Categorie

Elenco articoli con tag:

Concorde

(2 risultati)

Ange Leccia / Girls, Ghost and War

Due aerei si fronteggiano sulla pista di atterraggio. Due navi enormi, come due cetacei metallici, stanno ormeggiate l’una di fianco all’altra. Due auto stanno una dinnanzi all’altra, con i paraurti che si sfiorano, i fanali accesi e la luce che si fonde nello spazio vuoto. Sembra una scintilla, qualcosa in procinto di svelare un segreto. Anche se la luce non illumina nulla, solo altra luce. Non c’è modo di capire sino in fondo cosa vogliono dirci le immagini di Ange Leccia. Tutto è fermo. Non accade nulla. Forse è per questo ci appaiono misteriose. Cosa significa duplicare? Di che tipo di doppio si tratta? In queste fotografie non ci sono riflessi, scissioni, rifrazioni, ma semplicemente due oggetti uguali e ugualmente reali, chiusi e ostinati nel loro “essere due”.   Ange Leccia, Volvo, Arrangement, 1986. Eppure si è perfettamente consapevoli che la metafora del doppio, che qui viene evocata, non può che essere considerata come un impulso elementare dello spirito umano. Non ci si sente, non ci si ode, non ci si vede, se non come l’altro, cioè come proiezione e alterità. Ma se la fotografia attesta che l’altro è identico ed esiste nello stesso istante, cosa ha voluto...

La dame aux damiers / Andrée Putman. L’eleganza del design

Ho conosciuto Andrée Putman alla fine degli Anni Ottanta, a Parigi, dove mi trovo anche mentre scrivo queste righe. Ed è proprio questa città ad avermela richiamata alla mente. Parigi le somiglia, ancien régime in alcune zone, nouvelle vague in altre; opulenta e sfarzosa in certe, austera e minimal altrove, un’equilibrata mescolanza di modernità e di memoria, esattamente come lei. Andrée Putman era brusca e autoritaria ma raffinatissima, non bella ma piena di charme e con una personalità travolgente, dominata dai contrasti tra le linee dure del suo volto (quasi incarnazione di una scultura di Picasso o, come si è autoironicamente proposta lei stessa in una foto, rivisitazione del ritratto della giornalista Sylvia von Harden di Otto Dix) e la sublime ricercatezza delle forme che sapeva creare e delle quali amava circondarsi.   Avevo allora accompagnato mio padre a un appuntamento da lei presso Ecart, la sua ditta di design, al fine di mettere a punto certi rapporti di collaborazione tra loro. A quel tempo mio padre aveva già acquisito anche a Parigi la fama di ottimo ebanista, soprattutto dopo i lavori in legno da lui eseguiti per il Musée d'Orsay su disegno di Gae Aulenti e...