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Teatro delle Ariette

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Albe/Ariette / Non di solo pane e petrolio

«Pane o petrolio?», è la domanda che Stefano Pasquini del Teatro delle Ariette pone al pubblico raccolto attorno a un tavolo imbandito di tortelli, frutta, formaggio, vino e immancabilmente pane verso la fine dello spettacolo Pane e petrolio, co-prodotto con il contributo del Teatro delle Albe/Ravenna Teatro. Si tratta dell’unico momento del lavoro in cui l’attore e regista esce dalla partitura scritta per entrare in modalità improvvisativa pura, cercando di coinvolgere gli spettatori a prendere posizione in merito a questi beni. Albe/Ariette si espongono dunque all’ignoto e sottopongono il teatro alla prova del presente. In base alle reazioni del pubblico che è in quel momento coinvolto da una domanda diretta, fondamentale, si capirà dove una parte sia pur piccola ma viva dell’umanità individua il suo bene di riferimento: quello che risulta più rilevante per condurre la sua esistenza e, se possibile, per renderla anche felice.   Il dilemma morale e poetico del lavoro di Albe/Ariette sta dunque tutto qui, nella scelta di uno di tre possibili connettori tra le parole “pane” e “petrolio”. Potremmo avere un aut aut, quindi una presa di posizione esclusiva e decisa per uno solo...

Festival estate / Il teatro salvato dalle moltitudini

Si va a teatro perché a volte accade ancora qualcosa di collettivo. Siamo soli, in platea, eppure le solitudini a tratti diventano un concerto ed è possibile provare quella sensazione di comunanza con altri individui sempre più rara nella nostra società pervasa da solide paure. Si va a teatro non solo per stare di fronte alla geniale visione del grande creatore. Si va a teatro per riconoscerci in qualcosa che ci trascende, per rintracciare qualche goccia di umanità in ipotesi temporanee, parziali eppure concrete di comunità. Per questo un'occasione per noi spettatori e per il teatro ci pare oggi venga dai processi di massa, quando si mettono in moto percorsi antieconomici, forse irrazionali, quasi impossibili, processi dove la scena è abitata da miriadi di persone, in senso fisico e concreto: cittadini che partecipano alla creazione come attori, amatori che diventano danzatori, ma anche percorsi di creazione estroflessi nei quali le fonti drammaturgiche sono persone reali viventi, incontrate tramite interviste e dialoghi. Accade così che ci si riconosca in una moltitudine nella quale siamo in qualche modo compresi, o potremmo esserlo, dal momento che la soglia di accesso è molto...

Festival Volterra Teatro / Le città ideali di Armando Punzo

Estasi. Uscire dal mondo. Uscire dall’umano. Andare verso zone d’esperienza inesplorate, verso forme altre, al di là. Mi sembra questa, in modi diversi, la tensione di molti festival e spettacoli di teatro visti quest’estate. Riformulare il mondo partendo dall’analisi del vuoto pieno di inutile, menzognero spettacolo dove stiamo naufragando. Provare a immaginarlo diverso, ballando sull’assenza, sulla mancanza e sulla mutazione: cercando nel corpo, e nello spazio pubblico, con graffio d’artista, le relazioni possibili, come a Santarcangelo; mettendo in piazza il conflitto e lo stallo tra presente e memoria, sognando la possibilità di ritessere con l’immaginazione teatrale fili disconnessi di società, come a Monticchiello. Lo dice ancora più esplicitamente il titolo di Volterra Teatro, La città ideale. Tutto il festival che ha per centro da ormai quasi trent’anni lo spettacolo della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo quest’anno si è sviluppato intorno al tema dell’invenzione di nuovi mondi, con la cura di dramaturg di Rossella Menna.   Dopo la tempesta; ph. Stefano Vaja   Il punto di partenza è come ogni anno il carcere mediceo, dove alle 15 di ogni giorno, dal 24...

Il sentimento del per sempre nel Teatro delle Ariette / Tutto quello che so del grano

In questi tempi di pornografia psico-filosofica, di stanca fame di realtà e di fuffe linguistiche, il Teatro delle Ariette sembra una zona franca in cui deporre incartamenti e livore.Inchiodati sul confine tra la resa e la voglia di trovare uno slancio, indecisi su cosa fare delle nostre vite e della nostra fiducia, su cosa pensare e sentire – se sia meglio vivere liberi o in coppia, se la carne faccia male o no, se convenga crescere i figli in campagna o in città, se sia bene leggergli solo favole gender friendly, se il biologico sia poco meno di una truffa, se l'arte e la storia siano morte col romanticismo o meno, se abbia ragione Heidegger o Bloch, se sia meglio il manicheismo o il relativismo, se il teatro sia parola, gesto, o tutte e due, o nessuna delle due... – guardiamo Stefano, Paola e Maurizio che in scena impastano, cuociono, tagliano, servono, mentre raccontano la loro biografia di uomini donne e artisti, dandoci la sensazione che sappiano esattamente cosa stanno facendo con le mani, e che qualsiasi cosa uscirà dal forno o dai pentoloni sarà sicuramente, incontrovertibilmente, straordinariamente squisito e sano. E noi li guardiamo, appunto, come profeti di una vita e...