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(6 risultati)

Su “Girls” e “American Bitch” / Scrittori misogini e groupie femministe

I. Girls è giunta a conclusione, si direbbe in coerenza con il resto della serie, con un calare smorzato. Le vicende aperte e quelle chiuse rimangono esterne al momento finale, che strascica e chiude l’ultima giovinezza, rimasta per tutta la serie di un certo tipo, cioè comunque sempre cool, economicamente instabile (ma a quanto ne sappiamo incredibilmente equilibrista) e spregiudicata nelle azioni, ma sempre pronta a deliberare sulle norme di condotta. Come Hannah, la protagonista, ci ricorda in una delle prime puntate dell’ultima stagione, abbiamo a che fare con un prodotto seriale che opina su qualsiasi argomento. I personaggi esprimono pareri a piede libero – e questo non è male, significa visibilità e articolazione di questioni che non potrebbero altrimenti venire a rappresentazione. Ma mettere in scena un problema significa articolarlo il modo soddisfacente?   Alcuni di questi problemi sembrano essere più centrali rispetto agli altri, come se rappresentassero cioè una sorta di fuoco dell’orbita di Girls. In alcune puntate chiunque si accorgerebbe dei marchi pedissequi che suggeriscono: «Guardate che questa cosa è davvero molto molto importante per noi!». Così noi ci...

La folla / Hawthorne e Poe: all’origine dei media

Lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne ha descritto nel racconto Wakefield l’originale comportamento di un uomo londinese che ha improvvisamente deciso di abbandonare la sua abitazione e la moglie, ma di rimanere comunque a vivere per vent’anni, seppure in incognito, nelle immediate vicinanze. Ha voluto cioè lasciare il suo ambiente quotidiano per vivere nello spazio urbano e per confondersi con la folla che lo abita. Come ha scritto però Alberto Abruzzese «La folla londinese accoglie in sé Wakefield, lo ospita, lo divide e insieme preserva, lo danna e insieme salva». Si può dire dunque che la massa opera in qualche misura come i media. In essa ci si perde, ma ci si può anche ritrovare. A patto naturalmente di accettare senza remore quello che essa propone: entrare totalmente in un’altra dimensione. Cioè evadere da quel territorio fisico che appartiene alla realtà quotidiana per passare nel regno della fantasia e del fantastico. Non a caso Wakefield, come ha scritto Hawthorne alla fine del racconto, può essere considerato il «Reietto dell’Universo» e lo è perché è entrato in un altro mondo, ha deciso di annullare la sua identità e uscire temporaneamente dalla sua dimensione...

Volodine e i ritualismi del post-apocalisse / Il nostro immane fallimento collettivo

Circondati dal ripetitivo clamore di un desolante immaginario post-apocalittico, noi abitanti di questo tratto di tempo siamo un pubblico di lettori e spettatori ormai avvezzo ai plurimi disastri di tutte quelle narrazioni, escatologiche o simil tali, vocate tendenzialmente a svelare la futura e a quanto pare inevitabile disfatta dell’intrapresa umana sulla Terra. Narrazioni generate da numerosi autori più o meno apprezzati che hanno immaginato come potrebbe essere il mondo una volta che i foschi presagi dell’annichilimento globale saranno diventati realtà. Tra questi autori è senza dubbio possibile annoverare l’ombroso franco-russo Antoine Volodine, tradotto inizialmente in italiano dalla casa editrice fiorentina Clichy, che nel 2013 ha dato alle stampe il romanzo travestito da raccolta di racconti Scrittori (trad. it. di Didier Contadini e Federica Di Lella) e il romanzo Undici sogni neri (in questo secondo caso a firma di uno dei molteplici pseudonimi: Manuela Draeger; trad. it. di Federica Di Lella), e ora diventato autore rinomato e da più parti discusso grazie a una sensazionale doppietta di romanzi: Angeli Minori (trad. it. di Albino Crovetto, L’Orma, Roma, 2016) e Terminus...

Un ossimoro in Lambretta / Il Manganelli in fuga di Patrizia Carrano

Manganelli è stato uno tra i più prolifici autori di pubblicazioni postume, e non ci dovrebbero essere sorprese a tal proposito, viste le sue aderenze con le ombre e gli averni, ma certo la sua mancanza a sedici anni dalla morte si fa sentire. Dunque si accoglie subito bene il “librino leggero (centotrenta grammi appena)”, Un ossimoro in Lambretta, che Patrizia Carrano ha scritto per la nuova ItaloSvevo (numero 3) con il pudore della distanza temporale. Si tratta infatti di un racconto di chi ha frequentato assiduamente il Manga nei suoi ultimi quindici anni di vita, senza essersi fatta subito avanti come amica dell'illustre estinto, tra la folla che “sgomita in prima fila” ai funerali. Ciò è giustamente rivendicato, come la possibilità di qualche racconto “minimale, episodico, ininfluente, ma anche insospettabile e rivelatore”. Potrebbe essere quello di un Manganelli portato in Cinquecento al mare, o accompagnato al cinema a vedere certi stranianti cult adolescenziali anni Ottanta (Piramide di paura, Ritorno al futuro).   Il rapporto tra i due appare assolutamente casuale, improbabile e gratuito, ma anche di affettuoso ascolto (“lei non vuole sapere nulla che lui non voglia...

Ancora sul Nobel A Dylan / La vocazione metamorfica della letteratura

A me l’assegnazione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan sembra una buona notizia. La ragione è quella che molti (fra cui Francesco De Gregori) hanno indicato subito: al di là della persona del premiato, il riconoscimento va a un intero settore della produzione culturale. Questo, almeno, all’ingrosso; conviene aggiungere qualche precisazione. In primo luogo, considero fuorviante l’affermazione che anche le canzoni d’autore sono (o possono essere) «poesia». A meno che non si voglia riesumare un’idea di poesia di stampo crociano, qui non è questione di valore, ma di identità. Che la maggior parte dei testi delle canzoni abbia un valore poetico scarso importa poco: questo vale anche per i romanzi e le raccolte liriche. Il punto è che le canzoni rappresentano un uso poetico del linguaggio. Anzi, per dirla in termini più schietti: dell’uso poetico del linguaggio, oggi come oggi le canzoni rappresentano una parte assai cospicua. Senza inoltrarsi in questioni teoriche, valga qualche sintomo: i versi di canzoni che vengono ripresi come titoli di libri, che vengono trascritti sui diari e sugli zainetti degli adolescenti, che fungono da didascalie nelle firme elettroniche e nelle...

L’indimenticabile Nicòle Finzi-Contini / Bassani. Ritratto di uno scrittore

Uno dei tanti effetti perniciosi della caduta del gusto estetico, ossia della confusione tra i gioielli e la bigiotteria, è l’incapacità sempre più diffusa di distinguere l’insulto gettato alla cieca dalla satira, o comunque dalla critica magari unilaterale e violenta ma acuta: genere nel quale, come in qualunque arte, intuizione, forma e contenuto si fondono per produrre un aumento di conoscenza. Quando Franco Fortini, in uno dei suoi epigrammi anagrammatici e allitteranti, fa rimare il nome di Stefano Agosti con “Da immani fumi minimali arrosti”, coglie con felice economia stilistica il punto debole di un accademico che sforna ponderosi tomi di chiose semiologico-analitiche per stringere appena qualche scialba tautologia.   Quando Giovanni Raboni dice che Pasolini è stato poeta in tutto fuorché nelle sue poesie, ci consegna una stroncatura faziosa ma penetrante, vista l’effettiva pretesa, da parte dello scrittore corsaro, di redimere le opere fallite o difettose col carisma del proprio personaggio. Semplicemente insipida, dato che esprime un giudizio generico e non individualizzante, come ogni caricatura riuscita dovrebbe fare, è invece la battuta con cui i neoavanguardisti...