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Emozioni di un colore e storia di una pietra / Il turchese di Ellen Meloy

Il color turchese è una tonalità pastello che sta tra l’azzurro e il verde; viene anche chiamato color uovo di pettirosso blu, un uccello americano molto diverso dal nostro pettirosso, classificato come Turdus migratorius. È il colore scelto da Tiffany & Co. per le scatoline e i sacchetti dei preziosi gioielli, una tinta con il codice Pantone 1837 che però – ci spiega Riccardo Falcinelli – non compare nella mazzetta dei colori dell’azienda di grafica: 1837 è l’anno di fondazione di Tiffany e il colore 1837 è il suo marchio registrato, «racconta il suo prestigio per assenza; qualcosa di esclusivo, che di certo esiste, ma che non è possibile comprare o usare. Non da tutti, perlomeno» (Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo, Einaudi, Torino 2017, pp. 349-350). Per il momento ci possiamo accontentare di sbucciare un piccolo uovo sodo di quaglia per vedere un color turchese nostrano.   L’etimo di ‘turchese’ rimanda però alla turchese, alla pietra turchese, e non è un termine antico, risale al Medioevo: deriva dall’antico francese turqueise o turquoise (sottinteso pierre, pietra), ‘pietra turca’, originaria delle terre dei Turchi, portata in Europa attraverso...

François Xavier Bon de Saint Hilaire Ferdinando Marsili / Coralli e rinunce

Coralli policromi. Ci sono due modi di darsi alla scienza: esaminando i suoi enunciati, oppure guardando alla vita delle persone che li hanno pensati. Nel primo caso avremo accesso al dietro le quinte di quel grande teatro che chiamiamo “Natura”, nel secondo potremo scoprire verità sconcertanti su noi stessi.  Ricco di disadattati, lunatici, figli di streghe, parenti di eretici, e ancora di entusiasti, perseguitati, oltraggiati e perdenti, il vasto almanacco di uomini e donne che hanno fatto la scienza si presta a offrire casi illuminanti di vite insospettabili: esempi autorevoli da cui prendere le mosse per esaminare qualcosa di quel vasto mondo che costituisce il nostro io profondo.  Vi sono storie per ogni eventualità. Ognuno potrà trovare quelle a sé più congeniali. Geni dimenticati, visionari derisi, studiosi in bolletta… ma anche approfittatori arditi, imprenditori solerti e tutta quella fisarmonica di tipi psicologici e destini imprevedibili che il fato ha srotolato sulla Terra dall’alba dei tempi. Si tratta di personalità stimate e a noi ben note a cui difficilmente si potrebbero attribuire destini maldestri o vicende sconvenienti e che dunque – nel vederli...

Un verso, la poesia su doppiozero / La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i libri

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   È un verso di Mallarmé, che nella sua lingua suona: La chair est triste, hélas! Et j’ai lu tous les livres. Apre Brise marine (Brezza marina), poesia scritta dal poeta nel 1865, a ventitré anni. Un verso, dunque, della prima stagione del poeta, una stagione ancora tutta segnata dall’...

Villes balnéaires du XVIIIe siècle à nos jours / Tutti al mare

Uno dice “vado al mare”, e immagina spazi aperti e aria pura, ben distanti dal caos cittadino e dallo smog delle fabbriche, dal cemento e dall’asfalto, dai rumori e dai miasmi metropolitani, dallo stress di una quotidianità pervicacemente imbruttita dal continuo correre. Ci si immagina una vita alla Celentano, se pure ricca di sabbia e di iodio, sotto il segno tanto agognato quanto misterioso di una natura madre e matrona. Le scuse non mancano: si va al mare innanzitutto per ragioni salutari, poi per sgranchire il corpo e mettere la mente a riposo, per staccare dal tran tran, rituffarsi nelle silenziosità nutritive del liquido più amniotico che ci resti. Il tipo da spiaggia mostra le chiappe chiare, si sa, ma anche un’atavica voglia di benefica wilderness. Tanto fittizia quanto irresistibile.      L’invenzione del mare come attrazione turistica viene da qui, come azione parallela all’espandersi della (si fa per dire) civiltà industriale, ricerca di una purezza quasi atavica, desiderio di ritrovare se stessi, la propria supposta autenticità: nessuna artificiosità, nessuna sovrastruttura, niente cupidigia, niente secondi fini, niente di niente.    Ma è...

Mare e Sardegna

“Finalmente ti sei organizzato delle belle vacanze”. L’approvazione di mia madre è il viatico a un’estate meno on the road del solito, con alcune giornate dedicate al mare, ai bagni, alla famosa “aria buona”, così rara quando si torna in città. E così, dopo un breve volo notturno Pisa-Alghero, eccomi sulla Carlo Felice in una Sardegna dove la notte coincide col buio. Sento soprattutto le buche della strada che mi conduce verso Riola Sardo, in mezzo al Campidano, a pochi chilometri dallo stagno di Cabras, dove un’amica milanese ha ristrutturato con garbo e rispetto una casa di paese e vi trascorre molti mesi all’anno. Attraverso di lei conoscerò una piccola, informale, comunità di sardi e di continentali che vivono un po’ fuori dagli schemi e amano questa terra di cui sono giustamente orgogliosi. Anch’io amo la Sardegna e riprendo qualche pagina di Mare e Sardegna, il bellissimo reportage che D.H. Lawrence scrisse dopo aver trascorso qualche giorno nell’isola nell’inverno del 1921.   Lo scrittore inglese la paragona a Malta, lost between Europe and Africa and belonging to nowhere. L’unicità della Sardegna, left outside time and history, è data prima di tutto dalla...