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Georges Perec

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Cento anni fa, John Cage

La sera del 29 agosto 1952 il pianista David Tudor si siede al pianoforte su un piccolo podio rialzato della Maverick Concert Hall, nei pressi di Woodstock nello stato di New York. Il pubblico ha già preso posto sotto le capriate della magnifica sala da concerto all’aperto simile a un grande fienile, un luogo celebre per le sue esecuzioni tra querce, abeti, tugsa e noci bianche d’America. Nessuno degli ascoltatori sa che Tudor sta per eseguire uno dei pezzi destinato a diventare famoso nella musica contemporanea dei sessant’anni seguenti; il più celebre, ma anche il più discusso. Pochi giorni dopo Cage compie quarant’anni ed è abbastanza noto, ma non notissimo, fuori dalla cerchia degli autori cosiddetti sperimentali; ha avuto anche un premio di recente; ha già scritto alcuni dei suoi concerti più importanti, tuttavia nessuno, compreso lui stesso, quella sera può prevedere che diventerà il più influente musicista della seconda metà del XX secolo, conosciuto anche fuori dall’ambito musicale e dalle sale di concerto: un artista a tutto tondo. Anzi, per alcuni decenni una leggenda...

Georges Perec. Le Condottière

“Si scrive una sola opera”, dice Georges Perec in una delle interviste raccolte in En dialogue avec l’époque (ed. Joseph K., 2011), esprimendo un’idea non proprio originale, come capita spesso a quelle vere, e proprio per questo si è fatto un punto d’onore che ogni suo nuovo libro differisse dal precedente. Ha quindi moltiplicato gli accorgimenti per non ripetersi, ancor prima di entrare nell’Oulipo, attraverso decostruzioni, variazioni e contaminazioni di generi e registri, ricorsi a giochi e restrizioni di ogni tipo (le famose contraintes: regole, vincoli, passaggi obbligati), differenti declinazioni di personaggi e temi che prima o poi finiscono per tornare e che allora tanto vale giostrare consapevolmente, incursioni nel teatro e nel cinema, per non parlare delle innovazioni nella scrittura e nelle tematiche saggistiche, tanto che verrebbe più facile pensare a lui come a uno scrittore disperso in mille rivoli (e anche un po’ dispersivo, non fosse che la morte prematura impedisce un giudizio sulla possibile quadratura a venire) più che a uno che temesse di ripetersi e di risultare monocorde. E invece i vari...

Georges Perec

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     Può darsi che La vita istruzioni per l’uso non sia più “l’ultimo vero avvenimento nella storia del romanzo”, come l’ha definita Italo Calvino, di certo l’opera di Perec nato nel 1936 e morto 1982 a soli 46 anni, resta una delle più significative degli ultimi anni e comincia a essere conosciuta ampiamente anche in Italia.
Dai romanzi e racconti, così come dalla miriade di articoli, noterelle, inventari, tentativi di descrizione, poesie, che vengono ora raccolti in volume, emerge finalmente l’immagine complessa del lavoro di Perec e la figura di uno scrittore che porta, per eccesso di minuzia, la...

Nove volte Queneau

Le scelte di un insegnante, soprattutto di Lettere, sono fortememte pilotate da ciò che sente più congeniale. A volte si tratta di passioni che accompagnano da sempre, altre volte sono incontri, fortunati ed inaspettati, lungo la via dell’insegnamento. Io appartengo al secondo caso dato che, essendo dotata di una formidabile curiosità, leggo in modo onnivoro e metodico, senza saltare una parola o un’interpunzione.   Il mio incontro con la capacità descrittiva dei francesi risale a Flaubert, ma è con Georges Perec che ho raggiunto il pieno appagamento. Perec, per un insegnante di lingua italiana, è una miniera a cui attingere senza ritegno. Negli ultimi dieci anni eserciti di ragazzini si sono cimentati con minuziose descrizioni dei letti in cui avevano dormito dalla nascita mostrando in alcuni casi una sorprendente dose di autoironia. Enrico racconta la sua notte in nave:    Qualche anno fa andammo a Palermo in nave. Anche se non era la prima volta che prendevo questo mezzo di trasporto, questo viaggio fu il più pauroso. Dopo cena andammo nella nostra cabina ma, visto che era troppo presto...

