Categorie

Elenco articoli con tag:

Donald Trump

(70 risultati)

Salmon Calling / Clash, dopo lo storytelling

Tre figure in velocità. Velocità, ma non solo velocità. Accelerazione, sincronia, sospensione, differimento, immediatezza, instabilità, collisione... È difficile che un discorso sulla comunicazione politica contemporanea non implichi riferimenti a quell'orizzonte che dopo Paul Virilio possiamo chiamare "dromologico". L'Ère du Clash di Christian Salmon individua almeno tre figure perfettamente dromologiche, prima di giungere a quella che dà titolo al libro (la traduzione italiana di Luca Falaschi per Laterza però si intitola Fake. Come la politica mondiale ha divorato sé stessa). La prima figura è l'accelerazione, quindi l'incremento della velocità di spostamento. Se la velocità è il valore che considera spostamenti e intervalli di tempo in funzione reciproca, nell'accelerazione è la velocità stessa che si sposta. È perfettamente di senso comune, e quindi banale, osservare quanto siano accelerate le dinamiche della vita contemporanea. Accelerano i cambiamenti, accelera la vita stessa, nello stesso intervallo di tempo riusciamo a comprimere molte più attività, per esempio comunicative. Non altrettanto comune è però la coscienza dell'entità di tale accelerazione.    Eric...

Unione / Come si dice in ebraico “Che fare”?

Quest’anno sono rimasto in città tutto agosto per leggere, lavorare e far compagnia al gatto. Tutto mi immaginavo, ma non che sarebbe stato l’agosto più divertente della mia vita. Di crisi politiche ne ho viste ormai tantine, ma questa, con la trasformazione di “Giuseppe Conte” da trovatello politico a dominatore incontrastato, più gli sbandamenti, i deliqui, i colpi di scena, era proprio un film di Frank Capra che, alla fine, i buoni e gli oppressi vincono e i malvagi sono sbeffeggiati. Sei ore al giorno di TV per 39 giorni invece di un cinemino di periferia degli anni Cinquanta. Non è certo, questa la realtà dell’agosto di fuoco 2019, ma il frutto della mia immaginazione che conserva, riposto in qualche neurone, tutto in bianco e nero, Mr. Smith va a Washington. Quando lo vedrete, capirete, sennò potrò spiegarvelo io. Come ebreo, ma anche come cittadino italiano, provo repulsione quando un tipaccio come Salvini (il famoso ex Ministro dell’Interno, per ora), sbaciucchia per ostentazione il suo rosario. Leggo con sollievo e di frequente che l’Unione delle Comunità Ebraiche italiane (UCEI) si appella alla laicità dello Stato alla quale anch’io tengo moltissimo per motivi spirituali...

Lessico guerresco / La politica militare di Trump

Missili senza nome piombano sul deposito di munizioni della base K1di Kirkuk in Iraq, uccidendo un contractor americano e ferendo svariati soldati. A questi attacchi l’intelligence americana attribuisce un mittente e sceglie di bombardare alcune strutture, in Siria e in Iraq, riconducibili al gruppo paramilitare di Kata'ib Hezbollah. A questo punto, violente manifestazioni scoppiano presso la sede dell’ambasciata statunitense a Bagdad, ad opera di una folla inferocita ancora una volta senza nome. A questi disordini l’America risponde con un omicidio mirato, quello del generale iraniano Qasem Soleimani, a capo della Niru-ye Qods, l'unità delle Guardie della Rivoluzione responsabile per la diffusione dell'ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica. Non sfugga il doppio movimento: a un attacco senza rivendicazioni ufficiali, inserito nell’epica della sollevazione popolare e anonima contro l’infedele invasore, si risponde con l’individuazione di un responsabile, l’organizzazione Kata'ib Hezbollah che viene immediatamente chiamata in causa con una ritorsione. Di nuovo si ripete lo schema: il popolo senza nome si solleva contro l’ambasciata di Bagdad, la risposta arriva con l...

