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Il Miracolo del Torello / Cartolina da Addis Abeba

Il lato sud di Piazza Meskel è un enorme anfiteatro con innumerevoli spalti di terra battuta sui quali fin dalle prime ore del giorno si assiepano moltissimi corridori per percorrerne avanti e indietro l’intera lunghezza, sfidando il fitto smog di Addis Abeba. Il colpo d’occhio è notevole, le maglie degli atleti si incrociano ad altezze diverse, puntini colorati sull’immenso sfondo di terra e cemento. Si dice che percorrendo tutti i gradoni si completi una mezza maratona. Quegli spalti furono costruiti da un architetto ungherese durante il regime del Derg, negli anni 70’, perché il popolo potesse assistere alle parate militari. Alle loro spalle dominavano le tre statue di Marx, Lenin e Menghistu, la «Nuova Trinità». Prima ancora la Piazza era il luogo sacro di inizio della Festa del Meskel, dove l’Imperatore Hailé Selassié accendeva il falò dando il via alle celebrazioni accanto alla Chiesa di Santo Stefano. Adesso una parte di quella storia è stata riposta in un Museo (del Terrore Rosso) in un angolo della Piazza e, accantonati gli sfarzi bellici, la gente si è riappropriata delle tribune per l’esercizio fisico quotidiano. Dalla parte opposta delle tribune la Piazza Meskel è...

“She was totally America” / “Tonya”: una passione violenta

La prima volta che il “Triple Axel”, un triplo salto del pattinaggio, è stato eseguito in una competizione americana, risale al 1991, quando una donna di ventun anni, nata a Portland, si è esibita ai Campionati nazionali statunitensi di pattinaggio sul ghiaccio, a Minneapolis. Tonya Harding ha conquistato il podio, sorridendo in un costume verde acqua fluorescente, con applicazioni di paillettes. Nelle immagini originali dell’evento, quel body somiglia a un abito cucito in casa (secondo un sistema di esperienze per cui l’abito fatto a mano non è espressione di haute couture, ma di  povertà di mezzi); sa di sintetico: nel colore, nel tessuto, nella confezione. Eppure comunica anche, e in un certo senso commuovendoci, una tensione sforzata per un effetto massimo di apparenza telegenica. Quel costume, infatti, ci restituisce la tinta di un’epoca in cui si era ormai diffusa, arrivando dall’estetica televisiva anni Ottanta, la moda di usare la parola “look” per definire il progetto di espressione appariscente del sé legato al modo in cui si indossava, si truccava, insomma si rendeva più vistoso possibile il corpo.    Tonya, in quegli scatti del suo successo, mostra un...

"Colpa di chi difende ancora il catenaccio” / Marcature a uomo, gioco di squadra e movimenti senza palla

Sono mesi, anni difficili per il calcio italiano: i rapporti non limpidi tra società e ultras, il razzismo delle curve, l’eliminazione dai mondiali, l’urgente bisogno di riorganizzare un sistema in crisi. In tutto questo pesa un silenzio, quello dei protagonisti. Loro, i calciatori, non escono mai allo scoperto e non prendono posizione, dove invece potrebbe sfruttare il loro essere “megafoni” naturali dello spettacolo sportivo. Ci sono stati anni in Italia in cui alcuni giocatori provarono a prender voce. Questo articolo racconta la loro storia.   Enzo Belforte è un giornalista sportivo, è lui che ha l’idea della riunione.  Ad aiutarlo c’è Paolo Sollier, centrocampista noto per la sua passione politica che non manca di esternare anche nel rettangolo di gioco. Di lui, in calzoncini e maglia del Perugia, che il destino volle di colore rosso, è rimasta negli annali una foto: un pugno chiuso alzato al cielo in un campo di serie A.  Dopo una breve esperienza alla Fiat, per Paolo il pallone è diventato un mestiere. Nello spogliatoio, a differenza della fabbrica e della scuola che aveva frequentato, non c’è spazio per la politica.  «Io stesso me lo ero auto imposto:...