Marco Codebò. La bomba e la Gina. Intorno a Piazza Fontana

La bomba e la Gina. Intorno a Piazza Fontana (Round Robin Editrice, 2011) è un romanzo sull’attentato del 12 dicembre 1969 a Milano, sulla figura dell’anarchico Pinelli, sulla continuità tra fascismo e Repubblica (valga per tutti la figura di Marcello Guida, vicedirettore del confino di Ventotene durante il ventennio e questore di Milano nel 1969), su un buco nero della nostra memoria storica. Un romanzo-inchiesta: non documento storico, né denuncia, né collezione di testimonianze. La struttura è funzionale a ingarbugliare storia e invenzione, a produrre l’effetto di emergenza della realtà nella finzione che Perec ricercava nella scrittura, identificandolo come responsabile del potere dell’arte del trompe l’oeil: quello di sedurci, di costringerci a “guardare ancora”, inducendoci a uno sguardo sulle cose, e a una coscienza di esse, differente.   Si tratta di un romanzo a più voci e punti di vista, che attraversa piani di realtà diversi: smarrirsi e confondersi non è difficile, ed è certo nelle intenzioni dell’autore lasciare che le cose producano...

Karl Ove Knausgård. La mia lotta

  Raccontare se stessi e la propria famiglia, il rapporto con il proprio padre, poi con i propri figli e con la propria moglie. La mia lotta di Karl Ove Knausgård parla semplicemente di questo e lo fa in sei volumi pubblicati con successo in patria e che lo hanno portato ai vertici della letteratura norvegese contemporanea. Da poco uscito, il secondo volume, La mia lotta 2 (traduzione di Lisa Raspanti, Ponte alle Grazie, Milano 2011, 585 pagine) racconta del diventare padre, del cambiamento di una coppia che diventa famiglia e della vita quotidiana di uno scrittore, Karl Ove Knausgård, con tre figli, due femmine e un maschio: i bisogni dei bambini e le esigenze dello scrittore. La lotta è tutta nell’equilibrio fragilissimo di un uomo in combattimento perenne con la propria stessa sensibilità attraverso cui è in grado di trasformare in letteratura anche gli istanti più impalpabili della propria esistenza, ma che spesso tramutano in senso di colpa uno sguardo affilato sulle cose.   Accomunato a Proust per la sottile analisi degli eventi esistenziali oltre che per l’imponenza dell’opera che supera le tremila...

Minimo comun denominatore

Cerco di trovare sempre dei legami. Fra le cose piuttosto che le persone. A matematica ricordo mi piaceva il minimo comun denominatore. Anche secondo me per quel comun tronco, un po' da marcetta, da opera magari. L'etichetta riassuntiva delle cose che non mi piacciono porta scritto: “Cambiamenti di stato”.     Per questo sono un gran passeggiatore. Io starei sempre a letto. Alzarsi dal letto, la mattina soprattutto, comporta una serie di cose e azioni che avranno termine molto tempo dopo tutte diverse. Non solo bisogna alzarsi in piedi dopo avere scostato le coperte, infilato le pantofole, guardato l'ora, pensato cosa bisognerà fare quel giorno; bisogna anche cambiare di stanza – quasi sempre – entrare in contatto con elementi estranei, l'acqua, che non sta mai ferma, i vestiti, che bisogna valutare se sostituire, separare i puliti dagli sporchi, vedere come ci stanno.     Bisogna capire che temperatura ci sarà fuori e prendere delle decisioni di conseguenza. Non mi piace. Non mi piace, non mi piace, già svegliarsi è molto brutto, non bisognerebbe doverci aggiungere poi...

Le mani di Boetti

Premessa sulla sintassi dell’indeterminazione.   Una delle frasi che Alighiero Boetti ha scritto nei suoi famosi quadrati dice: “Mettere i verbi all’infinito”. Come possiamo interpretarla?   Mi rendo conto che si tratta di un paradosso, ma qui l’interpretazione che viene in mente per prima è la meno immediata e la meno letterale: è l’interpretazione di tipo simbolico. “Verbi” sono tutte le parole, tutte le cose che diciamo. L’“infinito” è il limite di quello che si può pensare e immaginare, segna il punto oltre il quale la mente non può andare. Mettere i verbi all’infinito significherebbe, così, portare il linguaggio alla sua massima potenzialità e oltre ogni limite, fargli dire tutto e il contrario di tutto. A parlarci, qui, è quello stesso Boetti che gioca con il tempo, con la morte, con i sensi che gli uomini scopriranno in futuro, oltre ai cinque classici e oltre al senso del “pensare”. Ma questa non è che l’interpretazione simbolica, del tutto opinabile, della frase.   Un’altra...

"Le cose" di Georges Perec

Pubblichiamo la prefazione di Andrea Canobbio alla ristampa di Le cose. Una storia degli anni Sessanta di Georges Perec, appena ripubblicato da Einaudi.   Scarica la prefazione