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Thierry Frémaux

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Cannes, l'America e noi

È l’edizione numero 68 ma non è certo tempo di rivoluzioni al Festival del Cinema di Cannes. Nonostante l’avvicendamento del presidente, che non è più il cinecritico Gilles Jacob ma l’ex businessman di Canal + Pierre Lescure, figura molto più marketing oriented, il programma non sembra averne risentito e si muove nella linea di una sempre più autocentrata e autocelebrata  conservazione cannoise. A essere onesti c’è da dire che la selezione presieduta come sempre da Thierry Fremaux quest’anno ci è sembrata essere persino un po’ meno paludata e conservativa dell’anno scorso, anche se molti dei nomi noti più audaci sono finiti fuori dalla mostra concorso, in Un Certain Regard e alla Quinzaine des Réalisateurs (tra questi Apichatpong Weerasethakul, Brillante Mendoza, Philippe Garrel e Miguel Gomes). Tra le poche novità ce n’è senz’altro qualcuna negativa, come la scelta del film d’apertura che al posto del classico blockbuster americano è ricaduta su un’opera francese di apparente taglio sociale – in realtà spiccatamente conservatrice –, La Tête haute di Emmanuelle Bercot che riesce senza alcun disagio apparente a fare un’apologia senza ombre del sistema giudiziario francese...

Winter Sleep, il film migliore?

E alla fine ha vinto il film più cannois di tutti, quello che si è soliti chiamare “da festival”, a indicare un’opera che compiacerà senz’altro quella nicchia di pubblico, normalmente over-60 e con un discreto capitale culturale a disposizione, che è abituata a frequentare le (sempre più scarse) sale cinematografiche d’essai. Insomma, non ci pare proprio che la giuria presieduta da Jane Campion abbia voluto sbaragliare più di tanto le carte in tavola e cambiare il mood conservatore dato alla selezione del concorso dal direttore Thierry Frémaux. Intendiamoci, Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan è un ottimo film, ma è anche uno dei film più tradizionali dal grande regista turco (il cui precedente C’era una volta in Anatolia ci pare avesse molti più elementi di interesse): costruito per la maggior parte in interni, sviluppato secondo grandi blocchi di dialoghi dove emergono le fratture emotive che caratterizzano un nucleo famigliare e le divisioni incolmabili che separano le classi sociali di un piccolo paese dell’Anatolia Centrale, Ceylan ci guida in un film che vuole...