Uno strumento per pensare / Moneta. Dai buoi di Omero ai bitcoin

Ci voleva un libro così, perché le baggianate che si dicono sulla moneta sono talmente tante (e grosse) che rischiano veramente di farci andare a sbattere contro un muro. Tutti noi abbiamo sentito, magari più volte, almeno uno di questi slogan: torniamo all’oro, aboliamo le banche centrali, moneta del popolo, sovranismo monetario, dittatura dei banchieri. Forse ne ho dimenticato qualcuno.   Il libro che ci invita a ragionare su questi temi partendo da basi solide, e che vado a commentare, si intitola Moneta. Dai buoi di Omero ai Bitcoin. È edito dal Mulino ed è stato scritto da Riccardo De Bonis e Maria Iride Vangelisti. Questi due di moneta se ne intendono. Lavorano entrambi alla banca centrale, che poi sarebbe la Banca d’Italia, quella che stampa le banconote. Ah! Orrore! Sento le grida. Ma come, un libro scritto dai colpevoli, dai ladri della moneta popolare! Certo, certissimo, un libro sulla moneta scritto da chi ci lavora. Come dire: un libro sul morbillo scritto da medici, o un libro sugli ascensori scritto da ingegneri. Che sacrilegio!    Il primo strumento che gli autori ci mettono in mano, strumento che permette al lettore di impostare un ragionamento in...

La scrittura, atto di speranza / Margaret Atwood, I testamenti

Il romanzo più celebre di Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, pubblicato nell’85, finiva con la protagonista, Difred, prelevata da un furgone nero, al cui interno c’erano degli uomini; il custode con cui Difred aveva una relazione, Nick, le sussurrava di non temere e di seguirli. Il finale, tuttavia, rimaneva volutamente ambiguo; non sappiamo e non sapremo mai se ciò che aspettava Difred fosse la salvezza o una condanna a morte. Ho provato in questi giorni a immaginare l’effetto che può aver fatto il racconto distopico dell’85 ai lettori del tempo. Era prima della caduta del muro, prima di Trump, prima dell’offensiva mondiale delle destre; diventò presto un classico, anche se non frequentatissimo. Nel ‘98, quando me lo regalarono, era fuori commercio; ha riacquistato una nuova vita paradossalmente grazie a Trump e soprattutto alla brillante serie televisiva che ha consegnato al nostro immaginario la rappresentazione definitiva delle Ancelle prigioniere di un sistema che, in una società di donne sterili, le ha destinate alla procreazione di figli che non cresceranno mai.   Trentacinque anni dopo, Atwood ha pubblicato quello che è stato certamente il libro più atteso...

Simboli / Greta Thunberg non è una ragazzina

È difficile restare indifferenti di fronte a Greta Thunberg, l’attivista climatica svedese che da qualche tempo è salita agli onori della cronaca per il notevole successo, anche mediatico, incontrato dai suoi appelli per un risveglio della coscienza ecologica globale.  Greta è una donna, giovane, che si è esposta nel dibattito pubblico fin dall’inizio senza filtri particolari, e soprattutto sfuggendo a ogni stereotipo di sessualizzazione della propria immagine.  Il volto, la figura tutta, di Greta attirano per questo, fin dal principio, sentimenti di identificazione o di repulsione, ma più raramente i commenti sessisti e gli shitstorming dal disgustoso sfondo sessuale riservati ad altre donne influenti o particolarmente presenti dal punto di vista mediatico. Da parte dei suoi detrattori il primo livello di delegittimazione delle sue argomentazioni e prese di posizione si gioca su questo livello primario e basale, quello della sua immagine e della narrazione che essa veicola.    Come ha sostenuto, infatti, il filosofo e mediologo Stefano Di Pietro nel suo Comunicazione di massa e scienze della mente (2016) anche con riferimento a Trump e Berlusconi, è dall’...

