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Steve Wozniak

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Garage

Nel suo recente viaggio in California Matteo Renzi non è andato in pellegrinaggio al 2066 Crist Drive di Palo Alto per scattarsi un selfie davanti all’ingresso del bianco garage della famiglia Jobs. Lì, in questo luogo molto americano, West Coast, è sorta la leggenda di Apple, una delle marche più famose del mondo, il brand più prestigioso dell’età del personal computer. La mancata visita non ha nessuna importanza, perché nel brand-Renzi la parola garage probabilmente c’era già: rimanda all’idea di due ragazzi californiani, Steve Jobs e Steve Wozniak, che hanno cambiato il mondo nella autorimessa dei genitori, progettando e assemblando i primi cinquanta esemplari dell’Apple I, usando come progettisti, operai e promoter, se stessi, la sorellina di Jobs, Patti, e i figli dei vicini. Una sorta di bricolage casalingo che è diventata una delle icone del XXI secolo, con i suoi annessi e connessi di leggende metropolitane.   Trasformando la Leopolda.05 in un garage, Renzi prosegue la sua politica di marketing, dove il messaggio vale più di ogni altra cosa, quasi avesse mandato a...

Apple

La mela iridata: era tutto già lì. Prima che il concetto di filosofia di marca diventasse centrale nel marketing, prima che l’informatica divenisse un mercato di massa, prima del mouse, delle icone e di Internet, fu la mela a segnare la differenza con ciò che c’era stato fino a quel momento: IBM. Come la punta di un iceberg lascia intuire l’enorme massa di ghiaccio che rimane sotto il pelo dell’acqua, così un logo, quando ben disegnato, dice molto di ciò che distingue un produttore dai suoi concorrenti. Al posto delle lettere che indicavano il gigante dell’informatica (1911), il piccolo Davide del 1976 presentava un’immagine, un disegno stilizzato immediatamente riconoscibile da chiunque.     Niente tratti discontinui e linee azzurre come quelle che delineano le tre lettere dell’International Business Machines, mimando la discontinuità di quei bit che sono la chiave del miracolo informatico. Al contrario, linee continue, sinuose e morbide che delimitano un campo colorato che riporta, invertendole, le tinte dell’arcobaleno. Per non dire delle storie che una mela si porta...

Personal computer

“S-a-l-v-e p-r-o-f-e-s-s-o-r F-a-l-k-e-n”. La voce, metallica e monocorde, si diffonde nella stanza da un piccolo altoparlante dalle forme talmente retrò che oggi si potrebbe trovarlo facilmente in un negozio di design. Alla scrivania, un giovanissimo Matthew Broderick guarda preoccupato l’oggetto che ha davanti e comincia a digitare su una tastiera. Nessun codice particolare, solo parole del linguaggio comune con cui il piccolo genio dell’informatica dialoga con il potente mainframe del Pentagono, cercando di dissuaderlo dal proseguire un “gioco” cominciato qualche sera prima che risponde all’inquietante nome di “Guerra termonucleare globale”. Il punto è che il computer, da brava macchina, ha preso molto seriamente la cosa, portando effettivamente il mondo sulla soglia di un vero conflitto. È il 1983, e la scena che abbiamo descritto è una di quelle del film WarGames. Se abbiamo deciso di aprire questo articolo evocandola, non è perché negli anni Ottanta prospettare che un computer intervenisse sulla realtà, pilotasse dei missili o si connettesse a un altro calcolatore fosse...