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In-ludere / L’estetica triste

Anselm Kiefer.    C’è ancora posto per la bellezza e la riflessione nelle nostre vite e nelle relazioni sociali? L’ipotesi che vorremmo poter difendere è che fino a che esisterà un essere come noi umani, capace per natura di immaginare l’inedito e generare quello che ancora non c’è, una certa presa di distanza dalla tacita appartenenza adesiva alle cose sarà possibile. Vorremmo sostenere l’idea che, per quanto il cosiddetto mental set o habit possano influire e vincolare il senso e la generatività umana, come sosteneva Boris Pasternak, “la vita trabocca sempre dall’orlo di ogni tazza”. Siamo fatti di una tensione che rinvia sempre a qualcos’altro rispetto a quello che c’è già, e non per scelta, ma per costituzione evolutiva specifica: ogni conformismo e ogni saturazione contengono per noi sempre un margine generativo. Certo, è una questione di tempo e di senso. Vale per il senso ciò che vale per l’arte, che, come sostiene Anselm Kiefer citando il Vangelo di Giovanni, “Là dove si trova, non potremo mai raggiungerla” [L’arte sopravvivrà alle sue rovine, Lezione tenuta al Collège de France il 2 dicembre 2010]. L’indecidibile e l’indicibile, per il fatto stesso che siamo...

Quando la teoria critica non era solo un lamento / Edgar Morin. L’etica del Loisir

Torna finalmente in libreria Lo spirito del tempo di Edgar Morin, un classico della sociologia dei media che mancava in Italia dal 2005. Nella nota introduttiva, Andrea Rabbito, il curatore del volume, spiega che questa nuova edizione vuole colmare un vuoto editoriale e soprattutto intende restituire agli studiosi contemporanei un testo che preserva ancora inalterata la capacità di cogliere “lo spirito del tempo attuale” (p. 9). È proprio questo il punto di avvio preferenziale per comprendere l’opera di Morin, l’idea di uno “spirito del tempo”, vale a dire quella di un clima nuovo che fotografa l’uomo “a un certo stadio della tecnica, dell’industria, del capitalismo, della democrazia e dei consumi” (p. 235).   Un problema di fondo, quindi, che, come scrive Ruggero Eugeni nella bella introduzione al volume, è allo stesso tempo lo sfondo su cui si staglia la vita dell’Occidente, descritto da Morin portando alla luce i più significativi dettagli dell’impronta che la cultura di massa deposita sul mondo. Lo spirito del tempo studiato da Morin è “l’etica del loisir”, una delle intuizioni più felici dello studioso francese – rielaborata e attualizzata oggi, nel modo più diretto,...

Fotografare le slide. Ritorno all’immagine? / Morte degli appunti

Ho cominciato da qualche settimana il mio ennesimo corso universitario. Da parecchi anni, si sa, non si può più fare a meno dei power point (sostituto attuale dei cari, vecchi lucidi da lavagna luminosa, a loro volta rimpiazzi di gessetti e grafite), che al di là della loro reale utilità, e ancor di più di quel che proiettano (definizioni, informazioni, parole, immagini, grafici..), connotano parecchio un qualsiasi speech come ‘lezione universitaria’, o comunque come ‘discorso serio’. Un discorso senza power point sa di fuffa. Una fuffa con power point sa di discorso serio. Così, se ti presenti a lezione a mani vuote gli studenti come minimo chiamano Tremonti (ieri) o Di Maio (oggi) al Messenger di Facebook per segnalare l’ennesimo barone universitario ciarlatano e fannullone.   È l’andazzo: occorre adeguarsi. Al punto che, come è stato detto in termini forse un po’ deterministi, ne è nato un powerpoint-pensiero, una forma di argomentazione – e di concettualizzazione – plasmata dalla specifica forma di questa applicazione, da quel che consente o non consente di fare (e di dire) e, soprattutto, da quel che obbliga a fare (e a dire). È la software culture, ragazzi, di cui – da...

