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Laura Betti

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20 giugno 2015 / Paolo Poli: pezzi, contraddizioni, scarti

È il 20 giugno 2015, la scena si apre sullo studio dieci della rai in via Teulada a Roma. Uno studio piccolo, un po’ a scatola, con tanto soffitto, pareti azzurre retroilluminate, un grande schermo, delle seggiole e un pianoforte bianchi. L’inquadratura porta su una tenda rossa di velluto, di lato: da lì esce Paolo Poli. Evocato dal composto e grazioso Pino Strabioli viene avanti un vecchio alto, con il papillon, canuto, scarpe lucide, le gambe molto secche. Bello, bellissimo – come da più parti definito nei decenni –; difficile, complicatissimo, come ne parlarono in epoche diverse Rodolfo di Giammarco e Mariapia Frigerio. Conduce il suo ultimo programma, ci avrebbe lasciati nemmeno un anno dopo. È anche il primo programma tutto suo dal tempo di Babau ‘70, registrato nel 1970 e mandato in onda solo sei anni più tardi.    Il lupo non ha perso il vizio, anzi ha deciso di scriverci sopra otto puntate di una trasmissione che si chiama, in onore di Aldo Palazzeschi, “E lasciatemi divertire”. Ogni puntata è dedicata a un vizio capitale, e l’ultima è un elogio del peccare. Strabioli fa il conduttore, il domatore, l’amico, l’allievo. Due cose che fissano l’organizzazione di...

Romanzi, teatro e canzonette / Umberto Simonetta: un paroliere di lusso

Parlando con un amico, faccio il nome di Umberto Simonetta. Dallo sguardo, capisco che non gli dice molto. “Sai chi è, no? Lo scrittore, quello di Tirar mattina, Lo sbarbato, Il giovane normale…”. Niente. “Ma la ballata del Cerutti Gino la conoscerai…” “Eh! Certo! Giorgio Gaber!” “La musica è di Gaber, ma le parole sono di Simonetta. Come anche quelle di Una fetta di limone, Trani a gogò, Porta romana, Le nostre serate, Il Riccardo…”. Le accenno una dopo l’altra. “Belle! Pensavo fossero di Gaber…” “Te l’ho detto: musica di Gaber, testo di Simonetta” “Ah però, bravissimo! Mica male!”.  Oltre che scrittore e autore teatrale di successo, Umberto Simonetta (Milano, 1926-1998) è stato un paroliere tra i più originali e innovativi dell’epoca in cui nasceva in Italia quella che si sarebbe poi chiamata canzone “d’autore”.    Tra gli anni ’50 e i ’60 del secolo scorso diversi poeti e scrittori, da Calvino a Fortini a Pasolini e altri, si misuravano con la canzone (allora canzonetta). L’intento era quello di dar vita a un prodotto popolare “di qualità”, da contrapporre ai prodotti di consumo (o “di evasione”, come si diceva in quegli anni). Nel caso di Calvino e Fortini, la...

A salvare Venezia sara’ ancora l’America...

Sono passati venti giorni dalla fine della Mostra del cinema 71, che se n’è andata in silenzio. L’unico rumore, di fondo, che circola nel Paese è l’eco del Pasolini di Abel Ferrara, un film meglio di quel che si temeva, ma non all’altezza del poeta-regista a cui è dedicato. La Mostra se ne va sventolando la bandiera bianca. Procede verso il futuro con la classe di una matura signora che ha alla guida due signori come Piero Baratta, un pacato presidente della Biennale, e come Alberto Barbera, un direttore perplesso e intelligente. Signori che non amano il red carpet, lo devono fare solo per offrirlo in pasto al pubblico sciolto, con pochi divi e molti divetti in smoking e tacchi come pugnali che bucano la moquette del carpet e gli occhi stanchi dei fans.   La memoria corre alla mia prima presenza al Lido, era il 1968. Nessun red carpet ma i fumogeni della polizia contro i contestatori (mi ci mescolai) e i grandi autori italiani – da Cesare Zavattini a Franco Solinas, grandi sceneggiatori, a Marco Ferreri, Ugo Gregoretti, Citto Maselli, Giuliano Montaldo. Venezia ebbe il brivido del rischio di una sospensione della Mostra,...

