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lingua italiana

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Il genere è questione dibattuta / Maschile e femminile

Oggi il genere è questione dibattuta. Basta sfiorarla e si rischia di urtare sensibilità. Qui si spera di non farlo, tenendosi a un’osservazione di futile linguistica della lingua. Non di quell’importante linguistica, al giorno d’oggi così fiorente, che si occupa di serie questioni morali e sociali e cui la lingua fa da pretesto. È appena il caso si dica infatti che sotto il nome di genere va anche una banale categoria grammaticale. Come tale, il genere è uno dei valori coi quali le lingue giocano a istituire differenze, che è il loro modo d’essere e di funzionare.    Se ci si pensa un attimo, la cosa non è irragionevole. Monotonia, uniformità, assenza di variazione sono il contrario di ciò che fa efficace l’espressione e la conseguente comunicazione. Un segnale sempre eguale a se stesso? Chi si metterebbe a produrlo? Chi vorrebbe ascoltarlo?   Bene. Si venga allora al punto. C’è il caso, poniamo, di “Il leone è fuggito”. Di che genere è “fuggito”? Del genere che è uso chiamar maschile. Concorda con “il leone”, che è maschile. Tollerando appena che gli si ricordi una simile ovvietà, “Embè?” starà commentando chi legge “questo stupido dove vuole arrivare?”  È...

Una a davanti a me / Io io io

“Di questa storia a me colpiscono tre aspetti”: a casaccio, tra migliaia, orali e scritte, la citazione viene dal post di una persona di cultura. “Embè?” dirà chi legge. “C’è qualcosa di strano?”. No. A me colpiscono... è ormai italiano perfetto. Se ne serve chi parla e scrive in punta di forchetta.    Ci si pensi, però: la reazione sarebbe stata eguale se si fosse trattato di Di questa storia a lui colpiscono tre aspetti? Anche con valore psicologico, colpire entra infatti in una costruzione transitiva. Accostare alla sua reggenza la preposizione a dovrebbe essere sentito come errore o (che è lo stesso, esprimendosi in italiano) come crudo meridionalismo. Non succede così, invece. Senza differenze geografiche, in un contesto del genere gli attuali sì-dicenti trovano a adeguata alla reggenza, quando si tratta di pronome di prima persona. A tale persona danno così enfasi, la sottolineano. Una a davanti a me sembra naturalissima: un suo diritto inalienabile. “Perché? Si potrebbe dire diversamente?”: così chi scrive s’è sentito chiedere quando ha osservato ciò che a lui pare ancora una stranezza. “Sì. E in più modi”, fu la risposta. Ma altro è qui sul tappeto.   ...

Meglio buttarla sul sentimentale / “Di cuore”

Ci si faccia caso: da un po’, le manifestazioni orali e scritte della gratitudine, pubblica e privata, contengono regolarmente di cuore: “Grazie di cuore per...”, “Ringrazio tutti di cuore di...”, “Un ringraziamento di cuore a chi...”.  Sulle prime, il fenomeno si è mosso lentamente. È stato quindi poco percepibile: di cuore pareva una formula come molte altre, in quel contesto. Del resto, tale è sempre stata: non è una novità. Nuovo è che stia conformisticamente dilagando. È diventato impossibile non notarla: del resto, chi la proferisce vuole proprio che la si noti. E non c’è variante che non stia al momento soccombendo alla sua inarrestabile avanzata.    A non aggiungere oggi di cuore a un’espressione d’animo grato, in certi ambienti, è come se non si ringraziasse: “Comeee? Ha detto uno schietto grazie e basta? Nudo e crudo, senza di cuore? Te l’avevo detto: è supponente. Pensa di non doverti nulla e, ti dirò, sono certa che di te non gliene frega proprio niente. Dice per dire, che ti è grato. Mandalo al diavolo”.    Solo due doverose parole di analisi funzionale, in proposito. Di cuore è una modificazione che non interviene al livello dell'enunciato (...

