Wong Kar Wai. The Grandmaster

20 Settembre 2013

Ci sono film che vengono da lontano, che hanno il passo cadenzato dei classici, che ai classici guardano e il classico incarnano. The Grandmaster è uno di quelli, a lungo pensato e sognato da Wong Kar Wai, realizzato in un arco di tempo molto ampio, montato e rimontato in mille versioni (ne esisterebbe anche una di quattro ore che nessuno comunque vedrà mai, mentre la copia distribuita nei cinema da ieri è dieci minuti più corta di quella vista lo scorso febbraio alla Berlinale), atteso e agognato da festival e spettatori cinefili di tutto il mondo.

 

 


E per cosa, poi? Per un film di arti marziali, un wuxiapian, la biografia di un maestro di kung fu, Yip Man, che avrebbe avuto tra i suoi allievi anche Bruce Lee… Ammettiamolo, qui in occidente non ci si strappa i capelli per il cinema di arti marziali, a meno di essere appassionati del genere o del cinema asiatico in generale. Per di più, su un piano prettamente cinefilo, lo stesso Wong aveva già affrontato il genere wuxiapian in uno dei suoi capolavori degli anni ’90, l’incredibile film-ufo (cioè uguale a poco altro visto prima e dopo) Ashes of Time (1994).

 

Ma The Grandmaster è un film che possiede la maestosità del grande cinema, poderoso e insieme esplicito come solo la classicità sa essere – e per questo, pur parlando di filosofia delle arti marziali  (ammetto che il problema potrebbe essere solo mio, e non di tutti gli altri spettatori che spero vedranno il film) e mostrando combattimenti complessi e calibrati –, incarna l’idea perduta di una spettacolarità (di una popolarità) riconoscibile e non svilita.

 

Rispetto al precedente Un bacio romantico, in cui Wong incrociava il suo stile formalista con l’inflazionato immaginario americano, a rischio di una pericolosa deriva estetizzante, questa volta il regista di Hong Kong sa perfettamente quel che fa, ha in mente di sporcarsi le mani con la sintesi narrativa del cinema commerciale e al tempo stesso di ribadire la complessità di un cinema, il suo, che da sempre, in primis con In the Mood for Love, insegue il tempo della Storia con i battiti delle emozioni individuali. Un doppio movimento, rapidissimo e infinitesimale, che rende inimitabile il suo film, il suo cinema.

 

 

The Grandmaster è spettacolare e a tratti straziante, magniloquente nello stile ed ellittico nella narrazione, incantato a guardare la caduta di una goccia di pioggia o lo strappo di una veste, ma col fiato corto, di corsa, sempre in ritardo, mentre prova a inseguire il XX secolo e le sue tragedie. Un film che filma il tempo infinitesimale e si lascia sfuggire – perché è impossibile afferrarlo – il tempo dei cambiamenti e delle rivoluzioni.

 

Ovviamente, per gli appassionati così come per i detrattori dello stile di Wong, si è di fronte all’ennesimo sfoggio di tecnica e precisione coreografica: ci sono primissimi piani e  particolari in step frame, ci sono le giravolte dei lottatori e le armi che fendono l'aria, le nuvole di fumo in controluce e le gocce d’acqua che cadono come macigni, i colori saturi, pienissimi di una fotografia giocati su tonalità nerastre e i movimenti di macchina morbidi e avvolgenti.

 

Wong, però, non perde mai il controllo, accetta l’emozione, il sentimento, il mélo, ma solo se generato da una razionalità estrema; a partire dalla frase di apertura, – quella che il maestro Ip Man usa come base del suo lavoro, e cioè che il kung fu è fatto di due sole parole, orizzontale e verticale, se vai giù perdi, se stai in piedi vinci –, Wong concepisce il suo lavoro sul corpo del cinema classico come un equilibrio sofferto di corpo e anima, spiritualità e fisicità, narrazione ed emozione.

 

A livello narrativo The Grandmaster è racchiuso in una fervida serie di opposizioni. La vicenda del film inizia negli anni ’30 e arriva fino ai ’60, passando per la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la povertà, il dopoguerra, la modernità. Nella rincorsa degli individui al loro tempo è rappresentando il conflitto chiave dell’umanità, il contrasto cioè tra il tumulto della Storia, che a partire dal concetto di caos impone una successione di eventi immutabile, dunque ordinata, all’ordine ideale degli uomini, al loro tentativo di trovare delle direttrici nella storia privata e in quella collettiva.

 

 

Gli uomini e le donne di The Grandmaster, con le loro diverse scuole di kung fu a indicare origini geografiche e familiari,  tradizioni e prospettive di vita, sono abilissimi in un’arte complessa, virtuosa, ma al tempo stesso, dopo millenni di tradizione, sono condannati a un ruolo marginale nella Storia. Tutto avviene al di sopra delle loro teste; nonostante la saggezza e l’abilità, lo stesso kung fu è un’inezia: con la sua pratica in realtà molto fisica e poco spirituale (in fondo è una questione di mosse, colpi, velocità) nulla può contro la violenza che sconvolge gli uomini.

 

La Storia c'è in The Grandmaster, influisce sulle vite dei personaggi, ma non le prevarica. Al tempo stesso, il racconto non si fa modello di nulla, non arriva mai a essere simbolico o universale, e proprio per questo trova una bellezza intima e melodrammatica, paradossalmente (vista l’elaboratissima ricerca visiva del film) minimale e trattenuta.

 

Tant’è che l’ultima parte, quando le sconfitte personali si palesano e il sistema di pensiero dell’arte marziale viene ricondotto a un mondo al tramonto, il film, commosso dal destino dei suoi personaggi, diventa commovente a sua volta, con la citazione del Tema di Deborah di Morricone da C'era una volta in America che non ha nemmeno bisogno di essere commentato, ma solo ascoltato e pianto, per fare di The Grandmaster un’elegia straziante per l’anima dei suoi eroi e dunque del cinema stesso.

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