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John Cage

(26 risultati)

Incontri bizzarri con i popular artists / Alberto Boatto. New York 1964

La sera che Elwood Blues, Dan Aykroyd, preleva all’uscita dal carcere suo fratello Jake, John Belushi, i due la passano in un fetido motel di Chicago. I binari della metropolitana sopraelevata, il mitico Loop, squassano ogni minuto gli infissi delle finestre. La mattina i poliziotti stanno per accalappiare i Blues Brothers; ma proprio in quel momento la vendicativa ex di Jake, Carrie Fisher, aziona il telecomando dell’esplosivo. Dopo qualche istante, dal mucchio di mattoni emergono i due nerovestiti. Elwood guarda l’orologio: «Sono le nove, è ora di mettersi al lavoro». A quest’imperturbabilità di naufragi, picaresca e cool, fanno pensare certi incontri di Alberto Boatto coi popular artists della scena newyorkese del ’64, ora finalmente raccolti (già prima della sua scomparsa, all’inizio del ’17, Alberto aveva invano tentato di pubblicarli) col titolo New York 1964 New York (a cura di Carlotta Sylos Calò, nella deliziosa «Piccola biblioteca di letteratura inutile» della casa editrice Italo Svevo, pp. 138, € 14).   È James Rosenquist quello con lo studio accanto alla «subway sopraelevata»: glielo dice il ragazzo dagli «occhi chiari, freddi e piatti», che a Boatto fa pensare ai...

Silenzio, di John Cage / L’orecchio dissoluto

Dietro Silenzio di John Cage, di cui Il Saggiatore ha da poco pubblicato una nuova edizione (traduzione di Giancarlo Carlotti, una prefazione inedita in italiano di Kyle Gann, 318 pagine, € 42,00) non c’è, stando all’autore, una volontà di stupire, ma una pulsione poetica. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1961, quando Cage aveva quarantanove anni e una fama circoscritta alla cerchia dell’avanguardia colta d’America. Raccoglie una serie di articoli, di conferenze e di saggi scritti da Cage sull’arco di un quarto di secolo, 1937-1961. In un recente articolo apparso sul New Yorker a firma Burkhard Bilger (Extreme Range – The vocal experiments of Roomful of Teeth), Brad Wells, fondatore e direttore dell’ensemble vocale Roomful of Teeth, citando il compositore olandese Louis Andriessen, sottolinea come il grande progetto della musica del Ventesimo Secolo sia consistito nel liberare gli strumenti dai suoni che erano loro prescritti. John Cage fu, di quel progetto di liberazione, uno dei più convinti sostenitori. Non solo si preoccupò di liberare gli strumenti dai suoni ch’erano loro prescritti (si pensi soltanto al pianoforte preparato di cui fu, se non proprio l’inventore...

Musicage / John Cage. Conversazioni private

La lettura di questo volume, Musicage, recentemente apparso per i tipi de il Saggiatore, è consigliata unicamente a coloro che sono in qualche misura già in confidenza con l'estetica e il pensiero di John Cage, figura un tempo controversa e ormai ampiamente storicizzata nel panorama del pensiero musicale del XX secolo.  Il carattere di chiacchiera personale tra Cage e l'autrice Joan Retallack che caratterizza lunghe sezioni del libro, infatti, dà per scontata la conoscenza di molti elementi biografici dell'autore e presume che chi legge abbia ascoltato buona parte dei lavori di cui si sta parlando. In caso contrario l'effetto di narcolessia è garantito, si ha proprio la sensazione di trovarsi a fare da terzo incomodo invisibile durante delle conversazioni private tra amici alle quali, però, non si è in grado di partecipare.  Altrettanto soporifera può rivelarsi la sezione iniziale dedicata ai Mesostics (un tipo composizione poetica a cavallo tra letteratura ed enigmistica ampiamente coltivata da Cage in tutta la propria esistenza) se non preceduta da una conoscenza dell'argomento in questione.  Conviene prima leggersi qualche volume “divulgativo” sul musicista...

