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Manoel de Oliveira

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De Oliveira, l'enigma

Così, per immagini che tornano in mente senza pensarci troppo, perché racchiudere 106 anni di vita e ottanta di cinema in un articolo è impossibile. Inevitabile, forse, ma ingiusto.   Manoel De Oliveira è morto, anche se tutti lo consideravamo immortale. A un certo punto della sua carriera aveva pure cominciato a girare film testamentari (almeno così allora sembrava), film di riflessione sulla vita e sulla morte, come Viaggio all’inizio del mondo, Ritorno a casa, qualcuno disse anche Parola e utopia: ma siccome poi la sua ora non si decideva ad arrivare, De Oliveira proseguiva a cazzeggiare (sì, cazzeggare, non ricordo un regista che abbia cazzeggiato con maggior piacere come De Oliveira) e a divertirsi con il suo cinema, con la sua sterminata cultura, con l’ancora più vasta ironia, parlando di identità, di memoria, di radici, di bellezza, di morte, di angeli e demoni, di patti col diavolo, di scherzi a Dio, sempre con l’animo dell’affabulatore, del narratore che si prende il proprio tempo, che considera la parola come l’immagine, qualcosa da costruire, mettere in scena, rendere essenziale...

Michel Hazanavicius. The Artist

A volte vale la pena parlare dei film che escono in sala semplicemente perché se lo meritano, altre perché toccano più o meno lucidamente qualche nodo sensibile della società in cui viviamo, altre ancora perché, nel loro impianto e nelle reazioni che innescano, sono sintomatici di alcuni suoi meccanismi, che, per quanto evidenti, tendono ad assumere un’ingannevole trasparenza. Uno di questi è quello di insinuare la retorica della necessità e dell’autenticità in oggetti che non possiedono né l’una né l’altra, ma che proprio grazie a questa discreta e sorridente vacuità si inseriscono agevolmente negli ingranaggi del marketing, dove ogni risposta e interpretazione viene spietatamente programmata a forza di tag-line e parole d’ordine, per poi trasmettersi (nelle intenzioni, ma spesso purtroppo anche nei fatti) con naturalezza pavloviana alle recensioni e ai commenti del pubblico. E seguendo il ragionamento, si può anche azzardare che il blockbuster, nella dichiarazione manifesta della sua natura merceologica, offra paradossalmente più libertà di fruizione...