Pensare la cucina / Marchesi: l’arte del buon senso, lo spettro del Kitsch

La notizia della morte di Gualtiero Marchesi, la sera del 26 dicembre scorso, l’ho appresa da Facebook. Il mattino dopo m’è arrivata per mail, con indicazioni dettagliate circa le esequie, la conferma ufficiale. La mail aveva come mittente Gualtiero Marchesi. Inquietante, lo so, forse macabro: per chi ha un po’ di dimestichezza coi social, invece, è assai poco strano. Si potrebbe giustamente ricordare, in casi così, l’agghiacciante racconto di Edgar A. Poe (“’I’ve been sleeping, but now I’m dead’, said Mr Valdemar…”). Ma i media vecchi e nuovi ci hanno insegnato a cogliere, pacificamente e cinicamente, la differenza discorsiva fra una persona fisica e la sua immagine pubblica, fra un corpo fisiologico e il suo brand. Ed è in tale differenza, sottile per taluni, incommensurabile per altri, che va letta, e interpretata, la scomparsa di questo grande della cucina italiana.    Ora, il problema non è tanto quello di tenere smembrati l’uomo e il suo simulacro mediatico, la persona e il personaggio, né tantomeno di discernere fra l’effettiva abilità ai fornelli e la sua efficace promozione urbi et orbi. Al contrario, quel che è interessante è il modo in cui, riuscendo a...

Non c'è luogo se non c'è esperienza / Media e luoghi

Shaun Moores è conosciuto in Italia grazie al suo importante studio di qualche anno fa Il consumo dei media (Il Mulino), che ha avuto il merito di presentare nel nostro paese un dettagliato quadro delle attività di ricerca di tipo etnografico e dei dibattiti culturali sorti intorno al Media Group del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham, articolando una linea riflessiva in aperta opposizione rispetto agli studi quantitativi di matrice statunitense, che per decenni avevano rappresentato il punto di riferimento nella sociologia della comunicazione. Moores, in modo sistematico e originale, si è fatto traduttore di una “svolta etnografica” che ha avuto il merito di condurre lo studio dei media, e in particolare della televisione, sui dettagli della fruizione e dei prodotti culturali, integrando da un lato l’approccio semiotico ai testi – facendo riferimento in particolare ai lavori di Roland Barthes – e dall’altro riprendendo in maniera piuttosto fedele le metodologie delle discipline antropologiche, che in quegli anni stavano vivendo una svolta epistemologica, sintetizzata dal celebre lavoro di James Clifford e George Marcus, Scrivere le culture (Meltemi). ...

La folla / Hawthorne e Poe: all’origine dei media

Lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne ha descritto nel racconto Wakefield l’originale comportamento di un uomo londinese che ha improvvisamente deciso di abbandonare la sua abitazione e la moglie, ma di rimanere comunque a vivere per vent’anni, seppure in incognito, nelle immediate vicinanze. Ha voluto cioè lasciare il suo ambiente quotidiano per vivere nello spazio urbano e per confondersi con la folla che lo abita. Come ha scritto però Alberto Abruzzese «La folla londinese accoglie in sé Wakefield, lo ospita, lo divide e insieme preserva, lo danna e insieme salva». Si può dire dunque che la massa opera in qualche misura come i media. In essa ci si perde, ma ci si può anche ritrovare. A patto naturalmente di accettare senza remore quello che essa propone: entrare totalmente in un’altra dimensione. Cioè evadere da quel territorio fisico che appartiene alla realtà quotidiana per passare nel regno della fantasia e del fantastico. Non a caso Wakefield, come ha scritto Hawthorne alla fine del racconto, può essere considerato il «Reietto dell’Universo» e lo è perché è entrato in un altro mondo, ha deciso di annullare la sua identità e uscire temporaneamente dalla sua dimensione...