ll senso del ridicolo / Belli, Romaccia eterna e la buffa vanità del potere

Belli famigliare: endecasillabi d'ordinaria quotidianità   È un privilegio e insieme una dannazione nascere romano, per troppi motivi che qui sotto forse alla fine si capiranno, ma certo è “un gran gusto”, per dirla con il Poeta, crescere ed essere educato belliano. Ancora una volta mi dispiace esordire in modo così scopertamente autobiografico, ma a casa mia, dai nonni in giù, s'infilava Giuseppe Gioachino Belli in qualunque discorso o situazione, nel vivo dei sentimenti e dei passaggi dell'esistenza: nascite, morti, matrimoni, figli, animali domestici, studi, successi e incidenti professionali, malattie e altre umane fragilità, politica, allegria, noia, ansia e tristezza, sghignazzi e tragedie, queste ultime due cose procedendo perfettamente insieme nell'alta poesia di questo vulcano. Per cui non sarà stato tanto pedagogico, o forse sì, ma tra i primi sonetti mandati a memoria, in tenera età, c'è questo, piuttosto spaventoso e senza speranza, che s'intitola “La vita dell'Omo”, e che si riporta come tutti gli altri con la data di composizione e le note dell'autore:     Nove mesi a la puzza: poi in fassciola (1) tra sbasciucchi, (2) lattime e llagrimoni: poi p’er...

Condizioni di minorità / Migrazione e schiavismo

Il linguaggio denso di disprezzo e di normalizzazione del disprezzo per i migranti a cui ci hanno abituato Salvini, Putin e Trump, accompagna la reintroduzione della schiavitù. Gli africani sono presentati innanzitutto come poveracci, abusivi, gente che violenta e ruba. Questa diffidenza non è episodica o superficiale, ma sistemica, serve appunto a rendere inaccessibili i diritti di cui gode la parte più ricca del mondo. Nel diciottesimo secolo, mente l’Europa elaborava idee di stato e democrazia ancora alla base delle nostre istituzioni, la ricchezza di Inghilterra e Francia, all’avanguardia in tante sfere giuridiche e scientifiche, era in larga misura costruita sul commercio degli schiavi (una famiglia su cinque secondo Taroor era direttamente coinvolta nel trafficarli); anche per noi oggi la ricchezza è legata all’accettare che questi gruppi umani, senza diritti civili o sindacali, trafficati e ricattati dalla precarietà dei loro arrivi in Europa, sopravvissuti a naufragi e accatastati in centri di accoglienza e smistamento, siano semplicemente migranti.   La realtà, come Salvini e la Lega, così vicini agli interessi commerciali del Nord Est sanno bene, è che l’unica...

Potere / Leader giullari impostori

Boris Johnson, Emmanuel Macron, Vladimir Putin, Donald Trump, Xi Jin Ping: sono questi i cinque leader che siedono nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, il destino del mondo è nelle loro mani. Su scala minore, le sorti del nostro paese le abbiamo affidate per 14 mesi a Giuseppe Conte (il garante del Contratto), a Gigino Di Maio (la decrescita infelice) e al Capitano Selfini (il nostalgico reazionario). L'opposizione la guidava  l'evanescente Nicola Zingaretti, con i leader harakiri dell'estrema sinistra e la borgatara Meloni. Inquietanti autocrati (o aspiranti tali). Personaggi folcloristici o inconsistenti. Stelle che tramontano prima di sorgere, salvo venir resuscitate miracolosamente dall'inconsistenza di chi bacia la Madonna. Almeno dal punto di vista politico, nel 2019 abbiamo un problema. Una leadership efficace dovrebbe avere quattro qualità: condurre verso una meta, raccogliere followers, esercitare il potere e gestire efficacemente. Oggi nelle democrazie occidentali l'obiettivo, quando non è confuso, è il ritorno a presunte glorie passate (“Make America Great Again” oppure “Riapriamo le case chiuse”, “Riapriamo i manicomi”, “Ritorniamo al servizio di leva obbligatorio...