Jazzi. Secondo natura / Vento

  Jazzi è un programma di valorizzazione del patrimonio ambientale dell'area di Licusati (Camerota) a ovest dell pendici del Monte Bulgheria nel Parco Nazionale del Cilento e dell Vallo di Diano, per abitare la relazione con la natura.    La serie dei testi Secondo Natura vuole evidenziare il medesimo ritorno alle esperienze sensoriali riferendosi a quegli elementi che incontriamo ogni giorno nel mondo intorno a noi: acqua, vento, onde, nuvole, sabbia, polvere, pietre, stelle, eccetera. Un viaggio sensibile e intellegibile che auspichiamo, sulla scorta degli antichi poeti e filosofi, sia davvero secondo natura.   Sulla Terra c’è una quantità sorprendente d’aria. Siamo avvolti in ogni momento da circa 5.600 milioni di tonnellate d’aria, di cui il vento costituisce il movimento invisibile. Esistono movimenti verticali, fondamentali per creare il clima, e per muovere le cose, tuttavia la gran parte dei movimenti, scrive il biologo e documentarista Lyall Watson in Il libro del vento (Sperling & Kupfer), avviene lateralmente, e ha luogo entro stati distinti dell’atmosfera. La sua struttura è determinata prima di tutto dalla temperatura e dunque dai venti che vi...

Nella materia del suono

Avete mai pensato di aprire un tombino nella vostra via per scendere all'interno delle fogne e ascoltare come sia l'acustica del luogo? Probabilmente no (almeno spero per voi), eppure questo è esattamente quello che lo scrittore e professore di ingegneria acustica Trevor Cox fa all'inizio di questo affascinante volume, Pianeta Acustico, pubblicato da Dedalo Edizioni (traduzione di Andrea Migliori, 2015).   Il sistema fognario inglese è solo uno degli innumerevoli luoghi visitati da Cox in questo curioso viaggio all'interno dei suoni. In un mondo oggi dominato dall'esperienza visuale tendiamo a prestare sempre meno attenzione ai fenomeni sonori anche se, paradossalmente, siamo circondati da essi praticamente in ogni momento della giornata. Suoni che ci inseguono ovunque, dalla metropolitana alla musica diffusa nei negozi, nei bar, proveniente dalle automobili in fila con la nostra, in un flusso interrotto che proprio per la sua continua presenza ci è diventato indifferente e quasi invisibile.   Questo libro ci svela moltissimi suoni nascosti in diverse località del mondo, da Londra a Hong Kong, dai deserti del Mojave in...

Nella materia del suono

Avete mai pensato di aprire un tombino nella vostra via per scendere all'interno delle fogne e ascoltare come sia l'acustica del luogo? Probabilmente no (almeno spero per voi), eppure questo è esattamente quello che lo scrittore e professore di ingegneria acustica Trevor Cox fa all'inizio di questo affascinante volume, Pianeta Acustico, pubblicato da Dedalo Edizioni (traduzione di Andrea Migliori, 2015).   Il sistema fognario inglese è solo uno degli innumerevoli luoghi visitati da Cox in questo curioso viaggio all'interno dei suoni. In un mondo oggi dominato dall'esperienza visuale tendiamo a prestare sempre meno attenzione ai fenomeni sonori anche se, paradossalmente, siamo circondati da essi praticamente in ogni momento della giornata. Suoni che ci inseguono ovunque, dalla metropolitana alla musica diffusa nei negozi, nei bar, proveniente dalle automobili in fila con la nostra, in un flusso interrotto che proprio per la sua continua presenza ci è diventato indifferente e quasi invisibile.   Questo libro ci svela moltissimi suoni nascosti in diverse località del mondo, da Londra a Hong Kong, dai deserti del Mojave in California (dove le dune di Kelso producono suoni...

Imm'

Imm’ è una collana che intende occuparsi di cultura dell’immagine perché si basa sull’assunto di partenza che l’immagine non è solo un oggetto di studio, ma influisce sugli strumenti e i modi con cui si fa cultura. Quando Lazslo Moholy-Nagy lanciò, ormai novant’anni fa, il famoso monito secondo cui l’analfabeta di domani – per noi dunque di oggi – non sarà chi non sa leggere la scrittura ma chi non sa decifrare le immagini, profetizzava la società dell’immagine, come oggi la chiamiamo abitualmente, ma anche la necessità di un’altra “lettura”. Da qualche parte la chiamano “svolta iconica”, da altre parti “cultura visuale”, secondo approcci e intenti diversi. Per noi è un modo di guardare, di vedere e di pensare.   L’immagine è infatti un fenomeno complesso, viene trattata come un documento, come se questo fosse un fatto scontato, ma al tempo stesso l’immagine non rappresenta, non sta al posto di altro, non testimonia, ma indica, lascia intravedere, deforma, porta al limite, introduce pensiero, svela lo...

Takis «aratore di campi magnetici»

Tra gennaio e luglio 2015, nell’anno del novantesimo genetliaco di Panayotis Vassilakis, detto Takis, il Palais de Tokyo (Parigi) e la Menil Collection di Houston dedicano due retrospettive all’artista greco. Negli anni Cinquanta, Takis (nato ad Atene nel 1925) intuisce che l’invisibile può diventare materialmente sia una situazione nello spazio sia un soggetto che costituisce il centro emozionale dell’opera, oltre ciò che è solamente simbolizzato dalle forme di una scultura. Affascinato dalla “magia scientifica” e dai radar, tra il 1958 e il 1959, immagina opere scultoree capaci di rispondere a segnali invisibili, resi attraverso forze cinetiche. Cerca di captare le forze ultrasottili della natura e veicolare i campi elettromagnetici, così che l’opera d’arte possa rendere visibili e fruibili spazi di energia. Al contempo rigetta il simbolismo della rappresentazione, per adottare il linguaggio in quanto funzione naturale. Intende l’energia magnetica e la sua influenza sugli elementi come fosse una dimensione in più nella realtà. Realizza così le prime Telesculture, dove il...

New York 1964: la pop art

È stato da poco ripubblicato da Laterza Pop Art di Alberto Boatto, il libro che ha fatto conoscere al pubblico italiano uno dei momenti decisivi nel panorama artistico dell’ultimo mezzo secolo. Alla sua prima apparizione, nel 1967 presso l’editore Lerici, la lucida e documentata analisi di Boatto rappresentò una vera boccata d’ossigeno: nel clima culturale di quegli anni, in cui le forti riserve o l’aperta ostilità della critica, specie quella di orientamento marxista, si saldavano all’opposizione all’imperialismo americano, la pop art veniva spesso considerata espressione diretta del potere culturale ed economico statunitense, un sorta di manifesto del capitalismo consumista. La vittoria di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia del 1964, lo stesso anno del viaggio a New York di Boatto, rappresentò in effetti un vero spartiacque nella vicenda culturale, non solo italiana, di quel decennio: l’inizio di un rimescolamento radicale che presto avrebbe prodotto un paesaggio integralmente nuovo, dove alla vicenda modernista, ai suoi “ismi”, al sentimento di continuità storica e politica, all...

A proposito di un 'saccheggio fonico' di John Oswald

Nell’aprile del 1968 la Warner Bros. Records, allora casa editrice dei Grateful Dead, pubblica un 45 giri con la prima versione registrata di Dark Star. Oggi l’idea che i Grateful Dead abbiano potuto incidere anche dei 45 giri è piuttosto sorprendente, sopratutto tenendo presente l’esperienza che abbiamo della loro musica. I Grateful Dead sono infatti conosciuti per pezzi ben più kilometrici, come un flusso senza fine, col solo limite della ‘capacità’ di un lato di LP. E per concerti nei quali le separazioni tra un pezzo e l’altro, come l’inizio o la fine degli stessi, erano dovuti più a questioni di comodità che a vere e proprie ragioni musicali. Come se la musica, idealmente, non dovesse mai interrompersi e mentalmente continuasse, filo conduttore della vita, sempre lì presente, e solo sfumasse, s’assopisse, per concedere al quotidiano un minimo di presenza. Dark star è un po’ il simbolo di questo dilatarsi della musica, dai 3 minuti (2’50’’ per la precisione), un po’ meno della capacità di un 45 giri, ai 23 minuti e 15 secondi di Live/Dead, il...