La disponibilità degli individui alla sottomissione / La passività delle masse

Le società contemporanee hanno bisogno della massa, ma questa ha costituito un problema sin dal momento della sua apparizione, nelle prime forme di metropoli sviluppatesi durante l’Ottocento. Non a caso scrittori lungimiranti come Poe e Baudelaire, all’epoca, hanno avvertito l’esistenza di tutto ciò. La massa è problematica perché si presenta come un aggregato estremamente ampio di individui, ma privo di organizzazione e composto di soggetti isolati e incapaci di interagire tra loro in modo significativo. Gustave Le Bon, alla fine dell’Ottocento, nel celebre volume Psicologia delle folle (Longanesi), ha interpretato la massa come il risultato di un processo di omologazione: «Quali che siano gli individui che compongono la folla, per simili o diversi che possano essere il loro modo di vita, le loro occupazioni, carattere e intelligenza, il solo fatto di essere trasformati in massa li dota di una sorta di anima collettiva, in virtù della quale essi sentono, pensano e agiscono in modo del tutto diverso da quello in cui ciascuno di essi, preso isolatamente, sentirebbe o penserebbe e agirebbe. Certe idee, certi sentimenti nascono e si trasformano in atti soltanto negli individui...

L’umanità come ditta di trasloco

È in atto un gigantesco esodo, il più grande della storia. Non mi riferisco al dramma delle migrazioni dal Sud al Nord del mondo, non mi riferisco al genocidio silenzioso causato dai sessanta milioni di persone che ogni anno si traferiscono verso le metropoli. L’esodo a cui mi riferisco è insieme serissimo e frivolo, e forse più che un esodo dovremmo chiamarlo trasloco. Si cambia casa, si va a vivere in Rete, dal condominio reale al condominio digitale. È una cosa che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Pure io sto traslocando e mentre scrivo questo articolo faccio un pezzo di trasloco, come se impacchettassi un lampadario da accendere nella nuova casa. Il trasloco avviene nei bar, per strada, nei treni, ovunque si vede un essere umano con un cellulare in mano: li chiamiamo ancora telefonini, ma sono dei tir dentro i quali ci sono tutte le nostre masserizie.   Dove andiamo? Abbiamo una terra promessa? C’è un Dio da seguire, ci sono tavole di una nuova legge? Niente di tutto questo. Si migra nella Rete perché qualcuno l’ha creata. Forse l’umanità quando ha capito di non poter colonizzare altri pianeti, ha deciso di creare qui sulla terra un pianeta parallello. Per arrivarci...

I media creano i luoghi / Cosa ci può dire ancora McLuhan?

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, non abbiamo solo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera, ma abbiamo pensato di organizzare dieci incontri: maestri che parlano di maestri. Vanni Codeluppi, lunedì 12 marzo alle ore 16.oo, parlerà di Marshall McLuhan.   Il canadese Marshall McLuhan è stato probabilmente il più importante studioso dei media. È scomparso quasi quarant’anni fa, nel 1980, ma i principali concetti teorici che ha elaborato sono ancora notevolmente conosciuti e continuano in gran parte a essere efficaci per spiegare il funzionamento della comunicazione contemporanea. Certo, vanno sviluppati e aggiornati, dato il consistente tempo che è passato dalla loro comparsa. Ha dunque senso parlare ancora oggi di McLuhan se si è in grado di riprendere e migliorare le sue idee, come ha fatto in passato il suo allievo Derrick De Kerckhove in alcuni dei suoi migliori libri. Ma McLuhan può anche essere ripreso per collocarlo all’interno dell’...

Strategie fatali / Le tre fasi del terrorismo

Il terrorismo non può fare a meno dei media. Questi, infatti, gli offrono un fondamentale spazio di visibilità sociale. Osservando il rapporto che si è storicamente sviluppato in Occidente tra terrorismo e media, si possono distinguere tre diverse fasi. E ciascuna di esse è strettamente legata alle caratteristiche di uno specifico medium.    La prima fase è quella del gesto singolo. Dell’atto ideato e portato a termine da un individuo che in molti casi era anche anarchico e dunque, in quanto tale, non legato a una vera organizzazione. In un’epoca in cui esistevano solamente i quotidiani, la notizia dell’evento arrivava a una parte limitata della popolazione: quella alfabetizzata. Arrivava però all’élite che contava e dunque riusciva comunque a essere efficace. Al punto che un attentato di un singolo ha potuto trascinare l’intera Europa verso la prima Guerra mondiale.    La seconda fase è quella in cui l’attentato era percepito come frutto di un complotto, cioè di una strategia concepita e realizzata da un’efficiente organizzazione, politica, religiosa o comunque mossa da un’unica ideologia. Ne sono un esempio le azioni portate a termine alle Olimpiadi di Monaco...