Parole quasi uscite dall'uso / “Stucchevole” e “melenso”

Tra le parole che oggi non ricorrono tanto quanto dovrebbero o che non ricorrono abbastanza dove forse dovrebbero, ci sono gli aggettivi “stucchevole” e “melenso”. Il secondo specificamente in quel suo valore, venuto alla luce, a quanto pare, ora è poco più di un secolo, che lo avvicina, senza renderlo identico, a “lezioso”, “sdolcinato”, “caramelloso”, “svenevole”. Così inteso, chi scrive lo ha sentito fin da bambino sulle labbra del proprio genitore. Senza avere dottrina, tanto meno dottrina letteraria, egli aveva forse respirato in gioventù un’etica diffusamente pirandelliana. In essa, c’è da ritenere, la rilevazione critica e a tratti irridente, la stigmatizzazione di ciò che era melenso erano praticate più di quanto non lo siano adesso.   Ecco appunto: oggi non lo sono. Invece, non ci sarebbero qualificazioni migliori, per la presente temperie culturale in lingua italiana, di quelle che possono fornire quei due aggettivi. Si rischia la carie ad addentare la cultura in lingua italiana, oggi, nei luoghi della sua produzione e del suo smercio. Per venire incontro a un gusto generale che, si opina (e si opina evidentemente bene), inclina al dolciastro, la produzione...

John is a Republican but he's honest / Ma

Erano gli inizi dei Settanta del Novecento: la “Contestazione” (così si diceva allora in italiano, con un’antonomasia esemplare) viveva ancora i suoi fasti. Robin Lakoff stava in una pattuglia di giovani scavezzacollo americani usciti da dottorati ispirati al credo chomskiano. Irrequieta, s’era già gettata in altre avventure intellettuali, tra le tante aperte dalla linguistica. Dalla sintassi, s’era perciò trasferita alla semantica e oltre.  Girovagando, le capitò di interrogarsi sulla congiunzione avversativa “but”, ‘ma’, e tirò fuori come esemplare il caso di “John is a Republican but he's honest”. L’esempio divenne celebre, tra i linguisti, come l’articolo che lo conteneva. Si capisce meglio perché, se si ricorda che erano gli anni del primo mandato del repubblicano Richard Nixon, un presidente pochissimo amato dalla gioventù contestatrice di allora. Si sa come finì poi il secondo mandato: Nixon non lo portò a termine, travolto, come disonesto, dal “Watergate” (metonimia e antonomasia, in tale designazione: qui non è il caso di tirarle in ballo; capitasse, un’altra volta).      Cosa mostrava l’esempio di Lakoff? Anzitutto che a chi è curioso della lingua e...

Sindaca, chirurga e pure ministra / Il genere effettivo e quello percepito

“Sindaca”? Certo! “Chirurga”? E perché no? “Ministra”? Ci mancherebbe. Anche “ingegnera” e tutto ciò che, oggi, “ditta il core” e impongono le sensibilità che, a dirle nuove, fa ormai ridere. Perché di sensibilità si tratta e di fatti di una categoria linguistica che si vorrebbe qui chiamare genere percepito, per provare a distinguerlo dal genere effettivo. Senza pretesa di scienza, naturalmente. Solo perché chi vuole provi a chiarirsi un po’ le idee, nel proprio foro interiore. Molti fenomeni della società si presentano del resto sotto tale duplice aspetto. E il percepito, che è un fatto, con una sua natura peculiare, oscura sovente l’effettivo. Per cogliere il secondo, che è anch’esso un fatto, serve dunque un punto di vista più freddo, più lontano.   Esemplare è il caso di “uomo”. Per indicare in modo generale la “nostra riverita specie” (parole di Manzoni), dire “l’uomo” non tanto non si può, quanto non usa più. Si ricorre così a “l’essere umano”: una perifrasi. Detto a margine, sembra questo il destino ineluttabile dell’eufemismo: la prolissità. La misura è ovviamente opportuna. Per via di una regolarità rigorosa e infrangibile, “essere (umano)” non manca tuttavia di un...

