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Promessi Sposi

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Speciale Aqua / Il ruolo dell’acqua nei Promessi Sposi

Il primo personaggio che compare in scena nei Promessi sposi è, a rigore, l’Anonimo. Sì, proprio lui, l’Anonimo Narratore secentesco dalla cui prosa ampollosamente retorica e barocca Manzoni ha finto di trascrivere la sua storia, avendo cura di “rifarne la dicitura”. Non è una nostra scoperta, questa, bensì, in un saggio di circa vent’anni fa, di Giuseppe Pontiggia, grande scrittore e critico notevolissimo. Però. Però. In effetti c’è un però. L’Anonimo, con cui effettivamente Manzoni “lotterà”, come scriveva Pontiggia, per tutto il corso del romanzo, sta nell’introduzione. E, se si prende l’edizione quarantana dell’opera, uscita per i tipi di Gugliemini e Redaelli, si noterà che l’introduzione è, anche tipograficamente in quanto disposta su due colonne, nettamente staccata dall’opera, un autentico, letterale hors d’oeuvre. (Non si pensi che noi siamo in possesso di una simile rarità bibliografica: abbiamo semplicemente l’anastatica contenuta nel Meridiano curato da Salvatore Silvano Nigro nel 2002). Quindi possiamo tranquillamente affermare che il primo personaggio dei Promessi sposi è il lago di Como, di cui, come tutti sappiamo a memoria, è preso in considerazione, nel...

Da Manzoni a Andreotti e Di Maio / I forni della politica

“Al forno! al forno!, si grida”: la carestia imperversa nella Milano dei Promessi sposi e il romanzo mette in scena i modi in cui nasce, si sviluppa, esplode e si esaurisce l’onda di una rabbia e di un moto popolari. Nutrono la rabbia sentimenti non diversi da quelli che, quando maturano politicamente e diventano un’ideologia, hanno una loro qualificazione specifica, nel discorso politico. La famiglia lessicale di tale qualificazione era naturalmente ignota ad Alessandro Manzoni. Venne infatti alla luce dopo la sua morte; in italiano, or sono circa cento anni, per influsso di tendenze politico-culturali extra-nazionali: populismo, populista. E non è nemmeno detto che parole siffatte sarebbero piaciute a Manzoni. È anzi ragionevole il contrario. La lacuna non gli impedì del resto di tracciare per metonimia un’analisi acuta e rivelatrice di un prodromo esemplare e di farlo senza sdottoreggiare ma in pagine narrative che si ha quasi l’impressione di profanare, se, nell’attuale temperie di editors e scuole di scrittura creativa, si ha l’impudenza di dirle superbe.   Eccone, quasi a casaccio, un passaggio: “La sera avanti quel giorno in cui Renzo arrivò a Milano, le strade e le...

Perché gli italiani non immaginano mondi possibili / Al futuro non ci crede nessuno

L’immaginazione nazional-popolare del bel paese è malata di passato e carente di futuro. Ladri di futuro lo hanno sottratto. Volete un esempio? Nella tarda primavera, al salone del libro di Torino, – e già mi sembra di andare troppo indietro – Giorgio Agamben si esprime in questi termini: “Il futuro, che non esiste, può essere inventato di sana pianta da qualsiasi ciarlatano. Diffidate, tanto nella vita privata quanto nella sfera pubblica, di chi vi offre un futuro”. L’autore prende spunto da un aforisma ancor più drastico di Flaiano, “Ho una tale sfiducia nel futuro, che faccio progetti solo per il passato”. Sono sentenze che esprimono la convinzione, assai diffusa nello stivale, secondo cui l’unica chiave che permette di comprendere la realtà sia il passato, “mentre uno sguardo rivolto unicamente al futuro ci espropria, col nostro passato, anche del presente”.    Ma è un giudizio corretto? O piuttosto questa sfiducia verso il futuro è una malattia cronica che affligge il nostro sentimento nazional-popolare? Veramente il futuro è solo un inganno ordito per ingannare i molti? Un fuoco fatuo? Una sirena che porta i naviganti ad affondare scontrandosi contro le rocce della...

Più alta di tutte, co’ suoi rami allargati / Uva turca

Ben prima di Gilles Clément, teorico del «terzo paesaggio», il nostro Alessandro Manzoni è titolare se non di un elogio certo di un democratico omaggio alle erbe spontanee. Nel celebre passo sulla vigna di Renzo (cap. XXIII) lo scrittore appassionato di botanica elenca una gran varietà di essenze vegetali divenute padrone del piccolo podere. Questo quadro naturalistico ha nell’economia dei Promessi Sposi anche un sovrasenso etico-metaforico, ma qui ci fermiamo al siparietto, all’a parte descrittivo in cui diminutivi e accrescitivi palesano il divertimento della voce narrante: lo sguardo avanza nell’insieme caotico dei colori e delle forme di foglie e frutti con progressiva distinzione, finché si sofferma su una pianta più alta e vistosa delle altre:     Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene selvatiche, d’amaranti verdi, di radichielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi...