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Frida Kahlo

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INDICATIVO PRESENTE 2 / 4. Alcune piccole donne crescono

Accogliere le ragazze e i ragazzi di origini non italiane in una classe di una scuola in un quartiere ad alta demografia di immigrati non è più il lavoro più difficile. Lo è ancora, facendo una statistica di questi miei anni di scuola, nelle classi terze; non lo è nelle classi prime. Probabilmente la ricaduta finale del Grande Bla Bla sull’immigrazione (che sappiamo enormemente più allarmato dei reali dati di afflusso) ha delle varianti locali; rilevo che in questo momento essere nati due anni dopo rende la coscienza “italiana” nelle classi molto più diffusa. Gli undicenni sono decisamente oltre i loro genitori: sia i figli di origini non italiane, sia i figli di italiani di modesta estrazione sociale che qui vivono si sentono tutti italiani. Quando spiego che invece esiste purtroppo una legge piuttosto iniqua in merito alla cittadinanza dei minorenni (ius sanguinis invece di ius soli) 3-4 quattro per classe scoprono con dolore di non essere proprio uguali agli altri, e i loro compagni sono indignati per questa ingiustizia per loro insensata. Nelle classi terze, invece, non ho ancora capito bene se per il coagularsi adolescenziale di una propria identità, i gruppi etnici si...

È una questione di linguaggio / Frida Kahlo o della finzione narcisistica

Frida Kahlo (1907-1954), l’artista messicana che a partire dai tardi anni settanta è assurta a figura di culto e a icona massmediologica internazionale, ci ha lasciato un ridotto – e spesso spudoratamente autoriferito – corpus di opere pittoriche, un diario, un ampio epistolario. Nonché una leggendaria storia personale che va, di giorno in giorno, arricchendosi di tessere spesso misteriose e contraddittorie e che, a tratti, ha ingoiato o soffocato l’opera della pittrice riducendola a testo confessionale, puro verbale dell’inconscio, materiale narrativo dove il contenuto sembra sganciarsi dalla forma e su di essa prevalere.   Ma l’opera di Kahlo è davvero e soprattutto autobiografia? Ed è legittimo utilizzarla come tale, senza analizzare attentamente i modi in cui l’artista sceglie di rappresentarsi, di guardarsi e farsi guardare? È, il suo, un semplice dire di sé o non, piuttosto, un gettare le basi narrative per un mito a venire, un’automitizzazione sapiente, ossessiva, schiettamente narcisistica? L’esibizionismo debordante di Kahlo risponde davvero a un bisogno di raccontare di sé, “perché la mia vita è l’unica cosa di cui so” o non è invece un’ironica, sofisticata,...

L’immaginario androgino

Leggendo il libro di Franca Franchi, L’immaginario androgino. Migrazioni di genere nella contemporaneità (Sestante Edizioni, 2012) verrebbe da dire: non esiste solo il mito di Narciso. È vero che Philippe Dubois nel suo saggio L’acte photographique (1983), fa riferimento al De Pictura di Leon Battista Alberti e pone il volto del fanciullo che guarda se stesso nella fonte come mito all’origine della pittura. Ed è sicuramente innegabile che il volto di Narciso compaia anche nelle moltitudini degli autoritratti contemporanei – i neonati selfie, sospesi, scrive Tiziano Bonini, tra il “desiderio di sondare se stessi” e “la nuova consapevolezza della propria immagine digitale”.   Persino nel ritratto sembra che il mito del fanciullo ovidiano non rinunci a svolgere il ruolo di archetipo, come suggerisce Lina Bolzoni nel suo saggio Poesia e ritratto nel rinascimento (2008). Tuttavia Franca Franchi compie un deciso cambio di rotta: distoglie lo sguardo dal mito onnipresente di coloro che non riescono ad abbracciare la propria immagine e lo rivolge verso un altro mito: l’androgino. Perché? Cosa rappresenta?   Un sogno, l’illusione dell’autosufficienza divina che si materializza...

Alberto Zanchetta / Frenologia della vanitas. Il teschio nelle arti visive

Claudio Franzoni presenta il libro di  Alberto Zanchetta, Frenologia della vanitas. Il teschio nelle arti visive (Monza, Johan&Levi 2011).   Scarica la copertina.   Leggi la premessa.     Qualche anno fa Vanni Cuoghi ha eseguito un Autoritratto da morto (2006); si tratta in realtà di una cartolina storica, con una desueta didascalia (Raffaello – Ritratto di se stesso), che presenta il ben noto autoritratto che il pittore di Urbino realizzò verso il 1506, oggi agli Uffizi; Cuoghi è intervenuto sulla cartolina inserendo un teschio al posto del volto dell’artista rinascimentale. Non saprei dire se l’artista fosse a conoscenza dell’importanza che il vero (o presunto) teschio di Raffaello aveva avuto due secoli fa, quando era conservato presso l’Accademia di San Luca a Roma, dove, come annotava un autore dell’Ottocento, non si poteva dire“quante lagrime” avesse “fatto versare”. Era ritenuto così prezioso che ne esisteva un calco presso la collezione della Phrenological Society, illustrato e commentato in un saggio di George Combe (A system of...