Antonomasie / E se, per qualcuno, la Pulce fosse un carneade?

“– Carneade! Chi era costui? – ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. – Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?”. Ecco Alessandro Manzoni dare una pennellata alla figura di don Abbondio, prete di campagna di incerta cultura, descrivendone il tratto umano forse meno antipatico. Altri, come la codardia, sono “troppo umani” e quindi riprovevoli, a coglierli fuori di se stessi. Non così, quando li si pratica in proprio. Qui non si dice però né di psiche né di morale. Di lingua, piuttosto. Con la lingua, Manzoni aveva del resto un rapporto consapevole, lo si sa.  Il “gag” illustra una proprietà comunicativa del nome proprio nel discorso. Mostra che (si ponga appunto) “Carneade” non è espressione trasparente se, per chi la riceve, designa appunto un carneade. Un gioco di parole? Sì. Oggi possibile grazie al successo della trovata manzoniana. La battuta divenne proverbiale. Nacque un’antonomasia. Di antonomasia, ce ne...

Morto il caput spunta la testa / Che testa!

Pochi lo sanno e nessuno ci pensa: in origine, “testa” era una metafora. Ed è ancora oggi una metafora, ma spenta, come dicono gli specialisti con altra metafora. Cos’è allora una metafora spenta? È come un vulcano spento, l’orifizio di una vena di lava non più incandescente e ormai solidificata.  Fuor di metafora, una metafora spenta è una metafora che non pare più tale a chi se ne serve. Chi la usa, lo fa come fosse parola qualsiasi, dal piano significato denotativo. E “testa” è proprio così: è metafora spenta esemplare. Chi oggi in italiano proferisce “testa” a cosa si riferisce banalmente se non a ciò che, nel caso di un essere umano, gli sta sul collo?   Per dir lo stesso, chi parlava latino diceva “caput”, che nel naufragio del latino non si è completamente perso. Lo continua l’italiano “capo”. “Capo” fa qui e lì concorrenza a “testa”, ma sono come Pepsi e CocaCola: si sa qual è la più popolare. Non è dappertutto così. Varianti di “capo” prevalgono nei dialetti meridionali. Non in Sicilia, però, e lo si nota perché si tratta di un caso curioso. Nel Medioevo, capitava che l’emigrazione si orientasse al Sud invece che al Nord e, laggiù, “testa” pare l’abbiano portata...

300.000 "mi piace" all'Accademia della Crusca / Di pala in brand. Crusca alla Crusca

“Cruscaio”, “cruscante”, “cruscata”, “cruscheggiante” e “cruscheggiare”, “cruscherìa” e “cruschesco”, “cruschevole” e “cruschevolmente”... Un'intera famiglia di parole. Ma chi le usa più? Nessuno. E chi saprebbe come usarle? Forse poche e pochi. Eppure sono parole italianissime e inimitabili. Parole a denominazione di origine controllata e garantita.  Un buon dizionario, in proposito, può aiutare chi vuole saperne di più. Per esempio, il “Grande Dizionario della Lingua Italiana” di Salvatore Battaglia. Si vedrà come parole siffatte si trovino sotto le penne di Foscolo e Leopardi, di Baretti e Berchet, di Ojetti e D'Annunzio, di Settembrini e Tommaseo. Erano tempi forse più vivaci dei presenti? Tempi di "pane al pane, vino al vino e Crusca alla Crusca”? Forse.  Il merito dell'esistenza di queste parole, in italiano, va infatti alla celebre Accademia della Crusca. Ma è un merito involontario. In anni lontani, l'Accademia della Crusca fecondò la lingua in proposito. E la lingua partorì simili espressioni. Non lo fece di certo per esprimere lodi. In passato, poteva succedere che la Crusca e le attitudini linguistiche da essa incoraggiate fossero biasimate. E, come si vede,...

