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Durante il Ventennio / La montagna etica

“Conoscere l'intimo della realtà si dice”, scrive Elémire Zolla in La montagna a proposito dei culti dei neri trascinati dall'Africa a Cuba, “entrare nella montagna, con sommo rispetto e consapevolezza, offrendo un sacrificio devoto, salutando i venti che ruotano attorno alla vetta”; e per tutto il saggio trova consonanze, attorno alla montagna sacra, nelle religione monoteiste come tra gli sciamani del nord America, nel buddhismo himalayano trapiantato in Cina e Giappone o nell'Induismo e nello Zoroastrismo. La montagna letterariamente nasce viceversa con il Romanticismo. Ciò lungo la prospettiva del sublime, ovvero della fascinazione per una natura dominante e pericolosa, e della conservazione del simbolico (altitudine, purezza, divino). Nel secondo Ottocento anche l'alpinismo si sviluppa professionalmente come competizione e conquista, il turismo d'élite si appropria delle vette, mentre è della Grande Guerra l'esperienza collettiva della fatica e del sacrificio estremo. A noi interessa un altro aspetto ancora della montagna, quello etico, databile per l'Italia tra i due conflitti mondiali, durante il Ventennio.    Di queste differenti dimensioni si nutre buona parte...

La sopravvivenza della Resistenza / 25 aprile 1945

Per gentile concessione dell'autore e dell'editore pubblichiamo alcune pagine estratte del volume di Carlo Greppi, 25 aprile 1945, Laterza 2018, prima uscita di una serie dedicata ai 10 giorni che hanno fatto l'Italia.   Sempre più sopite in ragione del tempo che scorre inesorabile e ci allontana da quegli anni, le polemiche su quanto l’unità antifascista non fosse nient’altro che una chimera, sul fatto che in realtà gli uomini impegnati nella Resistenza fossero in costante conflitto tra loro hanno logorato in parte la narrazione che di quei venti mesi si sarebbe potuta fare. Estenuanti dibattiti e bordate sui dissidi e sui frazionamenti del Comitato di liberazione nazionale e del Corpo volontari della libertà hanno troppo spesso allontanato dagli occhi della memoria pubblica italiana il portato tridimensionale di quelle che furono scelte definitive e senza possibilità di ripensamento, per molti tra coloro che furono ai vertici del movimento resistenziale. Alcuni si salvarono, altri no.    I protagonisti indiscussi di questa storia – Valenti, Maurizio, Italo – sono tre uomini nati a pochi chilometri e a pochi anni l’uno dall’altro, nello scorcio tra la fine dell’...

La Corte di Cassazione della Storia / Dedichereste una strada al geocentrismo tolemaico?

Mi sembra che la vicenda dell’ANPI del 25 aprile, nella quale i partigiani “veri” (cioè quelli defunti o vecchissimi) apprezzerebbero la Brigata ebraica del 1944-45, mentre invece i partigiani “nuovi” (cioè quelli giovani e male informati) si schiererebbero per Hamas, costituisca un bell’esempio di conta delle mele con le pere. C’è da sperare che un simile equivoco non si presenti più in futuro. Mi auguro non ve la prenderete troppo con me se mi lascio andare a una serie di affermazioni che non intendo neppure discutere: oggi non è più questione di memoria, stante il fatto che l’oblio alla fine vince lui, e non è che sia di destra. Esiste e basta. Ma esiste anche la Corte di Cassazione della Storia, le cui sentenze non possono essere dimenticate mai.    Prendiamo per esempio Giorgio Almirante, al quale di tanto in tanto si vuol dedicare qualche strada: a parte che questa storia della toponomastica forzosa comincia a darmi un po’ ai nervi dato che non è obbligatorio guadagnarsi una strada in città per il merito di una vecchiaia magari decorosa, ma mi chiedo se si sappia che, fascismo o no, razzismo o no, antisemitismo o no, in giovinezza Giorgio Almirante fu Segretario di...

