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Wake up and love more / L'insostenibile leggerezza dei poeti pop

Tutta la poesia che precede la documentazione sonora e visiva è muta. La leggiamo, prima. Dopo, anche se non si può certo dire che la poesia sia un genere documentatissimo, possiamo ascoltare e vedere la poesia. Nel secolo audiovisivo non sempre questo significa vedere-sentire il poeta; ci sono poeti che leggono orrendamente i loro testi magnifici, come Giuseppe Ungaretti, e altri che nel live documentato hanno cambiato la storia della poesia del Novecento, come Allen Ginsberg. Potremmo disperarci di non poter vedere o ascoltare Edgar Allan Poe, o William Blake, o Majakovskij… abbiamo Carmelo Bene che legge Majakovskij, e finissimi attori che rimettono nel testo qualcosa che la sola lettura non ci può dare. Uno dei miei primissimi ricordi di forte emozione poetica risale a quando, bambino nell’era del vinile, nella non nutrita discoteca di mio padre scovai un long playing nel quale Arnoldo Foà leggeva Federico Garcia Lorca, tradotto ovviamente: il Lamento per Ignacio Sanchez Mejìas mi ha dato per la prima volta la convinzione che la poesia era l’emozione più bella e assoluta che avevo mai provato, e mi ha convinto di voler imparare a scrivere come poeta.     Se avessi...

L'immagine racconto di Internet / La fotografia: una questione molto personale

Circa il 99% degli testi critici, dei saggi e delle recensioni sono declinati alla terza persona singolare, o al massimo, a una prima persona plurale tesa a spogliare l'articolo di individualismo. È una buona norma, che ci ricorda come ogni speculazione intellettuale debba volgersi al piano più generale e obiettivo delle idee. Ora che mi accingo a scrivere dello status della fotografia al giorno d'oggi debbo però necessariamente parlare in prima persona, proprio perché oramai la fotografia è diventata una questione molto personale. Quando rifletto sul senso dell'immagine nella contemporaneità non cerco ispirazione nelle opere dei grandi artisti, o nelle mostre più visitate del momento: guardo quello che faccio io stessa col mio cellulare. Guardo la gente per strada. Guardo le immagini che appaiono sulla mia bacheca su Facebook. Controllo Instagram. L'evidenza della loro mediamente bassa qualità visiva non ha alcuna reale importanza: sento che per capire cosa sta succedendo alla fotografia devo uscire dai musei ed entrare nei social network. Che cosa è successo?   Humans of New York.   Durante le puntate di Master of Photography, il reality sulla fotografia creato e...

Un po’ più mio che degli altri / Condividere un selfie

Su internet si fa molto uso del verbo condividere. Se mi imbatto in un contenuto interessante durante la navigazione, posso condividerlo con gli amici attraverso le piattaforme social. Se in vacanza sto vivendo un momento esaltante, posso fissarlo in una foto o in un video e condividerlo con i miei amici su Twitter. Se sono a Roma al concerto del Boss col mio amico di sempre, va da sé che ci facciamo un selfie e lo condividiamo con gli altri che sono rimasti a casa. Condividere un selfie: la frase, mette insieme due termini in contraddizione, cioè l’egocentrismo del selfie e il solidarismo insito nell’idea di condivisione. È una contraddizione su cui mi vorrei soffermare per una breve riflessione.   La parola condividere ha principalmente due significati: spartire (“condividere il pane”) e avere in comune (“condividere un ideale, una passione, un’opinione”). Un terzo significato deriva dalla combinazione dei primi due e si potrebbe rendere con mettere a parte qualcuno di qualcosa (“condividere un pensiero, un’informazione”), cioè fare di qualcosa che io so, penso o ho fatto, qualcosa che si ha in comune. Questa terza accezione è quella che più circola in internet. Vi si...