Heartbeat bills / Aborto. Sulla pelle delle donne

La marcia dei pro-life verso la Corte suprema è ormai entrata nel vivo. Stato dopo stato –– mentre scrivo siamo a nove – negli Stati Uniti il diritto all'aborto si restringe fino a sfiorare il bando. Se si considera che in America una donna su tre abortirà prima di compiere 45 anni, l'impatto delle nuove regole si mostra per quel che è – un tentativo devastante di riprendere controllo del corpo delle donne e fermare il corso della Storia.  L'anno cruciale di questa riscossa è il 2019. Negli ultimi mesi Georgia, Kentucky, Missouri, Mississipi, Ohio e Louisiana hanno approvato le cosiddette heartbeat bills che proibiscono l'aborto dopo sei-otto settimane, quando i medici iniziano a individuare il battito fetale. Un periodo che, sostengono i pro-choice, equivale a un divieto perché in questa fase molte donne non sanno ancora di essere incinta. L'Alabama ha vietato di interrompere la gravidanza anche in caso di incesto o stupro, a meno che la salute della madre non sia gravemente a rischio. Utah e Arkansas hanno limitato la procedura alla metà del secondo trimestre. E la lista minaccia di allungarsi perché altri stati sono al lavoro. Le nuove leggi, dicono gli esperti, hanno...

Cupio dissolvi / Trump a Londra

I 350 milioni di sterline che Boris Johnson aveva promesso di riportare ogni settimana nelle casse del NHS (National Health Service, cioè l’assistenza sanitaria britannica) se gli inglesi avessero accettato di uscire dall’Europa, hanno provocato una denuncia da cui l’ex sindaco di Londra dovrà difendersi in tribunale. Naturalmente era una falsità, come tante ne circolano in politica, ma l’accusa è che per sostenere questa falsità Johnson abbia manipolato dei dati, abbia insomma mentito sapendo bene di mentire.   Il sistema sanitario è davvero il nodo. L’ambasciatore Woody Johnson è stato chiaro nel preparare la visita di Donald Trump: nessun business deve essere considerato intoccabile. Gli Usa vogliono che si apra anche la NHS. Le destre europee sono state più prudenti nei loro toni antieuropei ma è chiaro, vedendo quello che sta accadendo in Inghilterra, quale è il rischio che si corre. Non solo, come accade a Westminster, un’implosione politica che ha praticamente paralizzato il lavoro legislativo del parlamento, bloccando ormai da tre anni la Gran Bretagna in un infinito navel gazing, cioè guardarsi l’ombelico; conseguenze tristi, la frammentazione dei due partiti...

I nuovi populismi secondo Marco Revelli / La democrazia e l’ospite inquietante

In un servizio della Bbc, trasmesso il giorno dopo il referendum sulla Brexit, un operaio attempato col caschetto giallo e il giubbotto fosforescente, che lavora in un cantiere nel centro di Londra, si trova ai piedi di un possente grattacielo in vetro e in acciaio. Di fronte al telecronista, punta l’indice in alto e al suo microfono dichiara lapidariamente: “Quelli lassù hanno votato remain, noi quaggiù leave”. Quelli lassù sono i lavoratori dinamici e cosmopoliti, integrati nei circuiti globali della finanza, della comunicazione, del commercio internazionale; quelli quaggiù sono gli operai edili e i lavoratori saltuari, che la sera rientrano nelle abitazioni della periferia della città. Quest’immagine, tratta dall’ultimo libro di Marco Revelli (La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite, edito da Einaudi), non solo esemplifica icasticamente la frattura sociale che spiega l’esito sorprendente e ancora tormentosamente difficile da gestire di quel referendum, ma è anche l’ologramma dell’onda populista che, da anni, ha investito l’Europa e contagiato il mondo,  fino a culminare proprio nel risultato referendario inglese e, a un...

Giovanni Ziccardi / Tecnologie per il potere

Oggi l'autore Giovanni Ziccardi dialoga con Giulio Giorello, alle ore 14.00, Sala George Eliot (Bookpride, Milano).   In apparenza il saggio di Giovanni Ziccardi Tecnologie per il potere (Cortina, Milano, 2019, 16 €) è un manuale che insegna – ce lo dice il sottotitolo – “Come usare i social network in politica”. Dalle vittorie di Obama e Trump negli USA, dall'esito a sorpresa del voto su Brexit, dalla resistibile ascesa del Movimento 5 Stelle e dalla “Bestia” che inonda i social con i “Selfini”, abbiamo imparato che senza un'efficace e costosa task force in grado di gestire la comunicazione con tattiche di “propaganda paramilitare” (p. 206) un leader politico verrebbe immediatamente spolpato dalla campagna elettorale permanente che caratterizza la fast politics nella quale ci dibattiamo. Le cose che un politico deve sapere per reggere la competizione sono davvero tante e spesso costose. In primo luogo è necessario sapere che la rete cambia molto velocemente. Ziccardi individua tre fasi. La prima è “connessa all'idea romantica (…) che i computer potessero – e dovessero – servire per migliorare la vita dell'essere umano, soprattutto in rapporto alla società nella quale l'...

Muri / Il confine tra Estia ed Ermes

Molti hanno messo in relazione la caduta del muro di Berlino 30 anni fa con la costruzione del muro che il presidente Trump vuole costruire tra Messico e Stati Uniti oggi. È come se in questo lasso di tempo il senso generale della storia si fosse capovolto. Da qualche anno a questa parte, in effetti, dilagano in Occidente partiti e movimenti detti, a seconda dei casi, nazionalisti, sovranisti, identitari… Mentre sembrava fino a pochi anni fa che il vento della storia andasse nel senso opposto, verso un superamento dei confini non solo politici, ma anche economici, sessuali, culturali, ecc. Negli ultimi decenni in effetti l’Occidente (e altri paesi all’Occidente assimilabili) sembra lacerato non dall’opposizione destra versus sinistra, quanto piuttosto da un’opposizione che chiamerei società aperta versus società identitaria, in qualche modo chiusa. Il principio della società aperta fu teorizzato da Karl Popper, ma di fatto accomuna la destra neo-liberista al cosmopolitismo socialista e liberal, che appaiono due rami dello stesso albero. Entrambe le correnti abbracciano una concezione sconfinata della società e del mondo.    Per il neo-liberalismo (incarnatosi in quello...

Senso e direzioni / La storia e gli incubi

Talvolta, di fronte alla marea populista di destra che si sta alzando in tutto l’Occidente, mi consolo filosoficamente: “Tutte questa reazioni sovraniste, nazionaliste, identitarie, non possono durare perché sono anti-storiche”. In inglese si dice backlash: sferzata all’indietro. Ma le sferzate durano poco, il fiume della Storia sembra andare in tutt’altra direzione. Tutto il nostro pianeta sembra dirigersi, da tempo, verso quella che Popper chiamò società aperta, verso una società di scambio universale, che chiamerei anche società fluida. Il contrario del sovranismo identitario. Il trionfo di questo modello si incarnò plasticamente nel crollo del muro di Berlino nel 1989. Il muro che Trump vuol costruire alla frontiera del Messico suona del tutto ridicolo in un mondo in cui i capitali si spostano istantaneamente da un capo all’altro del mondo, senza frontiere e barriere di sorta. Ci si lamenta che molti giovani italiani vadano a cercare fortuna all’estero, ma si tratta anche qui di un miope provincialismo: andare a vivere all’estero, sia all’interno dell’UE che fuori, è segno del fatto che la nuova generazione non concepisce più barriere nazionali. La generazione Erasmus, come la...

