco empatheia, composto da en, in, e pathos, affetto;...

Pregiudizi o conoscenza, per risanare l’Italia?

Leggo in questi giorni: “l’evasione fiscale in Italia raggiunge il 18% del Pil e colloca il nostro Paese al secondo posto nella graduatoria internazionale dopo la Grecia. Ad affermarlo è il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, durante un’audizione in commissione finanze del Senato”. Il dato si aggiunge ai tanti del bloc-notes che immagino riempito d’appunti da chi in questi giorni tenta una strategia economica per risollevare le sorti del Paese. In clima di riassesto, mentre i leader internazionali si dicono rassicurati dal nuovo governo italiano, la fiducia fa proseliti tra istituzioni e cittadini: Istituto sondaggi Piepoli, “un italiano su due si fida di Monti”; Vaticano, “una bella squadra”; Merkel, “l’Europa ha bisogno di Monti”; Berlusconi, “siamo in buone mani” (sic!, perché prima no?), salvo poi a ripensarci per tornare ai soliti temi d’interesse generale: “quella delle intercettazioni è una vergogna”.   Ma nel paese delle scenate in piazza (così almeno lo vedeva E. M. Foster nelle pagine del suo A Room with a View...

Facebook e i Signori Grigi

Avete presente Momo, il romanzo per ragazzi scritto da Michael Ende? C’è una ragazzina con il dono di ascoltare le persone che vive in una piccola città senza nome. All’improvviso questa città viene invasa dagli infidi Signori Grigi – uomini senza identità, tutti vestiti di grigio, con sigaro in bocca e bombetta in testa; i quali conti alla mano convincono gli abitanti che stanno sprecando il loro tempo a chiacchierare, a passeggiare, a occuparsi degli altri; e dopo averli persuasi gli fanno un’offerta che nessuno rifiuta: smettere di oziare, e mettere questo tempo risparmiato in una fantomatica Banca del Tempo. In realtà i Signori Grigi sono dei truffatori, vivono letteralmente del tempo degli altri, glielo rubano, se ne nutrono parassitariamente. Quei sigari che fumano sono degli orafiori: ossia la concretizzazione del tempo che gli abitanti turlupinati pensavano di risparmiare – e difatti se uno gli toglie il sigaro dalle labbra i Signori Grigi spirano, si spengono, diventano fumo.   La storia di Momo, datata 1973, è una storia per i nostri tempi: la rappresentazione perfetta del meccanismo...

Un possibile grande paese

Un grande paese: si presenta così il nuovo libro di Luca Sofri (Rizzoli, pp. 250, € 10), con un titolo netto e positivo. Persino risibile, come egli stesso sottolinea spesso nel libro, perché è un auspicio, più che un dato di fatto. Un augurio.   Dentro, fra le tante cose, fra Obama, Michael Jackson, Baricco, fra la moglie (le cui frequenti citazioni, è bello dirlo, sottendono una amorosa gratitudine), fra amici, esperienze e digressioni sul presente, ci sono due idee di fondo: la collettività e il cambiamento. Ma queste due parole sono troppo piccole per dire tutto.   La prima è il tentativo di dare un nuovo nome, una nuova forma, a quello che troppo spesso chiamiamo semplicemente patria. E che invece contiene qualcosa in più che è l’io. Il passaggio, non detto ma evidente, sta nel fatto che la nuova identità collettiva contemporanea non passa per l’idea di nazione (vacua e incomprensibile) ma per una più lucida forma di empatia fra se stessi e i propri compagni di viaggio. Non passa per l’idea astratta di un’identità totemica (la patria) ma...