festival scarabocchi 2020

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Harmony Korine

(3 risultati)

Campioni # 11. Vito M. Bonito

da bambina seduta nel sangue volevo sapere cosa resta dei morti   alle manine che uccido ora chiedo   cosa resta di me che cosa non torna mai più   (da Soffiati via, p. 15)   Vito M. Bonito   I perduti, «i volati», i Soffiati via, non sono (soltanto) sottratti, sono presenze, palpabili e brucianti, della sottrazione inevitabile, immedicabile. Pagina e vita sono senza conforto. E senza conforto i resti, «cosa resta dei morti», e l’impossibile canto. Il «mai più» semplice e inespugnato come sentenza capitale. Non soccorre neanche l’interpunzione: l’interrogativo, forse pietoso, che potremmo attenderci è scomparso, cancellato, negato, e più avanti «chi rimane cosa rimane» (p. 63) suona affermazione – di sinistro sgomento –, constatazione affranta più che vera domanda, a dirne finanche l’impossibilità, la sua consustanziale mancanza di risposta, l’insufficienza che quasi la rende colpa. Nel testo d’apertura «cosa resta dei morti» e «cosa resta di me» si riverberano nel loro essere...

Harmony Korine. Spring Breakers

Spring Breakers di Harmony Korine, uscito ieri nei cinema italiani dopo la presentazione in concorso all’ultima Mostra di Venezia, è una commedia noir coloratissima e in acido, tirata a lucido e fichetta, su quattro ragazzine del college che passano in Florida le vacanze di primavera, lo spring break del titolo, una pausa nel calendario scolastico americano diventata nei decenni un punto fisso per la cultura adolescenziale americana, un momento di follia collettiva a base di sesso, alcol, stupefacenti e musica hip hop. Per arrivarci, alla vacanza dei sogni in quell’orribile paradiso di cemento, piscine, motel e perenne sole a rosso d’uovo che è la Florida, le protagoniste non guardano in faccia nessuno: derubano armi in pugno un fast food e una volta sul posto ci prendono gusto, diventando prima le pupe di un gangsta-rap bianco e poi delle eroine del crimine.     Roba da farti alzare dalla sedia per la volgarità e la noia, oppure da far gridare al miracolo per l’ostentazione pop di tutto l’esaltante marciume della cultura del divertimento: ma Spring Breakers è così, chiede di essere amato o...

Gus Van Sant. L'amore che resta

C’è un aspetto dell’ultimo film di Van Sant che affascina nel momento in cui irrita o se volete, al contrario, irrita nel momento in cui affascina. È un aspetto indefinito e molto americano che riguarda l’estetica indie, qualcosa che si vede nei corpi dei giovani interpreti, nel loro taglio di capelli e nei loro vestiti vintage, che si ascolta nelle scelte calcolate della colonna sonora (i Beatles, Nico, Sufjan Stevens), che si respira come aria di carineria e abbandono, una cedevolezza che incarna lo sguardo dislocato di che afferma la propria ritrosia e al tempo stesso si mette in posa. È una patina, insomma, una serie di riferimenti iconografici e musicali che se oggi rimanda all’indie rock e all’ambiente hipster degli occupy più che degli indignados, all’origine ha proprio il cinema di Van Sant, la sua gioventù tradita ma pur sempre affascinata dalla vita. L’universo indie e underground è da sempre per il regista il filtro di una visione intima della realtà, un attestato di esistenza che si riconosce in due parole fondamentali per la cultura contemporanea, sinonime ma affiancate per...