Vice di Adam McKay / Il vero corpo del potere

Poco più di un anno fa, quando Steve Bannon era ancora Chief Strategist dell’Amministrazione Trump alla Casa Bianca, iniziarono a circolare una serie di articoli su diversi organi di stampa americani che notarono un particolare apparentemente inspiegabile della sua tenuta d’abbigliamento. Quando Bannon andava in giro per interviste giornalistiche, comizi o incontri di vario tipo – cioè per tutte quelle occasioni che non richiedevano un abbigliamento formale – era solito sempre indossare due camicie, una sopra l’altra. Basta fare una rapida ricerca di immagini su Google per notare che Bannon mostra sempre questo stranissimo particolare del suo vestiario. In molti iniziarono a chiedersi il perché di questa scelta d’abbigliamento: perché l’ideologo nazionalista dell’amministrazione Trump si veste sempre e sistematicamente in questo modo così strano? È una pura idiosincrasia personale o forse sta cercando di dirci qualcosa? Persino Joshua Green, il giornalista che ha dedicato un intero libro ai rapporti tra Steve Bannon e Donald Trump ha dichiarato di non essere mai riuscito a capirlo: “non ne ho idea. È lo stile di abbigliamento più strano che abbia mai incontrato.” In molti però...

Carnet geoanarchico | 8 / Scozia ribelle

Ultimamente mi tornano in mente due mappe. Per mera coincidenza le ho viste lo stesso giorno. La prima rappresentava la Gran Bretagna, ma era difficile riconoscerla perché appariva come un arcipelago formato da una ventina di isole. Si trattava di un’elaborazione di ESRI, un software cartografico in cui tu inserisci dei valori numerici e statistici e lui ti produce una mappa con invenzioni spaziali a volte curiose. In questo caso i dati riguardavano la Brexit e la mappa finale (intitolata Remain Land) illustrava come sarebbe la Gran Bretagna dopo un ipotetico diluvio, dove le uniche terre emerse sarebbero quelle che hanno votato no al referendum. La mappa, oltre a procurarmi un piacevole straniamento, si prestava a un commento politico, soprattutto dopo che la Banca d’Inghilterra ha detto di temere una crisi economica paragonabile a quella del ’45: il Regno Unito, insomma, sta affondando come Atlantide. Ma ESRI, forse per par condicio, ha elaborato anche la mappa della Leave Land, in cui le terre del sì somigliano a un’isola sbocconcellata da laghi e fiordi, ma ancora compatta, by God, e vagamente somigliante all’Isola del Tesoro di Stevenson.      L’altra mappa,...

Dereck Black e Dylann Roof / Odio bianco

La strage alla sinagoga di Pittsburgh, il 27 ottobre, ha spazzato via anche l’ultima illusione. Undici morti, sei feriti. È stato l’attacco antisemita più grave nella storia degli Stati Uniti, uno dei successi più clamorosi del suprematismo bianco. Eppure, mentre le settimane scorrono, cresce l’amaro del dejà vu. Questo è un film già visto troppe volte. Gli attori cambiano ma non il finale e tanto meno il regista. È già successo, succederà di nuovo. I segnali d’allarme sono sotto gli occhi di tutti. Lo stesso micidiale impasto d’odio tiene insieme il massacro di Pittsburgh; le violenze neonaziste a Charlottesville, dove un anno fa ha perso la vita la ventiquattrenne Heather Heyer; l’attacco alla chiesa di Charleston dove nel 2015 Dylann Roof ha trucidato nove afroamericani; la furia crescente contro immigrati, ispanici, musulmani, donne, Lgbt, intellettuali e correttezza politica. Il mandante rimanda al vasto arcipelago del suprematismo bianco che, smessi i cappucci del Ku Klux Klan, gioca ormai un ruolo di primo piano sulla scena politica sotto l’etichetta più neutra di “white nationalism...

