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Messico

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Migranti e letteratura / Due romanzi messicani: La fila indiana e Terra bruciata

Il rumore delle portiere che sbattono, poi qualcosa che somiglia a un tuono, infine i passi veloci nei corridoi. Hanno con sé delle spranghe, forse sono mazze da baseball: è un assalto.  A questo punto il lettore, assecondato dalla forza realistica della scena descritta in una delle pagine iniziali del romanzo, sente le risate di scherno degli aggressori elettrizzati e vede persino gli stracci che avvolgono le bottiglie di benzina che useranno poco dopo, quando usciranno dall’edificio. Le vittime, tutti stranieri, cercano un nascondiglio nella penombra, si riparano dalle botte sotto le coperte scozzesi, accovacciate negli angoli delle stanze, vicino alle brande.  Forse, continuando a fare congetture, perché il lettore è agevolato dalla dura vividezza della prosa dell’autore che ha molto mestiere, c’è chi prova a mettersi in un armadietto di quelli in dotazione ma è troppo stretto, ci sta solo un bambino lì dentro, che infatti ci si è appena infilato. Allora di corsa verso i bagni, dove è possibile accucciarsi sui water, come nei film, con le gambe sollevate per non essere traditi dalla fessura tra il pavimento e la porta. Lì i picchiatori non avranno il tempo di arrivare...

Raccontare le ferite del nostro tempo / Il confine che ci attraversa

C'era una volta l'Europa, verrebbe da scrivere. «Quest'idea ci girava in testa già da un po'. Percorrendo la frontiera esterna – la grande crepa – abbiamo notato moltissime spaccature nel sogno europeo. C'è l'immensa voragine dei profughi; la breccia dei nazionalismi, la chiusura delle frontiere e la minaccia dell'uscita del Regno Unito dall'Ue, il populismo e l'islamofobia, la crisi che ha opposto il Nord al Sud, la rottura di un blocco di Paesi dell'Est che vedono in Bruxelles la nuova Mosca; il baratro della Siria, dell'Iraq e della Libia. E poi c'è la Russia, un abisso enorme sul quale abbiamo l'intenzione di affacciarci. “Ci sono crepe più grandi e altre più piccole. E sono tutte collegate”, mi dice Carlos subito prima dell'attentato. “Se non si riparano quelle, collassa tutta la struttura”».  Chi scrive è Guillermo Abril, giornalista spagnolo classe '81 che nel 2015, con il cortometraggio A la puertas de Europa, vince il World Press Photo con il fotografo Carlos Spottorno, connazionale nato a Budapest dieci anni prima di lui. Insieme hanno fatto un libro che – per dirla con le parole di Fabio Geda, che firma la commossa Prefazione – “è un'esperienza estetica...

Notizie dal Messico / Lo zapatismo e l’arte dell’immaginazione

«Il Vecchio Antonio torna a tendere la mano verso la stella. Si guarda la mano, il Vecchio Antonio, e dice: “Quando si sogna bisogna guardare la stella lassù, ma quando si lotta bisogna guardare la mano che indica la stella. Questo è vivere. Un continuo alzare e abbassare lo sguardo”.» Subcomandante Marcos     Nel corpo infermo del Messico, secondo un detto, si trova sia il veleno che l’antidoto. Di fronte ai 150mila assassinati e ai 30mila desaparecidos degli ultimi dieci anni, di fronte al terrore dei narcotrafficanti, alle fosse comuni e ai femminicidi di massa, di fronte ai sequestri, alla violenza militare e alle istituzioni corrotte, continua a esserci una parte di paese che resiste. Un Messico che risponde al dilagante senso di impotenza alzando fermo la voce.   Lo fanno gli insegnanti che da mesi, nonostante le sanguinose repressioni, proseguono la rivolta contro la riforma dell’educazione e la privatizzazione della scuola pubblica, e lo fa chi lotta per il diritto alla terra, in uno stato che ha dato in concessione a multinazionali quasi un terzo del suo territorio. Nell’impunità di un sistema economico basato non più su forza-lavoro e produzione, ma...