«Non sono una macchina» / Borg, McEnroe e la dialettica del controllo

Negli anni Settanta Björn Borg era il Re del Mondo. In quei pomeriggi infiniti in bianco e nero, sul palinsesto Rai, le sue vittorie a ripetizione a Wimbledon (all’epoca l’unico grande torneo di tennis che venisse trasmesso) – un inginocchiamento sull’erba dopo l’altro, immutabile e imperturbabile come una statua in movimento – si mescolavano, per me, alla serie televisiva Attenti a quei due (The Persuaders!), con Roger Moore e Tony Curtis. Indimenticabile in particolare la sigla, con la musica di John Barry che scandiva le biografie parallele dei due protagonisti, il Lord britannico (tutto Oxford, Ascot e bon ton) e il Parvenu americano (tutto Bronx, palazzine e petrodollari), destinate a ricongiungersi in età adulta. Il Borg ’79 era invece Principio Unico, Primo Motore Immobile, l’Ente Parmenideo. Ma era come se il suo inconscio già covasse, come nel Simposio platonico, la penìa della sua Metà Divisa, del Doppio Opposto destinato a metafisicamente completarlo.     Borg McEnroe, del regista danese Janus Metz Pedersen, comincia nel più ovvio dei modi, proprio come la sigla di Attenti a quei due: col montaggio alternato delle biografie a specchio dei due gemelli-...

“Il nostro paese è imbarazzante per il mondo intero” / Le grandi star sportive americane, la politica. E gli italiani?

“Il nostro paese è imbarazzante per il mondo intero”. Ecco le ultime dichiarazioni riguardo la politica americana di uno dei più navigati e vincenti coach dell'NBA, Gregg Popovich. Pensiero già manifestato con schiettezza ai tempi dell'elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti d'America: “Mi fa venire il voltastomaco. Non tanto perché hanno vinto i Repubblicani ma per il disgustoso livello di commenti che sono stati xenofobi, omofobi, razzisti e misogini. Vivo in un paese dove metà delle persone ha ignorato tutto questo e ne ha eletto il rappresentante”. Il rifiuto a Trump è diventato nelle ultime ore quasi sistematico, ed è partito dalle seguenti dichiarazioni: “Io non voglio andare, le mie convinzioni rimangono le stesse. Dovessimo mettere il viaggio alla Casa Bianca ai voti, io opterei per il No”. A dirlo è stato Stephen Curry, probabilmente il più popolare giocatore NBA nel Mondo e campione in carica con i Golden State Warriors che ha provocato anche la risposta dello stesso Trump, a mezzo twitter, per disdire l'invito.   Ecco, per un attimo chiudete gli occhi e pensate a uno dei nostri migliori allenatori o calciatori fare altrettanto. Cioè esprimersi apertamente...

Un popolo di cicale

L’aeroplano ronza sull’aeroporto di Bari Palese in attesa di atterrare. Un fortissimo temporale si è abbattuto sulla città e sotto di noi scorrono il Tavoliere, i campi gialli, le distese di ulivi. Dopo una mezz’ora scendiamo e prendo a nolo una vetturetta. In città mi aspetta Antongiulio Mancino, critico cinematografico, detective dei segreti dell’Italia repubblicana, ma soprattutto amico. Sono le 14 passate quando entriamo all’Hostaria del Gambero, classico ristorante sul porto. “Devi assaggiare gli spaghetti al nero di seppia!” Pur diffidando delle osterie con la h davanti, non mi lascio pregare. Dopo qualche antipasto (gamberi crudi e cotti, polipo, insalata di mare), arrivano gli spaghetti che, mescolati davanti a noi, diventano neri.   Sono buonissimi, ma cerchiamo di non appesantirci troppo perché dobbiamo raggiungere Ostuni per “La notte dei poeti”, neonata manifestazione che dovrebbe promuovere la poesia con forme di fruizione nuove. Il tempo resta incerto. Passiamo a prendere Giulia Dell’Aquila, una valente italianista, e, schivati i pettegolezzi universitari, parliamo del più o del meno, dell’estate che non arriva e delle ciliegie che non maturano. A Ostuni si è in...