Malvagità / Popolo, dato che non esisti, ti odio!

Da quando molti di noi – incluso chi scrive – si lamentano delle vittorie elettorali di personaggi e partiti deplorevoli, spuntano da ogni parte, anche da sinistra, persone che ci bacchettano le dita: “Non accettate i verdetti elettorali democratici! Gridate al fascismo incombente, ma il popolo ha votato per questi ‘fascisti’. Inoltre, mostrate disprezzo per gli elettori di Brexit, Trump, Salvini, Erdogan, Bolsonaro… ma si tratta degli elettori delle fasce sociali più deboli. Voi dei quartieri alti votate per la sinistra perbene, la gente delle periferie e dei piccoli centri vota per la destra populista, e la biasimate per questo”.  Queste reazioni rivelano una visione perversa della democrazia. Sono democratico perché accetto i risultati del voto, anche se mi appaiono nefasti, ma la democrazia non mi obbliga a essere contento per ogni governo eletto! Non è che, siccome la maggioranza ha deciso in un certo modo, questo significa che ipso facto sia la scelta migliore. Le maggioranze non sono come il papa quando parla ex cathedra, ovvero infallibili. Depreco che nel 1923 in Italia e nel 1933 in Germania le maggioranze degli elettori abbiano portato al potere Mussolini e Hitler...

Il nuovismo come ideologia, il presentismo come prassi / Il tempo del populismo

Azzardi e vie di fuga   In un recente intervento su La Repubblica Walter Veltroni ha richiamato la categoria del “presentismo” come decisiva nella comprensione dell’attuale rapporto fra politica e populismo. Veltroni rilancia così una categoria chiave di approfondite analisi politologiche come quelle di Diamanti e Lazar nel libro Popolocrazia (Laterza, 2018). Tuttavia, tanto nella presa di posizione politica quanto nell’analisi politologica, c’è un limite che va colto e approfondito perché rischia di generare confusione: si dice infatti che il populismo è presentista pur sapendo che esso è contro il presente. La cosa è evidente, tanto più nel momento di emersione del populismo, quando esso si oppone al “vecchio” come ciò che domina l’esistente. Ed è trasversale, dato che questo spirito è ciò che ha alimentato tanto i successi di Trump, della Lega, dell’UKIP o del Front National, quanto quelli del Movimento 5 Stelle o del renzismo fra rottamazione e Partito della Nazione, e ancora quelli di Podemos, Syriza o di Lopez Obrador in Messico. Non è dunque il presentismo il tempo fondamentale della politica odierna benché, come vedremo, ne sia un ingrediente decisivo.   La...

Sfida o no? / Salvini, o della provocazione

In una comunicazione malata di attenzione a vincere è la provocazione. Il campione mondiale di questa strategia, ne abbiamo avuto diverse prove, è ovviamente il presidente americano Donald Trump, capace, con i suoi tweet incendiari contro (e con) Kim Jong-un, di rischiare un’escalation atomica pur di mantenere (o sviare) il centro dell’attenzione. Un altro campione è certamente Matteo Salvini, arrivato a provocare i giudici impegnati sul caso della nave Diciotti chiedendo che se la prendessero con lui. Posto poi, una volta iscritto nel registro degli indagati, gridare alla vergognosa persecuzione nei suoi confronti. Parlando del Ministro degli interni italiano più che davanti alla trumpiana arma di distrazione di massa pare di trovarsi davanti alla provocatio nella sua più schietta radice latina: ovvero, come ci informa la Treccani, un “invito alla lotta, sfida al combattimento o a un duello” (ma anche, lo si noti perché tornerà utile, “appello a un giudice superiore”). C’è tuttavia un particolare decisivo che ci instrada a distinguere sfida e provocazione e cogliere così il senso dell’agire salviniano. La sfida si rivolge all’altro e mette in gioco l’onore tanto di chi la subisce...

