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Robert Mapplethorpe

(9 risultati)

A Napoli e Roma a trent’anni dalla morte / Mapplethorpe. Classical form on unthinkable images

Il 9 marzo del 1989 muore di AIDS Robert Mapplethorpe. Ha all’epoca quarantatré anni ed è uno dei fotografi più rappresentativi della scena artistica statunitense di cui incarna, tra gli anni Settanta e Ottanta, l’anima oltraggiosa, irriverente e contestataria. Le sue fotografie, caratterizzate da una cifra stilistica singolare, capace di unire lo scabroso e il glamour, sono, al di là dello splendore formale, un mezzo di riflessione su temi controversi come l’omosessualità, la pornografia e la sfera erotica in genere, la cui forza risiede – come annotava la scrittrice americana Joan Didion – nella forma classica applicata a immagini ‘impensabili’.      Dopo un’infanzia e un’adolescenza formalmente integrata nei costumi di una famiglia cattolica della media borghesia di origine irlandese (i cui valori rientreranno, seppur stravolti, in alcuni aspetti della sua ricerca), Mapplethorpe si iscrive al Pratt Institute di Brooklyn e, negli anni delle rivolte studentesche e delle contestazioni, entra in contatto con la nascente cultura underground newyorchese, con i suoi fermenti politici, artistici e letterari, legandosi per alcuni anni a Patti Smith. È lei a regalargli la...

La realtà fatta idea / Robert Mapplethorpe

Look at the pictures! Guardate le immagini! urla ai suoi colleghi il senatore Jesse Helms a Washingthon D.C. all'inizio del documentario Mapplethorpe. Look at the pictures, edito da Feltrinelli. Tra le mani tiene una stampa che sventola rapidamente davanti alle telecamere perché se ne colga un fugace scorcio e nulla più: si tratta del celebre The Man in Polyester Suit (1980), dove un poderoso membro nero fuoriesce dall'abito impeccabile di un uomo senza testa. Dovrebbe essere un'immagine oscena, ma in realtà è una composizione molto raffinata. L'estrema eleganza estetica della fotografia, con il lungo pene nero perfettamente integrato nella costruzione della figura vestita, potrebbe riassumere in un solo sguardo l'apparente dualismo che è facile ritrovare nell'opera di Robert Mapplethorpe.   Il fotografo era consapevole di presentare nel suo lavoro elementi a prima vista eterogenei e opposti, quali la grande finezza visiva unita a soggetti intesi come “bassi” nella misura in cui accedevano alle pulsioni sessuali più viscerali. Nel film di Fenton Bailey e Randy Barbato viene mostrato l'invito per la sua prima mostra Polaroids (1973), costituito da una delicata busta di Tiffany...

Robert Mapplethorpe. La ninfa Fotografia

Svelarsi attraverso la costrizione della forma è il paradosso per eccellenza di ogni linguaggio. Il processo stesso di tradurre un pensiero in un'espressione di qualsiasi genere comporta una distanza, uno spostamento fra una verità originaria e la sua effettiva concretizzazione. Ogni cosa, per acquistare un senso percepibile, deve costringersi all'interno di un perimetro che la escluda da tutto il resto, sia una forma materiale, un segno o una parola. L'inquadratura fotografica ne è il fondamentale paradigma visivo: un'immagine ritagliata dal costante scorrere del tempo, che si astrae dall'esistenza in movimento per assumere un senso autonomo, un contenuto imbrigliato in una struttura. Più il significato scalcia ai margini più questi lo trattengono rigidamente. Lo Schiavo Morente di Michelangelo rappresentava idealmente questa relazione fra significato e significante, con la pietra che si animava e allo stesso tempo lottava per straripare dal marmo.   Robert Mapplethorpe ha spesso rivelato di aver sempre avuto un'inclinazione verso la scultura. “Vedeva” le persone come statue, e solo per la particolare epoca storica in cui ha vissuto si è rivolto – dopo una prima esperienza...

Hervé Guibert. I miei genitori

In Italia iniziò Guanda a pubblicare Hervé Guibert, con All’amico che non mi salvò la vita, nei “Narratori della Fenice”, tradotto in italiano da Monica Martinat, nel 1991. À l'ami qui ne m'a pas sauvé la vie era uscito l’anno prima, in Francia, riscuotendo un successo deflagrante. Guibert aveva pubblicato all’epoca 18 testi. Il 1991 fu anche l’anno in cui Guibert morì, trentaseienne, il 27 dicembre. Nel gennaio del 1988 gli era stata diagnosticata la positività al virus dell’HIV. Ne All’amico… raccontò della propria malattia e di quella di Michel Foucault, riconoscibile in tralice. Altri 11 testi postumi fecero seguito. L’anno dopo, Bollati Boringhieri pubblica nelle “Varianti” Citomegalovirus: diario d’ospedale (Cytomégalovirus: journal d'hospitalisation, tradotto da Andrea Salzano, direttore della collana); nella stessa collana - il cui progetto grafico elegante, pulito, è dello Studio Cerri e Associati - uscirà nel 1993 Io e il mio valletto (Mon valet et moi, di nuovo tradotto da Salzano), nel 1994 Il paradiso (...

Le affinità elettive: Lisa Ponti

Incontrare e scrivere di persone come Lisa Ponti è un privilegio che va di pari passo alla difficoltà di sottrarsi a un’ovvia ma meritata celebrazione, soprattutto quando si ha a che fare con chi la rifugge con sincera modestia. Figlia di un gigante dal nome pigmeo, la vita di Lisa è inscindibile da quella del padre Gio, grazie al quale intraprende una lunga avventura scandita da tanti incontri e affinità, le due parole chiave per riassumere la sua esistenza. Dagli anni ‘40 ad oggi, da Stile a Domus, Lisa è stata una compagna di viaggio per gli artisti di almeno quattro generazioni. I suoi modi, la sua eleganza e il suo umorismo sono tipici di quella borghesia milanese illuminata oggi svanita. Gli scritti di Lisa sono il ritratto dei suoi incontri, irradiati dalla luce della poesia e dell’arte e imbevuti del linguaggio degli artisti, non della critica.La sua modestia l’ha portata a fare la sua prima mostra come artista a soli settanta anni. Ancora oggi, la novantenne Lisa disegna scrivendo e scrive disegnando su fogli A4 con risultati mirabili. La brillantezza del suo pensiero e la sua generosità intellettuale...

Scianna, Mapplethorpe e lo sguardo dei ragazzi

I bambini ci guardano, scrive Ferdinando Scianna citando una celebre frase di Zavattini. Ma come i fotografi guardano i bambini? Per una strana congiuntura esce da Contrasto un libro del fotografo siciliano tutto dedicato ai bambini (Piccoli mondi), mentre nello spazio di Forma a Milano sono esposti alcuni ritratti di ragazzini realizzati da Robert Mapplethorpe nell’ambito di un’ampia mostra personale (catalogo edito da Contrasto). Due sguardi completamente diversi.                                                                                              Scianna è un fotografo delle occasioni. Con la sua macchina a tracolla percorre il mondo in lungo e in largo per il lavoro di fotoreporter, e...

World Press Photo 2012: quando il bello è di troppo

Una pietà a colori, citazione di quadri celebri e sculture che appartengono alla memoria culturale occidentale. Così si presenta l’immagine dello spagnolo Samuel Aranda, fotografo trentaduenne, che ha vinto con questo scatto il World Press Photo 2012, prestigioso premio assegnato ogni anno. Un’immagine ad alto contenuto estetico, prima ancora che giornalistico o comunicativo. Tutto gioca in questo senso: il cappuccio nero della donna, i suoi guanti bianchi, la pelle del ragazzo, la postura dell’abbraccio, la testa reclinata, le mani che stringono pudicamente il corpo, tirandolo a sé. Persino il dettaglio del tatuaggio sul braccio destro dell’uomo è perfetto.   Siamo a Saana, durante le rivolte dell’anno scorso, e una donna accoglie nella moschea il ragazzo: “Venite a me voi tutti che siete affannati e stanchi”, recita un passo del Vangelo. La fotografia interpreta in modo perfetto questa immagine che riecheggia nel nostro ricordo per averla vista in decine e decine di tele, o per esserci soffermati davanti alla Pietà michelangiolesca. Il punctum della foto sono ovviamente i guanti bianchi che...

Alberto Zanchetta / Frenologia della vanitas. Il teschio nelle arti visive

Claudio Franzoni presenta il libro di  Alberto Zanchetta, Frenologia della vanitas. Il teschio nelle arti visive (Monza, Johan&Levi 2011).   Scarica la copertina.   Leggi la premessa.     Qualche anno fa Vanni Cuoghi ha eseguito un Autoritratto da morto (2006); si tratta in realtà di una cartolina storica, con una desueta didascalia (Raffaello – Ritratto di se stesso), che presenta il ben noto autoritratto che il pittore di Urbino realizzò verso il 1506, oggi agli Uffizi; Cuoghi è intervenuto sulla cartolina inserendo un teschio al posto del volto dell’artista rinascimentale. Non saprei dire se l’artista fosse a conoscenza dell’importanza che il vero (o presunto) teschio di Raffaello aveva avuto due secoli fa, quando era conservato presso l’Accademia di San Luca a Roma, dove, come annotava un autore dell’Ottocento, non si poteva dire“quante lagrime” avesse “fatto versare”. Era ritenuto così prezioso che ne esisteva un calco presso la collezione della Phrenological Society, illustrato e commentato in un saggio di George Combe (A system of...

Look

Il look è l’immagine che il corpo rivestito assume per effetto di un’operazione di bricolage tra segni di moda. Il look non si limita però a fotografare il risultato di un processo significativo e creativo, ma rimanda al processo stesso, focalizzandone un aspetto essenziale: la dinamica dello sguardo, del guardare e dell’essere guardati, alla base di qualsiasi costruzione sociale del sé. Illustrare la funzione e il significato del look nel contesto degli anni ottanta significa provare a tracciare una mappa di pratiche culturali ed estetiche ambivalenti o profondamente diverse tra di loro. Ciò a dispetto del fatto che gli anni ottanta sono siano stati archiviati come un’epoca di cattive abitudini relative all’essere e all’apparire, riassumibili tout court nelle spalle iperboliche, non importa se squadrate o arrotondate, se di Armani o di Montana, quale tratto dominante di una silhouette da consegnare alla storia del costume. Proprio questa silhouette, fondata sull’eccesso e sull’enfasi sproporzionata di una parte del corpo, non è mai più tornata di moda, se non in forma di timidi...