Il corpo di Pasolini in un film che non esiste

Il Pasolini di Ferrara arriva forse a chiudere un discorso, a completare ciò che la morte ha interrotto per liberare finalmente il fantasma di un morto da sempre considerato vivo. Il Pasolini di oggi è il Pasolini ancora e sempre attuale, il Pasolini preveggente, buono per ogni stagione, adatto a ogni evento o discorso della contemporaneità. Il suo corpo è stato lasciato là, sul lungomare di Ostia, molto probabilmente senza mistero e senza complotto, mentre tutto il resto, la sua opera, la sua vita, le sue passioni, è stato preso, citato, rubato, trasfigurato, a volte capito altre frainteso.     Pasolini è un ricordo senza realtà, un’icona, ed è inevitabile che l’incertezza della sua figura e dei suoi resti abbia interessato Ferrara. Nel precedente Welcome to New York il corpo di Depardieu-Strauss-Kahn stava al centro della scena con la sua stazza ingombrante, la sua carne pesante e abbandonata, e diventava il segno della dipendenza di Ferrara da un pessimismo tossico e stanco («No one can save anyone», faceva dire a Depardieu. «And do you know why? Because no one wants to...

La Resistenza di mia madre

Ogni 25 aprile, appena mi sveglio, telefono a mia madre per farle gli auguri e ogni volta mi viene in mente una storia che lei mi ha raccontato tante volte. Un piccolo episodio avvenuto nei giorni successivi al suo undicesimo compleanno, il 25 aprile del 1945. Ai quei tempi lei viveva insieme ai tre fratelli più grandi in via Terraggio a Milano, in un microappartamento con bagno comune alla turca nell'ammezzato. Il padre, mio nonno Dante, era un socialista perseguitato dal regime e ormai da tre mesi non rientrava a casa, anche se non faceva mai mancare sue notizie che arrivavano alla nonna tramite l'amico Piero. Il quale, oltre a tranquillizzare, portava qualche chilo di farina per polenta, un po' di latte fresco e le immancabili castagne secche, alimenti fondamentali per chi non poteva usufruire della tessera annonaria.   Quel 25 aprile mia nonna Angela era molto preoccupata, soprattutto a causa di un vicino al piano di sopra, un fascistone che per anni era stato il terrore di famiglia. In ringhiera si diceva che l'avevano visto giù in cortile mentre scappava con un fazzoletto rosso al collo. Chissà cosa sarebbe successo se qualcuno...

Emanuele Trevi. Qualcosa di scritto

Qualcosa di scritto è il titolo dell’Appunto 37 di quello stranissimo prodotto letterario che è Petrolio di Pier Paolo Pasolini, che insieme al film Salò e le 120 giornate di Sodoma costituisce l’ultima traccia tangibile dell’esistenza dello scrittore, una sorta di “indizio” che sembra offrirsi ai lettori come la pronunciazione sibillina di un oracolo.   Qualcosa di scritto è anche il titolo del romanzo di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie, pp. 224, 16,80 €), un testo singolare nel quale l’autore, sullo sfondo di una vicenda autobiografica tenta, proprio come un aruspice, di interpretare Petrolio come se si trovasse di fronte al cadavere di PPP, come se dall’analisi delle mutazioni del corpo dello scrittore, di cui l’opera è una sorta di resoconto trasposto, potesse tracciare la storia di un’iniziazione alla morte, e quindi alla vita.   La metafora dell’aruspicina non è azzardata: lo scritto di Trevi infatti sembra ruotare attorno a un’idea semplice e forte secondo la quale l’opera, se veramente punta a essere strumento di conoscenza profonda...

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