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Life

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Anniversari / Ketchum e l’enigma della morte di Hemingway

Ketchum, Idaho. 7,30 di mattina di domenica 2 luglio 1961: iI sessantaduenne premio Nobel per la letteratura Ernest Hemingway, si alza dal letto facendo attenzione a non svegliare la moglie Mary Welsh con cui la sera prima aveva fatto tardi al Christiania, il ristorante d’elezione, dove aveva ordinato, come d’abitudine, bistecca di controfiletto al sangue, patate al forno e insalata alla Cesare, annaffiando il tutto con Bordeaux della casa.  Sul pigiama blu indossa la vestaglia, quella rossa che chiama scherzosamente “da imperatore”, e scende con passo felpato in cantina. Passa in rassegna la sua numerosa collezione di fucili e opta alla fine per una doppietta da piccioni W&C Scott & Son calibro 12 a canne lunghe parallele (e non, come fu frettolosamente scritto da cronisti poco attenti, una Boss & Co. che non aveva neanche mai posseduta). Sceglie con cura le cartucce, carica, risale in soggiorno, si appoggia le canne alla fronte e preme il grilletto svegliando Mary Welsh di soprassalto. Fra i primi ad accorrere è l’amico Chuck Atkinson, proprietario del Motor Lodge cittadino e del negozio di alimentari del paese, che si prende cura di “Miss Mary” accompagnandola...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (10) / La felicità è una piccola cosa

Estate del ’58. Luglio, forse agosto. Il giovane fotografo Carlo Bavagnoli lascia la redazione di “Epoca”, il settimanale per cui lavora. A passo veloce s’incammina in direzione di Trastevere, la Roma che più ama.  L’aria è densa nell’intrico di vicoli dietro Piazza Trilussa verso l’ampio slargo di Santa Maria, dove il quartiere, uscendo dalle sue strettoie, sembra prendere un po' di respiro. Hanno nomi stravaganti quei vicoli, una toponomastica che non porta il peso della memoria storica, e non ha intenti celebrativi. Una toponomastica dell’ordinario, senza pretese, piccole mitologie nate sulla strada: vicolo de’ Cinque, vicolo del Piede, vicolo del Cipresso, vicolo della Pelliccia.  Bavagnoli fiuta gli umori di quel mondo. Ci si immerge; li assapora. Aspetta che la vita gli si riveli. Quello che vede attraversando l’intreccio dei vicoli, è una realtà esuberante, mobile, in fermento. Non riesce a fissarla in un’immagine. Non riesce a prenderla. Ma non smette di guardare. Continua a inseguirne i minuti movimenti.   All’improvviso dal fondo del vicolo del Cipresso sbuca un ragazzo, dieci, dodici anni. Gli si fa incontro. Ben saldo sulle gambe, spavaldamente...

Scarabocchi. Il mio primo festival / Scuolette di campagna

Entriamo in casa di amici, in un ufficio: sulla parete, sul frigorifero, su uno specchio, fissato con nastro adesivo o con una puntina, c’è il disegno di una bambina o di un bambino. È un’esperienza che capita a tutti di fare almeno una volta. Quello appeso sarà il disegno della figlia, del nipote, un ricordo da portare nel quotidiano per rallegrare la giornata, per ripensare a momenti insieme? “Bello!” diciamo. “Di chi è?”  Oggi è normale che i disegni dei bambini, gli scarabocchi facciano mostra di sé, e non solo a scuola. Ma è sempre stato così? Abbiamo sempre guardato con occhio indulgente e curioso gli “sgorbi” dei nostri figli e di quelli degli altri? Li abbiamo sempre appesi alle pareti come quadri di cui andare orgogliosi?     Una serie di fotografie scattate da Mario Schifano nel 1992 ci mostra una classe II di scuola elementare di Roma, la “Tavani Arquati”, in visita al suo studio. Chinati a disegnare sul pavimento, raccolti attorno a un tavolo con colori e strumenti per la pittura, concentrati a dipingere sulla parete, questi bambini sono diventati artisti come il loro ospite, lavorano con lui nel suo spazio più intimo: lo studio. In uno scatto di gruppo...

Un momento prima / Robert Capa a colori

L’immagine raffigura un gruppo di soldati francesi che avanza in ordine sparso lungo la diga di una risaia. Sono colti di schiena e in fondo s’intravede un blindato, poi le case di un villaggio. Siamo sulla strada per Thai Binh in Indocina e la fotografia è l’ultimo scatto di Robert Capa. È il 25 maggio 1954 e sono le ore 15. Tra poco Capa metterà il piede su una mina antiuomo e salterà in aria. Con lui voleranno la Nikon S e la Contax, i due apparecchi con cui sta ritraendo la guerra che la Francia conduce contro il generale Giap. Dien Bien Phu è caduta ed è in corso l’evacuazione dei feriti dell’esercito francese. Capa non doveva essere lì. A metà aprile si trova a Tokyo e sta fotografando. Accolto come un eroe dai suoi amici giapponesi, deve trascorrere tre settimane in quel paese. Perché è andato in Indocina a seguire questo conflitto che non è il suo, come gli ha detto John G. Morrison da New York al telefono: “Bob non fare questo lavoro, non è la nostra guerra!”? Life gli ha chiesto di sostituire il suo fotografo, Howard Sochurek, che ha chiesto un congedo di un mese per la malattia della madre. Capa ha risposto di sì, pensa che sia una buona proposta, ben pagata, e poi il...