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ridicolo

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Ma perché si scivola così bene? / Notizie dall’impero delle bucce di banana

La buccia di banana ha proprietà miracolose. Non solo dà sollievo alle punture di zanzara, ma cura anche le verruche e attenua le rughe. Oltre a pulire denti, scarpe e argenteria, concima il giardino attirando uccellini e farfalle di ogni colore. La buccia di banana non andrebbe gettata via senza pensarci almeno due volte, essendo fonte inesauribile di rimedi naturali che tendono a migliorare la nostra vita. A meno che, certo, non ci mettiate un piede sopra: in tal caso la vostra vita andrà decisamente a peggiorare. Piegandosi sotto il peso di una gigantesca risata.    Ma perché si scivola così bene su una buccia di banana? E non altrettanto su quella di una pera, di un kiwi o di un avocado? Perché sulla superficie interna della banana sono presenti a quanto pare dei follicoli che se spremuti rilasciano un gel a base di polisaccaridi. Un gel che spiaccicato tra la banana e il suolo provoca l’immediato scivolamento: è ingegnosa la banana. Forse si vendica dell’offesa di essere calpestata. Oppure lavora per il Dio del ridicolo che, al contrario di quello serioso con la barba, non dorme mai.   Se capitate tra le mani del Dio del ridicolo, rimpiangerete amaramente la...

Lo humour del corpo / Lo slapstick ne “La Pantera Rosa”

Vi è mai capitato di sbattere contro un palo per strada perché troppo presi dal vostro smartphone? E di fare poker con gli spigoli del tavolo della cucina? O ancora di cadere dal tapis roulant in palestra mentre cercavate di darvi un tono con gli astanti in perfetta forma fisica? Se la risposta è sì, mi dispiace per l’imbarazzo che avete provato al momento – ne so qualcosa – ma potete consolarvi perché fate ufficialmente parte del roboante mondo dello slapstick, dove il tasso di dolore corrisponde al grado di clamore delle risa.   Il genere slapstick si assimila alla farsa poiché si basa su un humour incarnato, corporeizzato, caratterizzato da situazioni assurde dove il comico-buffone deve cimentarsi in prove fisiche, addirittura acrobatiche, azioni sfrenate, dimostrando di saper padroneggiare perfettamente il tempo e lo spazio.  La denominazione slapstick pone le sue radici proprio nell’innesco della risata, vale a dire nell’oggetto adibito a creare gli effetti sonori delle gag fisiche, durante cui gli attori si azzuffano mimando dolore, paure e panico. La parola slapstick si compone del suono onomatopeico di un bel ceffone (slap), di quelli che al cinema fanno ridere,...

Complex tv e complex life / Una risata seppellirà il ridicolo

Una risata sì, il ridicolo no. Il ridicolo richiede uno schieramento: uno è ridicolo, un altro lo de-ride.  Pirandello, che era crudele, esemplificò con la vecchia mantecata che cerca di esorcizzare il degradarsi della sua bellezza con un trucco pesante e insensato: tu la vedi passare, e ridi, perché è ridicola, perché hai diritto di de-riderla.   Ma la vecchia come sta? Non se ne rende conto, non coglie il contesto, non vede se stessa, non pratica insomma il distacco dal suo ego, non vede lo specchio come un luogo di verità, e non giunge all’ironia, che è il distacco dalle cose e da stessi, e la capacità di renderci a noi stessi prospettici, ovvero auto-ironici. Potrebbe essere comodo mettere nello stesso recinto i dittatori, i torturatori, gli sterminatori, i potenti, i prepotenti, i supponenti, circondandoli di una staccionata che li imprigioni nel loro moralismo, nel loro autoritarismo, nella loro supponenza, nella loro avidità, nel loro maligno narcisismo, i padroni, gli amministratori delegati, i capiufficio, i funzionari statali, i poliziotti con manganelli e idranti… Se ne starebbero tutti lì, a darsi di gomito e a sbraitare, e a minacciare noi che stiamo fuori...

Ma uno con una foto decente proprio mai? / No Cheese

  “Documento prego”. Niente Polizia o Carabinieri, solo un esame universitario. Ed ecco che la danza ha inizio. Prima di tutto, il modo di tirar fuori il suddetto documento. Il soggetto maschile solitamente è deciso, perfino irruento: paf, lo sbatte sul tavolo e sia quel che sia. Quello femminile no, comincia subito un rituale fatto di sorrisetti, occhi che si abbassano, gesti della mano. Non lo poggia sul tavolo, te lo porge, ma il gesto è quello di chi non vorrebbe che tu lo prendessi, di qualcuno che spera che quella carta d’identità non venga mai aperta, che sia insomma la solita formalità. Quando vede che la paginetta sta per essere spalancata e capisce che ormai non c’è più nulla da fare, ecco che costei si prepara. È un secondo, il tempo di un respiro preso e trattenuto fino al momento fatidico in cui gli occhi di chi ha ricevuto il documento passano dalla pagina di sinistra, quella in cui ci sono le generalità, a quella di destra. È lì il possibile motivo di imbarazzo, la cosa da sdrammatizzare, di cui cominciare a ridere preventivamente per evitare che qualcuno scoppi a farlo per davvero, spontaneamente, fragorosamente. È lì la fototessera, piccola, quadrata, e...