Ricordi d'ascolto

Chiunque non abbia problemi fisiologici ascolta. Dalla musica, live o “in conserva”, al mondo che ci circonda. Dalla mattina al tramonto e anche durante il sonno. Io ad esempio da anni ascolto dischi, come milioni di altre persone, ma non credo che il mio modo di ascoltare sia sostanzialmente diverso dal loro. Eppure non tutti ascoltiamo, amiamo, la stessa musica, così come non ascoltiamo, percepiamo, il mondo che ci circonda nello stesso modo. A cosa sono dovute queste differenze? Cosa fa sì che alcuni siano sempre alla ricerca di musiche “strane”, diverse diciamo dal “gusto comune” del loro ambiente? È solo per snobismo? Mentre altri si compiacciono nel mainstream? Solo per conformismo? In altre parole, quali possono essere i percorsi che formano il nostro personale ascolto, il nostro gusto? E infine, detto in modo più soggettivo, cosa ha fatto sì che il mio ascolto e il mio gusto siano ciò che sono? Non perché il mio percorso sia singolare o particolarmente interessante, non ho assolutamente questa pretesa, ma per cercare di capire, dispiegandolo come esempio del quale discutere, se questo...

Nils Frahm. Una malinconia berlinese

Nils Frahm è uno dei compositori più interessanti della nuova scena contemporanea europea. Lavora a Berlino nel suo Durton Studio. Pianista acustico e elettronico, sarà uno degli ospiti più importanti della sezione non-classica del festival MITO, l’11 settembre al Piccolo Teatro di Milano. Abbiamo cercato di capire meglio la sua visione della musica: molti titoli di suoi pezzi parlano di pioggia, di perdite, di tristezza... e lui ama il clima freddo della sua città. Il suo segno zodiacale è Vergine. È ironico, e di poche parole. Hai 31 anni, il tuo primo album fu Wintermusik, del 2009: il tuo stile c’era già tutto. Quali sono stati i tuoi guru? Da qualche parte ho letto che il tuo maestro di pianoforte, Nahum Brodski, era stato allievo dell’ultimo allievo di Čajkovskij! «Il maestro del mio maestro di pianoforte non era l’ultimo allievo di Čajkovskij, ma uno studente della scuola di uno degli ultimi musicisti aiutati da Čajkovskij. Il mio stile viene dal mio suonare il pianoforte da 23 anni. Non so da dove venga». Il tuo gusto performativo e compositivo classico è immerso invece...

Il tempo di leggere prima di partire

Si parte, si chiude, si prende tempo, si smette di lavorare e si sta all’aria aperta. E soprattutto si legge. I libri appena usciti, quelli che abbiamo in casa, quello appena comprato o quelli consigliati e accumulati.     Sono geloso delle mie letture, almeno tanto quanto spio sempre quelle degli altri, i libri sui loro tavoli e perfino quelli che stanno leggendo i vicini sui mezzi pubblici, per non parlare di quelli nelle conversazioni delle serate con persone che non conoscevo prima. Le ragioni della gelosia sono sempre un po’ insondabili un po’ sempre le stesse, in questo caso anche inutili, quindi non mi dilungo. Giocherò quindi il gioco mescolando sincerità ed altro, i libri e sé.   Anch’io prima di partire per una vacanza di una certa lunghezza e che immagino piena di tempo per leggere mi agito per la scelta da fare, ma sono metodico: due romanzi, un libro di poesie, tre di saggi, uno di arte contemporanea che è il mio campo, uno di musica che mi piace tanto, il terzo di teoria, se così si può dire. È già troppo, so che non ce la farò a leggerli tutti – leggo...

Hemon. Il libro delle mie vite

Mentre ascolta la figlia che parla con il suo compagno segreto, il fratello immaginario Mingus, che ha degli altri genitori e abita vicino ma in un altro appartamento, lo scrittore vede l’azione che lui stesso compiva da anni: creare personaggi di finzione, inventare storie e inseguire destini, amplificare spazi per afferrare quel tutto che non riusciva a capire. “Il bisogno di raccontare storie è profondamente radicato nella nostra mente, e inscindibilmente intrecciato ai meccanismi che generano e assorbono linguaggio. L’immaginazione narrativa – e quindi la letteratura – è uno strumento evolutivo fondamentale per la sopravvivenza. Elaboriamo il mondo raccontando storie e produciamo conoscenza umana stringendo legami con dei noi immaginati”.   Virtuoso delle parole che nelle sue opere precedenti – Spie di Dio, Nowhere Man, Il progetto Lazarus – ha messo al servizio di un soggetto sempre nuovo, ora Aleksandar Hemon le convoglia in una costruzione che cuce i pezzi della sua biografia. In Il libro delle mie vite (trad. di Maurizia Balmelli, Einaudi) l’io scorre fluido tra passato e presente, le...

Josef Albers a Milano

In contemporanea a Milano sono in corso due esposizioni di Josef Albers (Bottrop, Germania, 1888 - New Haven, USA, 1976), realizzate in collaborazione con la Josef & Anni Albers Foundation, che ripercorrono la duplice faccia della ricerca artistica e didattica di questo artista modernista ed esponente del Bauhaus: “Sublime Optics” allestita alla Fondazione Stelline (26 settembre 2013-6 gennaio 2014; prima monografica a Milano del pittore tedesco), e “Imparare a vedere. Josef Albers professore, dal Bauhaus a Yale”; presentata nella Sala Napoleonica dell’Accademia di Belle Arti di Brera (2 ottobre - 1 dicembre 2013).   Assieme ad alcune opere originali dell’artista, riguardanti la serie degli omaggi al quadrato, la mostra dell’Accademia di Brera, curata da Samuele Boncompagni e da Giovanni Iovane, presenta un numero significativo di materiali e lavori didattici eseguiti dagli allievi, il cui scopo è quello di documentare ed esemplificare l’innovativo metodo d’insegnamento di Albers professore che, dopo averlo sperimentato durante le lezioni tenute al Bauhaus, ha continuato ad applicare prima al Black...

Oracoli, santuari e altri prodigi

Un libro davvero particolare (Dino Baldi, Marina Ballo Charmet, Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia, Humboldt Books/Quodlibet), sia per il testo che per le immagini, e naturalmente per il loro rapporto, visto che i due autori, Dino Baldi per il testo e Marina Ballo Charmet per le fotografie, hanno fatto sì il viaggio insieme, ma la fotografa non si è data pena di accompagnare il testo e si è ritagliata uno spazio a sé. Due lavori autonomi dunque, quello di Baldi e di Ballo Charmet, anche se legati da una sicura sintonia.     Per il testo richiamiamo solo questa dichiarazione d’apertura perché ha a che fare con l’immagine: "Non credo serva a niente, oggi, andare in Grecia con gli occhi del vigoroso esploratore dell’Ottocento nutrito di buone letture, o dello stanco profugo del Novecento in cerca di una via di fuga dall’orrore. Sono tutte immagini che, decantate e addomesticate, sono scese sulla rètina del viaggiatore moderno a formare un velo opaco che rende ogni cosa immobile e uguale a sé stessa, e tutta la Grecia una lezione al mondo. Preferirei invece che...

Il nulla a convegno

Un convegno sul nulla. L’idea è venuta allo scrittore Paolo Nori, che l’ha organizzato, con la complicità della rassegna CentoCage, promossa dal comune di Bologna per i cento anni dalla nascita di John Cage, nella biblioteca Sala Borsa del capoluogo emiliano. Si è parlato di tutto e di niente, entro confini che Nori aveva così sfrangiato: “Quando non c’è niente da dire, o quando non si sa cosa dire, o quando non si sa cosa fare, o quando non si vede niente, o quando non si capisce niente, o quando non si sente niente, o quando non si riesce a dormire, o quando non si vuole mangiare: le astensioni di tutti i tipi, le scene mute, le fotografie sbagliate, le macchine che restano senza benzina, i sans papier, i sanculotti, i frigo vuoti, i film muti, i buchi neri, la menopausa, le notti in bianco, quando si cerca in tutte le tasche e non c’è neanche una sigaretta; i digiuni, gli anestetici, gli astemi, gli anoressici, gli scioperi; le pianure, le steppe, i deserti, la siccità, la crisi energetica, i black out, gli annulli filatelici, le amnesie, la crescita zero, le tinte unite. La calvizie. La sterilit...

