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Herzog & de Meuron

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Tredici Cate Blanchett nel film d’arte di Julian Rosefeldt / Manifesto di un’attrice

Beati coloro che usano una macchina da presa e non sono obbligati a narrare, o documentare. Beato chi ne fa un uso che inganna le attese e rallenta, e dentro un frame fa scorrere impercettibilmente un significato, o un infinitesimo movimento. Nel cinema prodotto per il consumo cinematografico pochi registi se lo permettono: Tarkovskij, Lynch, von Trier, Jarmusch, anche Sorrentino se vogliamo, con un narcisismo voluttuoso che così bene ha devastato parodisticamente Maurizio Crozza. In Tarkovskij la lentezza della camera è metafisica, in Lynch è l’occhio dell’inconscio che emergendo si mette a narrare in irrazionale psichismo.     Manifesto è l’installazione multi-channel video che l’ex architetto e artista australiano-tedesco Julian Rosefeldt ha presentato a Melbourne (città natale di Cate Blanchett) nel dicembre del 2015 e poi sino ad oggi a Berlino, Sidney, Stoccarda, Monaco, New York, Parigi, Atene, Amsterdam, Helsinki, Buenos Aires, Shangai. Pochi mesi fa, al Sundance Festival, ha presentato la versione in lungometraggio dei tredici capitoli dell’opera, tutti interpretati come attrice protagonista da una straordinaria, proteiforme Cate Blanchett. Si può vedere in tv...

It’s really a common ground. Per una architettura senza architetti

Common Ground, “Terreno comune”, era il titolo della 13° Biennale di Architettura di Venezia che si è chiusa domenica 25 novembre. Nelle intenzioni del direttore della mostra, David Chipperfield, questa edizione avrebbe dovuto mettere in mostra tutto quello che architetti e urbanisti hanno in comune a livello mondiale, un ideoletto globale, fatto di forme o regole o politiche di intervento che rimbalzano consonanti tra continente e continente, fra scuola e scuola. Gli interventi sono stati dei più vari (e prevedibili); per scontate ragioni promozionali molto spazio è stato dato ai grossi nomi del divismo architettonico internazionale (Foster, Herzog & de Meuron), mentre sotto silenzio sono rimaste le figure femminili (a parte la solita Zaha Hadid) ma anche interi continenti come l’Africa o il grande laboratorio umano e sociale cinese. Michael Kimmelman, recensendo questa edizione per il New York Times, ha sottolineato come “la mostra ancora una volta consideri soprattutto gli architetti come produttori di un surplus di valore di carattere estetico, e non come protagonisti attivi sul tavolo delle decisioni politiche rispetto ai...

Speciale Ai Weiwei | Scultura sociale

L’impegno, il dissenso, la resistenza di artisti e intellettuali lungo il corso del Novecento sono ormai materia di riflessione storica. Quali siano oggi i confini della libertà creativa e in che modo si possa concepire un ruolo critico e politico per l’arte è invece questione assai più urgente e controversa. Almeno in apparenza, una relativa “libertà di espressione” è giunta anche in paesi dove per lunghi decenni l’autonomia di pensiero è stata considerata un delitto e la produzione artistica severamente regolata o censurata. L’ubiqua industria culturale dell’epoca postmoderna non ha certamente bisogno delle brutali forme di oppressione tipiche dei regimi autoritari; le basta in effetti mostrarsi tollerante verso tutti i linguaggi e tutte le idee (purché “si vendano”, ma questo è un altro discorso) per depotenziare in partenza la loro efficacia politica: l’eresia non spaventa più, la trasgressione è diventata un ingrediente del successo e anche le pratiche più radicali hanno trovato alla fine il loro posto nel Museo. Con poche e tutto...