Arrivare a baita / Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern

«Nell’inverno del 1944 ero prigioniero dei tedeschi in un paese verso il mar Baltico. Nevicava fitto, nevicava sempre. Io guardavo attraverso le piccole finestre della baracca ricordando la mia felice libertà nel paese lontano. E nel silenzio, tra il nevischio, mi ritrovai a ricordare compagni che la guerra aveva portato via. Improvvisamente mi tornarono veri, come stessi rivivendoli, i fatti che mi erano capitati l’anno prima […]. Presi allora un mozzicone di matita che conservavo nello zaino per quella mania che avevo di scrivere il mio diario, e su pezzi di carta racimolati in fretta incominciai a scrivere». È in questa maniera che il sergente maggiore degli Alpini Mario Rigoni Stern decide di trasformare la stesura del suo diario personale nel racconto di una testimonianza, di ciò che vide in Russia durante la Seconda guerra mondiale, a cominciare dalle sponde bianche di neve di un Don immobilizzato dal ghiaccio. Lì, dove il fiume devia improvvisamente verso est e sembra avvicinarsi fatalmente al Volga per poi ritornare in direzione del mar Nero. È in questa maniera che degli appunti presi su blocchi di fogli numerati divengono l’ossatura di quel libro che sarà pubblicato nel...

25 aprile 2017 / Ancora e sempre Il partigiano Johnny

Quando nel discorso del 26 luglio 1943, quasi atto fondativo della Resistenza, Duccio Galimberti definiva “pena atroce” il conflitto che si sarebbe scatenato, i giovani volontari e i soldati sbandati avranno subito pensato al duro combattimento contro i nazifascisti, fatto di raid. Ovvero di rapide azioni, di danneggiamento o di sottrazione, da parte di pochi uomini che agiscono in netta inferiorità di forze nel campo nemico e che configurano un’andata e un ritorno, aggiungendo che esse sono una figura tipica della guerriglia di resistenza. Nel più importante romanzo resistenziale, oggi ancor più completo e splendido nella versione critica offerta da Gabriele Pedullà con il titolo Il libro di Johnny, la parola ricorre due volte come del resto il fatto; ben più frequente un'altra forma che probabilmente chi ascoltava le parole di Duccio non si sarebbe aspettata, quella dell'Anabasi. L'opera, scritta dall'ateniese Senofonte, racconta nel primo capitolo dei diecimila mercenari, provenienti da varie parti della Grecia, messisi al servizio di Ciro il Giovane che andava preparando una coperta guerra per scalzare dal trono il fratello Artaserse II. Alla morte di Ciro nella battaglia di...

Il 2 giugno delle donne / Ada Gobetti. La partigiana educatrice

Torino, via XX Settembre   La conosciamo come Ada Gobetti perché, «per ragioni politiche, gli amici hanno sempre voluto chiamarmi Gobetti. E allora io, per affetto e rispetto di Ettore, ho sempre aggiunto Marchesini», disse riferendosi al secondo marito cui si era unita dopo la vedovanza. Ma l’identità e la personalità di Ada Prospero, classe 1902, vanno ben al di là dei cognomi acquisiti, e del resto non fu un caso se l’intellettuale Piero Gobetti se ne innamorò perdutamente. Un amore, ricambiato con la stessa intensità, nato a Torino nel palazzo di via XX Settembre 60, in cui entrambi abitavano, lei figlia unica di una coppia di benestanti commercianti di frutta, lui ambizioso giovane di cultura con la vocazione a sostenere ideali di libertà. L’incontro è quasi predestinato, Piero la coinvolge nel primo dei suoi progetti editoriali, la rivista «Energie Nove» – quindicinale politico-letterario cui collaborano Balbino Giuliano, Mario Attilio Levi, Maria Marchesini – e da allora non si separano. Siamo nel 1918, nel clima di generale mobilitazione della fine della Grande guerra, Ada ha 16 anni, lui uno di più. Insieme cominciano un percorso di formazione impegnativo, studiano...