Cento anni fa, John Cage

La sera del 29 agosto 1952 il pianista David Tudor si siede al pianoforte su un piccolo podio rialzato della Maverick Concert Hall, nei pressi di Woodstock nello stato di New York. Il pubblico ha già preso posto sotto le capriate della magnifica sala da concerto all’aperto simile a un grande fienile, un luogo celebre per le sue esecuzioni tra querce, abeti, tugsa e noci bianche d’America. Nessuno degli ascoltatori sa che Tudor sta per eseguire uno dei pezzi destinato a diventare famoso nella musica contemporanea dei sessant’anni seguenti; il più celebre, ma anche il più discusso. Pochi giorni dopo Cage compie quarant’anni ed è abbastanza noto, ma non notissimo, fuori dalla cerchia degli autori cosiddetti sperimentali; ha avuto anche un premio di recente; ha già scritto alcuni dei suoi concerti più importanti, tuttavia nessuno, compreso lui stesso, quella sera può prevedere che diventerà il più influente musicista della seconda metà del XX secolo, conosciuto anche fuori dall’ambito musicale e dalle sale di concerto: un artista a tutto tondo. Anzi, per alcuni decenni una leggenda...

Santarcangelo: il fantasma dell’attore

Dopo vari spettacoli impegnati a cercare la realtà, è apparso il fantasma dell’attore. Di colui che la realtà la travisa, la traspone, la moltiplica, la nega, la svuota, la esalta.   Era notte a Santarcangelo di Romagna. Per caso, fuggendo da uno spettacolo sonoro di Fuocofatuo tutto giocato su sfrigolare di graticole e ribollire di acque elettrificate e amplificate, siamo incappati sotto le stelle in quella che sembrava una conferenza di Piero Giacché, studioso anticonvenzionale e ammaliante, su Carmelo Bene. Ma quasi subito il sipario della notte è stato aperto sulla visione della voce dell’Attore, registrata alla radio nella Salomè del 1964. Teatro della memoria, dell’assenza, che si trasformava in vita pulsante man mano che si sviluppava la storia, con quel profeta Iokanaan che in barese stretto ripeteva a pappagallo, deformandole, le frasi che una voce (Dio?) gli suggeriva, con Salomé bambina viziata, tra le volute levantine della voce di Carmelo, sardonica, disperata, fino a quella parola finale - P-A-U-R-A - rallentata, dilatata: e poi il vuoto.     Il festival Santarcangelo·12...

Santarcangelo Festival, laboratorio del futuro

Conversazione con Silvia Bottiroli, Rodolfo Sacchettini, Cristina Ventrucci (Santarcangelo 12-14) con la partecipazione di Massimo Marino e Bruna Gambarelli.   Santarcangelo è il festival forse più denso di storia della cosiddetta ricerca teatrale italiana. Dopo qualche anno di incertezza, il festival ha avuto nuova vita grazie al progetto triennale in cui tre artisti romagnoli hanno diretto un’edizione a testa (dal 2009 al 2011 si sono alternati Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio, Enrico Casagrande di Motus, Ermanna Montanari del Teatro delle Albe). Ma forse la vera novità del passato triennio è stata la nascita di quello che è stato chiamato “coordinamento critico-organizzativo”, tre figure che hanno assunto un ruolo vitale di collegamento nei tre anni, garantendo una continuità di pensieri e azioni. Il triennio che si apre nel 2012 vede alla direzione Silvia Bottiroli e alla condirezione Cristina Ventrucci e Rodolfo Sacchettini, membri del coordinamento precedente. Con loro abbiamo parlato del presente di Santarcangelo e dei desideri futuri, anche alla luce del lavoro svolto da gennaio ad...