Star Trek come rifugio utopico

È in uscita presso l’editore FrancoAngeli il volume di Robert V. Kozinets Il culto di Star Trek. Media, fan e netnografia. Il volume, curato da Tito Vagni, esce in occasione dei cinquant’anni dalla prima puntata di questa celebre serie televisiva di fantascienza ed è frutto di un’approfondita ricerca sul campo condotta alcuni anni fa sui fan della serie. Presentiamo in anteprima alcune pagine dal volume.   La serie era utopica sotto diversi aspetti, rompeva molti tabù sociali dominanti, mostrando un gruppo di persone appartenenti a razze ed etnie diverse intente a lavorare insieme nel futuro, e inserendo inoltre donne e uomini neri in posizioni di comando. L’episodio di Star Trek, “I figliastri di Platone” è passato alla storia per aver mostrato il primo bacio interrazziale della televisione americana. Star Trek, in questo modo, conferma in maniera enfatica l’affermazione di Dyer per cui i testi dei media contemporanei, per poter intrattenere (entertaining, i.e., procurare piacere), devono rifarsi a immagini e ideali che sono utopici. Anche se pone l’enfasi sull’ideologia piuttosto che sul piacere, Jameson, similmente, osserva che “le opere della cultura di massa non possono...

Ininterrotta comunicazione / L’amore nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Spesso, superata una certa fase iniziale di conoscenza, gli utenti dei maggiori social network, in particolare quelli che prevedono una chat interna, sono soliti lamentarsi reciprocamente dell’artificiosità del medium. Si fa strada una certa reticenza nel parlare, la sensazione – quasi una vergogna – di aver superato un limite d’intimità con un estraneo, di cui al fondo si conosce solo l’identità costruita sullo schermo, per esso o tramite esso. A volte l’escamotage per uscire da questo imbarazzo è lo scambio di numeri di telefono, come se la voce, lo scambio delle voci, creasse una sfera maggiormente “reale”, rispetto a quella interamente scritta della chat. Spesso allo scambio dei numeri di telefono non fa seguito alcuna telefonata. Resta un pudore, un’intimità che fatica a essere violata, anche volendo: come se la scrittura e la voce fossero due realtà totalmente incommensurabili.   Più spesso risulta maggiormente efficace lo scambio dell’indirizzo privato di posta elettronica: si resta sul piano della scrittura, ma all’immediato dileguare della chat (in cui spesso la possibilità di scrivere in contemporanea crea sovrapposizioni tra le risposte) fa da contraltare la...

“Hai mai visto un comunista bere acqua?” / Il complottismo italiano

Qualcuno sicuramente ricorderà quella scena del Dottor Stranamore di Kubrick in cui il generale Ripper, uno dei migliori esempi cinematografici di tipo autoritario paranoide, chiede all’ufficiale della Raf Lionel Mandrake, interpretato da Peter Sellers: “Ha mai visto un comunista bere un bicchiere d’acqua?” per poi aggiungere: “Nessun comunista berrà mai acqua e sanno bene quello che fanno. […] Non sa che la fluorocontaminazione è forse il piano più mostruoso che i comunisti abbiano mai concepito ai nostri danni?”. Probabilmente oggi pochi sanno cosa sia la fluorocontaminazione, anche detta fluorizzazione. Si tratta della semplice aggiunta di ioni fluoro all’acqua per diminuire l’incidenza di alcune malattie dentarie. Una pratica molto diffusa in Nord America che nel pieno della guerra fredda divenne una delle ossessioni complottiste più note: i comunisti l’avrebbero usata per avvelenare l’acqua degli americani, producendo menomazioni fisiche e mentali. Un’arma chimica che era anche una ipotesi perturbante per le coscienze americane, poiché avrebbe agito nella quotidianità e nella completa invisibilità direttamente nelle viscere delle vittime. Qualcosa di agghiacciante anche per i...