Siamo tutti terrestri / Latour: Tracciare la rotta

Che cos’è la denegazione? O, se preferite, in che cosa consiste la freudiana Verneinung? Sarebbe facile dire che si tratta di una negazione menzognera, del negare ciò che si dovrebbe affermare – del tipo: “non mi piace il gelato” significa che ne vado pazzo; o, più tecnicamente, “non conosco l’Edipo” vuol dire che sono mostruosamente geloso del posto di papà nel lettone. Per gli psicanalisi seri non basta dire che disconoscere è il miglior modo di confermare, che è in sé una banalità, ma che i soggetti, in analisi, tendono a respingere a parole ciò che vogliono nei fatti tenere nascosto, per rimuovere, per ostinatamente conservare nei meandri di un inconscio che non conosce contraddizioni i propri intollerabili segretucci infantili. La denegazione è insomma un meccanismo strategico, una strenua forma di difesa contro chi vorrebbe rigirarci come un calzino facendo cader fuori, poco a poco, i nostri desideri più depressi e repressi. Di modo che arriva sempre un momento in cui la lotta fra mascheramenti e svelamenti si fa più aspra, e la denegazione finisce per divenire una specie di segreto di Pulcinella. Additare il rimosso, in fin dei conti, è il miglior modo per combatterne l’...

La tolleranza zero di Trump / Texas-Messico: l'occhio del ciclone

Vivo nell’occhio del ciclone. La tempesta dell’immigrazione soffia dietro casa, sul confine fra Texas e Messico, così violenta da togliere il fiato. Ma qui in Louisiana regna una quiete profonda. L’estate si srotola lenta e senza soprassalti, tanto rovente da svuotare le strade e ammutolire i cani. Le notizie che arrivano da laggiù sono cronache da un altro pianeta. Ogni giorno porta un’altra storia, numero, dettaglio. Il senso però non cambia. Da primavera oltre 2 mila 500 bambini, in fuga dalla violenza del Centro America, sono stati strappati alle famiglie e chiusi in centri di detenzione. Alcuni sono stati da poco riuniti ai genitori, altri aspettano. Migliaia di migranti adulti sono sottochiave. Un numero imprecisato di richiedenti asilo è stato respinto prima di poter presentare il suo caso a un giudice. È la tolleranza zero voluta dal presidente Trump, un’eclissi dei diritti che vista da qui è ancora più amara. È la storia cupa raccontata dai media, dalle associazioni, dagli immigrati. Ed è il velo che si leva sull’altra faccia dell’America. Quella che ha votato Trump e si ostina a credergli – anche se i dati dicono che non c’è un boom dell'immigrazione, che gli arrivi non...

Atlante occidentale / Futuro

Il futuro di chi ci ha preceduto, a meno di non morire in una guerra devastante, o di finire in mezzo a un conflitto nucleare in piena Guerra Fredda, o di non cadere vittima della strategia della tensione, o di non ammalarsi, era un campo molto vasto. In qualche modo, sembrava dipendere dall'impegno personale: se lavorerò guadagnerò, se lavorerò di più e meglio guadagnerò di più, mi sposerò, comprerò una casa e vedrò crescere i miei figli, se non finiranno vittima di una siringa o dall'erba contaminata da un incidente nucleare. Andrò in pensione e mi dedicherò ai miei hobby circondato dai nipotini, sempre che non ci colpisca Al Quaeda nel frattempo, o il morbo della mucca pazza, o Unabomber. Adesso, il futuro è più o meno porsi un'asticella da superare molto vicina, diciamo, la settimana prossima. A meno che non sia la quarta settimana del mese. Allora bisogna arrivare a dopodomani. A forza di dopodomani, si può anche riuscire a vivere una vita intera. A meno che l'Isis, e Trump, e la Siria, e Putin, e gli alieni...