Robert Rauschenberg fotografo, anche

Basterebbe la fotografia riportata in copertina. Vi si vede una di quelle opere che Rauschenberg chiamava combine painting, la cui parte centrale è occupata da uno specchio in cui si vede riflesso l’artista dietro la macchina fotografica. Ebbene lo specchio, e perciò l’immagine riflessa, vi sono così bene integrati nella composizione d’insieme che la figura vi pare parte connaturata, come fosse lì da sempre, come se fosse una fotografia invece che un riflesso. Un effetto davvero particolare e riuscitissimo che dice tutto del combine e del painting che sono la formula dell’artista. Un autoritratto? Sì, in questo senso “combinato”, cioè sia dell’artista sia dell’opera.   Robert Rauschenberg, Untitled (self-portrait with Inside Out, early state), ca. 1962   Oppure si guardi la prima foto all’interno, di fatto impostata allo stesso modo: un bellissimo interno di carrozza foderata di tessuti, con le ruote sui lati – la ruota torna spesso nell’opera di Rauschenberg e in tante delle sue fotografie – e quel semplice piccolo cerchio al centro, equivalente...

Milano Anni 70: l’immagine al potere

Negli anni Settanta l’immagine era dappertutto: negli studi degli artisti, nelle gallerie, lungo le strade, nei palazzi e nelle vie, dentro le sedi dei partiti o dei sindacati, sui muri, nei giornali, dentro gli obiettivi dei fotografi. Forse si può cominciare proprio da qui per parlare di “Addio anni 70”, la mostra curata da Francesco Bonami e Paola Nicolin, dedicata alla realtà artistica milanese del decennio, dalle foto di Carla Cerati, che coglie la vita mondana ma anche i manicomi, di Gianni Berengo Gardin che descrive case di ringhiera, cortili e piazze, di Cesare Colombo che segue i cortei e fissa gli attivisti del Movimento Studentesco, di Maria Mulas che distorce con un obiettivo apposito i corpi e i volti della intellighenzia milanese al Pac durante l’inaugurazione di una mostra, di Lelli e Masotti (uno dei lavori più poetici dell’intera esposizione) che fissano la performance di John Cage al Lirico, di Ugo Mulas che memorizza la strabocchevole piazza del Duomo ricolma di uomini e donne per il funerale dei morti di Piazza Fontana, di Gabriele Basilico che ritrae la folla alla Festa del Proletariato giovanile nel 1976...

Gian Paolo Guerini, Passim

“Percepire ciò che si ode vuol dire avere la visione, attenersi al silenzio vuol dire essere forti” (GPG)   Nel 1990 la Fondazione Mudima di Milano, ospitava una mostra curata da Gino di Maggio dal titolo Pianofortissimo. Il tema si riferiva alla complessa elaborazione che molti artisti, all’epoca ancora vivi, avevano fatto dell’oggetto pianoforte. Artisti che, a partire da questo strumento scultoreo e in particolare da ciò che esso produce, hanno tratto ispirazione per produrre una quantità infinita di magnetismi, rivoluzioni, istigazioni e opere. Parlo ad esempio di: John Cage, La Monte Young, Wolf Vostell, Giuseppe Chiari, Nam June Paik, Daniel Spoerri e molti altri.     La mostra consisteva in un complesso allestimento, all’interno del quale furono realizzate delle performance. Una di queste portava il titolo di Zero ed era firmata da GPG: l’impossibilità di suonare se non lacerandosi definitivamente le dita!     Adesso apriremo una parentesi, che non sarà breve, perché stiamo parlando di un artista e di un uomo che ha una storia molto lunga da...

Einstein on the Beach

“In uno dei nostri primi incontri – dichiara il compositore Philip Glass – Bob mi disse che gli piaceva l’idea di Einstein perché tutti sapevano chi era. In un certo senso non c’era bisogno di raccontarne la storia, perché chiunque fosse venuto a vedere il nostro Einstein si sarebbe portato dietro, a teatro, la ‘sua’ storia del personaggio”. Con un giochino retorico, si può girare quest’idea, a guardare direttamente in faccia Einstein on the Beach di Glass e Robert Wilson: ognuno ci arriva con la sua storia – non tanto o non solo nei confronti del celebre scienziato della relatività, ma anche sui due artisti che hanno creato l’opera nel ‘76 e l’hanno rieditata nel 2012 (in Italia si è vista al Teatro Valli di Reggio Emilia).   Le idee e i preconcetti che ci si portano dietro, ad andare a vedere questo kolossal ormai monumento della scena e della cultura del ‘900, possono essere quelli del teatro-immagine e dell’anti-narrazione, della scena spaziale o sonora, e poi dell’estetica minimalista, concettuale, postmoderna – tutte etichette...