“Ho la mia età” mi fa (più) vecchio / Il fantasma dell'età riflessiva

Di acciacchi, ognuno ha i suoi e lo stesso di età. Ognuno ha strettamente la sua, di età. C'è bisogno di dirlo? Sì, è vero. Si può anche avere l'età di un altro. Nel senso ovvio che si può avere un'età pari a quella di un altro. “E tu, di che anno sei?” “Ho più o meno la tua età.” “Se hai la mia età, Lucio Battisti non ti può essere indifferente...”.  Stesse in questi termini, la faccenda dell'età sarebbe abbastanza semplice. Ma l'età, purtroppo, non sta solo in questi termini linguistici. Non ci credete? Provate a mettere alla stessa persona grammaticale soggetto e aggettivo possessivo. Invece di dire “Ho la tua età”, affermazione completamente neutra e che non dice affatto che età avete, provate a dire “Ho la mia età”. Non vi sentite già più vecchi? Anche se vecchi non vi sentite, vecchi vi siete ipso facto dichiarati. Proprio così. Ciascuno ha la sua età, in modo inalienabile. Nessuno può togliergliela. Ma deve fare attenzione a dichiararlo, di avere la propria età. A dire “Ho la mia età” non si passa infatti per una sorta di Monsieur de La Palice (o di Max Catalano: chi fu il compianto Max Catalano? Tra chi legge, lo sa forse chi ha la sua età; gli altri si rivolgano a...

Tempi di arrivi / Manganelli, un cavallo verde e una sigaretta senza filtro

“Sono da sempre persuaso che un giorno entrerà in casa mia un cavallo verde a chiedermi una sigaretta senza filtro, e sento fin d'ora il disagio che proverò dovendogli rispondere che non fumo”: come non condividere cordialmente l'attitudine di Giorgio Manganelli così deliziosamente presentata? Cinque verbi di forma finita, in equilibrata alternanza: presente, futuro, presente, futuro, presente. Alta oreficeria. Meccanica di precisione.   “Sono persuaso”: presente e stato morale permanente, vero in quanto soggettivo. Il futuro è d’altra parte un modo, più che un tempo; uno dei modi dell’irrealtà di cui l’italiano abbonda. In “entrerà” esso è però coniugato alla terza persona: la persona dell’oggettività. Di nuovo uno stato sentimentale: “sento (il disagio)”, di nuovo un presente soggettivo. Segue “proverò”, sintesi al futuro che mescola verità soggettiva e irrealtà oggettiva. Chiude “non fumo” ed è un mortaretto o, se si vuole, il contrario di un mortaretto; l’espressione più piana e quotidiana, al presente, di uno stato permanente del soggetto, visto negativamente. Quando si dice sapere scrivere. Lo si vede anche in questo minuscolo passaggio, tratto quasi a casaccio da una...

I falsi riflessivi / Ci amiamo noi o mi amo io

Nella sintassi italiana c'è un piccolo neo, un delizioso difetto che rende ambiguo il titolo del celebre film di Ettore Scola. Un'ambiguità forse mai notata o, se notata, rimasta sotto silenzio. Faccenda grammaticale: può parere noiosa ma è divertente. Un esempio chiarisce di cosa si tratta. Allo zoo. Gabbia delle scimmie. Due provvedono alla reciproca spulciatura. Commento appropriato: “Le scimmie si stanno spulciando”. Finita la spulciatura vicendevole, ciascuna continua spulciando se stessa. Commento appropriato: “Le scimmie si stanno spulciando”. Parole uguali per dire di azioni tanto reciproche quanto riflessive.    Star lì a spiegare come ciò accada in italiano (e in lingue sorelle) sarebbe pedante. Normalmente la cosa passa inosservata: per informazioni sulle ambiguità, si chieda a poeti e linguisti. I contesti in cui si parla e le conoscenze pregresse le celano. Un paio d'esempi, ispirati al più bruciante presente. “Putin e Erdogan si disprezzano”: c'è bisogno di dire “vicendevolmente”? Pensare a un sentimento riflessivo sarebbe da male informati.“Putin e Erdogan si piacciono”: fosse espressione dal valore reciproco, il futuro di tutti sarebbe meno insicuro. Ma a...